mercoledì 22 dicembre 2010

GRANDI MANOVRE IN SIRIA

Siria: sciolto il Baath

SIRIA: SCIOLTE TUTTE LE SEZIONI DEL PARTITO DI GOVERNO BAATH



(ANSAmed) - ROMA, 26 OTT - La leadership nazionale del partito di governo siriano Baath ha preso ieri la decisione di sciogliere tutte le sezioni del partito nelle citta' del Paese. A renderlo noto e' il quotidiano semi ufficiale Al Watan, aggiungendo che tale decisione prevede la formazione di comitati temporanei per amministrare gli affari di partito e supervisionare le elezioni. Lo scioglimento serve, secondo il quotidiano, a preparare lo svolgimento dell'assemblea nazionale del partito, prevista entro i prossimi tre mesi.

Ma secondo l'agenzia di stampa tedesca Dpa che cita fonti ben informate, e ripresa sempre da Al Watan, lo scioglimento delle sezioni e' dovuto a casi di abuso di potere e corruzioni come quello avvenuto nella provincia di Hama. I giornali locali avevano dato ampia copertura a tali casi, ma alcuni analisti ritengono che il partito stia facendo un'operazione di 'maquillage' perche' la misura, per l'opinione pubblica, e' colma.

Durante la sua visita in America Latina il presidente siriano, Bashar Assad, aveva gia' accennato alla possibilita' di convocare l'undicesima assemblea nazionale del partito prima della fine di quest'anno. In quell'occasione, il presidente aveva detto che la data dell'assemblea non è importante, l'importante è che l'assemblea offra alla gente ciò che si aspetta. (ANSAmed

http://www.ansamed.info/it/siria/news/MI.XAM11355.html


SIRIA,TERREMOTO AI VERTICI DELL’ INTELLIGENCE

Bashar Assad due mesi fa ha sostituito i principali comandanti dei servizi di sicurezza, rivela l’istituto di analisi strategica Stratfor. Incerta la posizione di Assaf Shawkat, capo dell’intelligence militare e cognato del presidente, caduto in disgrazia nel 2008.

Roma, 22 ottobre 2010, Nena News – Una scossa tellurica di magnitudo elevata ha di recente rimescolato cariche e posizioni ai vertici dei servizi di intelligence siriani. Due mesi fa, rivela lo stimato istituto internazionale di analisi strategica Stratfor, il presidente Bashar Assad ha sostituito quasi tutti i comandanti dei servizi di sicurezza. In qualche caso, si è trattatto di semplici avvicendamenti e di scambi di posizioni, in altri di siluramenti veri e propri.

E’ stato «pensionato», ad esempio, il generale Ali Mamluk, sostituito dal generale Zuhair Hamad, un esperto di «antiterrorismo», alla direzione del potente Dipartimento di intelligence. Ufficialmente Mamluk, 62 anni, lascia l’incarico per raggiunti limiti di età, ma le voci di un suo allontanamento sono insistenti. Mamluk, in carica dal 2004, ha guidato l’intelligence in uno dei periodi più difficili della storia politica siriana che ha visto l’isolamento internazionale di Damasco imposto dall’ex presiente Usa George Bush e il ritiro del contingente siriano da Beirut dopo l’assassinio nel 2005 dell’ex premier libanese Rafiq Hariri. Mamluk ha ricevuto l’incarico piuttosto vago di «consigliere» del presidente.

Incerta è la sorte del capo dell’intelligence militare, generale Assaf Shawkat, che è anche cognato di Assad avendo sposato la sorella del presidente, Bushra. Per Stratfor sarebbe in procinto di diventare ministro della difesa ma il ben informato sito francese Intelligence Online ribadisce che Shawkat, caduto in disgrazia nel 2008, rimane isolato e in una posizione marginale. Due anni fa le indiscrezioni riferirono che Shawkat ebbe uno scontro, lungo ed acceso, con Maher Assad, fratello di Bashar e comandante della Guardia Presidenziale, a causa delle ambizioni sfrenate che il capo dell’intelligence militare avrebbe mostrato in più di una occasione.

Assad, come faceva il padre e suo predecessore Hafez, sostituisce periodicamente i capi dei servizi di sicurezza per impedire che possano creare centri di potere in grado di minacciare la presidenza. Tuttavia le recenti rimozioni sono state più ampie e profonde del solito e potrebbero essere frutto dell’aggravarsi della crisi mediorientale – all’orizzonte si intravedono nuovi conflitti, in particolare uno tra Israele e Iran – e dei colloqui in corso da oltre un anno tra Damasco e Washington. Non è un mistero che l’Amministrazione Obama stia premendo su Assad affinché prenda le distanze da Teheran (Siria e Iran sono stretti alleati da 30 anni).

«E’ da considerare inoltre che Assad sta rischiando in questa fase allo scopo di espandere l’influenza siriana nella regione e mentre da un lato tiene un occhio vigile sui (difficili,ndr) contatti tra Iran e Stati Uniti, dall’altro collabora con l’Arabia saudita riguardo la soluzione della crisi interna libanese e usa la sua forte posizione anche per contenere (il movimento sciita Hezbollah)», ha scritto Stratfor, in parziale disaccordo con le analisi fatte di recente da alcuni commentatori arabi.

Stratfor aggiunge che il generale Hamad, ora capo dell’intelligence, è molto vicino agli iraniani e la sua nomina avrebbe lo scopo di cementare l’accordo che, secondo l’istituto di analisi strategica, Damasco e Tehran avrebbero raggiunto sul contenimento delle azioni e dell’influenza di Hezbollah sulla scena interna libanese.

http://www.nena-news.com/?p=4339

domenica 28 novembre 2010

Incertezza in Siria, in Libano e nei paesi del Golfo per i preparativi alla successione in Arabia Saudita

Le cattive condizioni di salute del re saudita Abdullah, attualmente in cura negli Stati Uniti, e del principe ereditario Sultan bin Abdul Aziz, aprono la competizione per la successione all’interno della famiglia reale; ciò potrebbe avere delle conseguenze a livello regionale, e soprattutto in Libano dove gli sforzi siro-sauditi cercano di impedire una nuova esplosione di violenza nel paese

***

C’è attesa nelle capitali arabe e internazionali per i possibili sviluppi in Arabia Saudita in conseguenza del viaggio compiuto dal monarca saudita, re Abdullah bin Abdul Aziz, a New York per ricevere delle cure a causa di alcuni problemi di salute.

L’indisposizione dell’ottantaseienne monarca saudita, accompagnata dalla malattia del suo erede al trono, anch’egli ottuagenario, ripropone la questione della successione nel regno, e della distribuzione delle più alte e importanti cariche – le quali controllano la grandiosa ricchezza del paese, le sue politiche sociali, i religiosi più influenti e le forze armate – e di come ciò condizionerà le relazioni del regno, che ha una grande influenza politica nella regione, sugli avvenimenti e sugli sviluppi del Medio Oriente.

Gli sforzi siro-sauditi stanno compiendo una corsa contro il tempo per contenere le conseguenze dell’atteso rinvio a giudizio che il tribunale internazionale incaricato del dossier dell’assassinio del primo ministro libanese Rafiq Hariri dovrebbe emettere a breve, secondo tutte le aspettative.

Ma, mentre non è ancora arrivato l’inviato saudita (il principe Abdul Aziz bin Abdullah, che accompagna suo padre nel proprio viaggio di cura) il quale avrebbe dovuto incontrare la leadership siriana per discutere il piano d’azione da rendere effettivo prima del rinvio a giudizio, ambienti siriani hanno confermato che è cresciuta enormemente l’attesa di conoscere l’andamento degli affari interni sauditi, relativamente alla distribuzione delle posizioni di governo ed alla competizione tra i membri della famiglia reale, nelle sue due componenti della prima e seconda generazione.

Questi ambienti sono arrivati a dire che: “La stabilità del regno è la cosa migliore in questa fase, soprattutto in relazione al coordinamento siro-saudita”.

In un analogo contesto, osservatori a Damasco ritengono che il “ventilato” ritorno del principe Bandar bin Sultan ad una posizione di primo piano nella struttura del potere saudita (dopo un suo completo allontanamento, che era arrivato ai limiti della scomparsa definitiva) potrebbe non essere opportuno in questo preciso momento.

Tali osservatori sembrano temere le imprevedibili conseguenze del ritorno di Bandar, le quali potrebbero gettare un’ombra sul progresso degli sforzi compiuti in relazione al dossier libanese. Questi ambienti precisano tuttavia che il ritorno di Bandar bin Sultan è una faccenda che riguarda la famiglia saudita.

Gli esperti ritengono che la monarchia saudita stia vivendo attualmente una fase delicata a causa della malattia del re e dell’erede al trono, e a causa delle aspirazioni dei giovani principi, che ritengono di dover cogliere l’occasione per partecipare alla guida del governo. Il principe Bandar bin Sultan bin Abdul Aziz – segretario generale del Consiglio per la sicurezza nazionale – era arrivato a Riyadh dall’estero, ed era stato ricevuto in aeroporto dal principe Muqrin bin Abdul Aziz, capo dei servizi segreti, e da un gruppo di importanti principi dell’Arabia Saudita. E’ stato riferito che Bandar bin Sultan avrebbe giocato un ruolo di primo piano nel deterioramento delle relazioni tra Damasco e Riyadh all’indomani dell’assassinio di Hariri, e negli anni successivi.

Le parti libanesi fanno affidamento sui risultati della coordinamento siro-saudita per porre fine alla scottante crisi politica libanese, la quale potrebbe evolversi ulteriormente dopo l’emissione del rinvio a giudizio da parte del tribunale internazionale, col rischio di conflitti confessionali nel caso in cui il rinvio a giudizio dovesse tradursi in un’incriminazione di Hezbollah.

Gli osservatori libanesi hanno sottolineato che il principe Abdul Aziz bin Abdullah – il figlio del re saudita incaricato dei contatti con la Siria e il Libano – è partito anch’egli per Washington per accompagnare suo padre. Il che significa che sarà necessario aspettare fino al loro ritorno – che potrebbe farsi attendere – per riprendere le consultazioni e i contatti sulla faccenda libanese.

Il regno arabo saudita sta vivendo una situazione di incertezza politica senza precedenti. L’assenza del re saudita e l’improvviso ritorno dell’erede al trono dal Marocco occupano i discorsi nei forum e negli incontri politici.

Facebook e Twitter hanno assistito a numerose discussioni e commenti su questa difficile fase della storia del regno, e su come riorganizzare il potere ed evitare lotte tra le fazioni rivali all’interno della famiglia.

Circola un articolo del dott. Mohammed Abdul Karim, professore di diritto religioso all’Università al-Imam, che parla della necessità che i cittadini prendano parte alla scelta di chi dovrà rappresentarli. Questo articolo è stato pubblicato su numerosi siti web.

Nel suo articolo Abdul Karim si domanda: “Se la famiglia regnante dovesse cadere a causa di fattori interni (lotte interne alla famiglia) o esterni, il destino del’unità e del popolo continuerà a dipendere da conflitti interni ed esterni, e dalla presenza o meno della famiglia reale?”.

Poi egli aggiunge: “Restituite valore al popolo, all’uguaglianza tra le sue componenti, ad una sua reale direzione dello stato, a vere consultazioni, ad un popolo reale, e non ad un popolo immaginario dall’unità apparente e puramente esteriore, esposto alla dissoluzione semplicemente a causa di divergenze all’interno del regime”.

Nel regno saudita molti si sono soffermati sugli annunci di felicitazioni pubblicati dalla maggior parte dei giornali sauditi in occasione del ritorno del principe Salman bin Abdul Aziz – governatore della regione di Riyadh – che ha subito ripreso le proprie funzioni ed ha ricevuto le persone che si congratulavano del suo ritorno. Alcuni hanno interpretato queste congratulazioni come una “campagna elettorale” che rispecchierebbe le aspirazioni del principe Salman ad assumere un incarico importante all’interno dello stato, che potrebbe essere la posizione di principe ereditario.

La situazione interna saudita, e la questione della successione in particolare, hanno avuto ripercussioni nella regione del Golfo, i cui abitanti aspettano con ansia la rappresentanza saudita al vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo che si terrà agli inizi del mese prossimo a Abu Dhabi.

Molti osservatori prevedono che a capo della delegazione saudita ci sarà il principe Nayef bin Abdul Aziz – il secondo vice primo ministro – a causa dell’assenza del re saudita e della malattia del principe Sultan bin Abdul Aziz, attuale erede al trono.

A meno che il principe Sultan non decida di essere a capo della delegazione nella seduta di apertura e per un breve periodo, per poi lasciare il vertice, consegnando la presidenza al principe Saud al-Faisal, attuale ministro degli esteri.

Un esperto di questioni saudite, residente nei paesi del Golfo, ha dichiarato ad “al Quds al-arabi” che, se il principe Nayef dovesse assumere la presidenza della delegazione, ciò significherebbe che la questione della successione è stata decisa e che egli sarà designato come erede al trono nel caso in cui questa posizione dovesse diventare vacante.

Kamal Saqr
http://www.medarabnews.com/2010/11/28/incertezza-in-siria-in-libano-e-nei-paesi-del-golfo-per-i-preparativi-alla-successione-in-arabia-saudita/

mercoledì 17 novembre 2010

Il diritto d’Israele ad esistere non è negoziabile





Di Frida Ghitis

Quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è offerto di spingere il proprio governo a decretare un prolungamento della moratoria sulle attività edilizie ebraiche negli insediamenti in Cisgiordania a patto che i palestinesi riconoscessero Israele come stato nazionale del popolo ebraico, ho provato sentimenti contrastanti in merito a tale proposta. Dopo tutto, mi dicevo, ci sono ben pochi dubbi che Israele sia lo stato patria nazionale degli ebrei. Le stesse Nazioni Unite lo istituirono in questo modo (con la risoluzione del 1947), e la comunità internazionale lo riconosce come tale. Perché chiedere ai palestinesi, che non amano la cosa, di ribadire ciò che è già ovvio?
Poi, però, la veemenza con cui i palestinesi hanno respinto l’idea ha svelato un’opposizione talmente radicata alla soluzione “a due stati” da convincermi che si potrà mai avere una pace autentica e duratura a meno che i palestinesi e gli altri arabi non accettino apertamente Israele come nazione ebraica.
Nazione ebraica, naturalmente, non significa diritti speciali per gli ebrei, o status da cittadini di seconda classe per i non ebrei. Israele è un paese democratico le cui leggi dettano a chiare lettere l’eguaglianza di diritti per tutti i cittadini. Come altre democrazie, anche Israele non riesce sempre a realizzare l’obiettivo dell’eguaglianza davanti alla legge, ma i suoi tribunali, i gruppi di cittadini organizzati e altri soggetti si adoperano senza sosta in questo senso. E Israele non è certo l’unico paese al mondo che comprende una religione o una nazionalità nella sua auto-definizione. Decine di stati abbracciano una religione o una nazionalità pur preservando le diversità e continuando a battersi per l’eguaglianza dei diritti. I cittadini ebrei del Regno Unito, ad esempio, sono leali a un paese sulla cui bandiera campeggiano non una, ma ben due croci (e il cui capo dello stato è anche il capo della religione anglicana). Vi sono decine di paesi che si definiscono cristiani, e per lo più sono democrazie perfettamente funzionanti, con pieni diritti per le minoranze.
I ventidue paesi della Lega Araba, tutti assai carenti di democrazia, si identificano come stati arabi, ed esistono cinquantacinque paesi che si definiscono nazioni musulmane appartenendo all’Organizzazione della Conferenza Islamica. E c’’è solo un’unica, minuscola nazionale sulla Terra che è uno stato ebraico.
Per quasi un decennio gli Stati Uniti hanno esortato i palestinesi a riconoscere Israele come stato ebraico. L’anno scorso all’Assemblea Generale dell’Onu il presidente Barack Obama ha detto: “L’obiettivo è chiaro: due stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza, uno stato ebraico d’Israele con reale sicurezza per tutti gli israeliani”.
Eppure, quando Netanyahu – come il suo predecessore – ha chiesto ai palestinesi di riconoscere il carattere ebraico di Israele, non come un prerequisito per i colloqui ma come un gesto per creare fiducia, la loro reazione istantanea è stata un veemente rifiuto. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha dichiarato: “Noi non firmeremo mai un accordo che riconosca uno stato ebraico”. Il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat ha rincarato: “La cosa è completamente respinta”. E quando un esponente palestinese ha lasciato intendere che forse era fattibile, è stato immediatamente rimesso in riga. Ha rimarcato Nabil Sha’ath, consigliere di Abu Mazen: “Non abbiamo alcuna intenzione di farlo, scordatevelo”.
I palestinesi non sembrano disposti nemmeno a riconoscere Israele come lo stato di un altro “popolo”. Il primo ministro palestinese Salam Fayyad se ne è andato sbattendo la porta da un incontro col vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon dopo che questi aveva suggerito che la riepilogo del loro colloqui includesse il termine “due stati per due popoli”, anziché semplicemente “due stati”.
Finché i palestinesi continueranno a negare l’antica connessione fra ebrei e Terra d’Israele, finché continueranno a rifiutare il diritto del popolo ebraico a uno stato qualunque accordo di pace resterà scritto sulla sabbia sulle sponde dell’oceano: la più piccola marea lo spazzerà via.
Gli israeliani vogliono essere sicuri che, se loro fanno i sacrifici necessari per la pace e verrà creato uno stato palestinese, il conflitto sarà considerato definitivamente risolto; che la pace significherà la fine di ogni tentativo di distruggere lo stato ebraico.
Finché i palestinesi, e altri con loro, si rifiuteranno di accettare che Israele è effettivamente uno stato ebraico, che gli ebrei sono un popolo che ha diritto al proprio stato indipendente, non vi sarà alcuna certezza che quei sinistri progetti abbiano davvero fine.
Il rifiuto della proposta di Netanyahu – e delle richieste americane – per questo riconoscimento giunge in contemporanea con la visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad al confine israelo-libanese, volta a rinnovare il suo appello per la distruzione di Israele. Il libanese Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, ha proclamato a una folla osannante che “il presidente Ahmadinejad ha ragione quando dice che Israele è illegittimo e che dovrebbe cessare di esistere”. Secondo un recente sondaggio condotto negli Stati Uniti, tre quarti degli ebrei americani sono convinti che l’obiettivo degli arabi “non è la restituzione dei territori occupati, quanto piuttosto la distruzione di Israele”.
Piaccia o non piaccia ai palestinesi, Israele è già lo stato nazionale del popolo ebraico. Gli israeliani hanno già riconosciuto il diritto dei palestinesi ad avere un loro stato arabo-palestinese. Finché i palestinesi non riconosceranno il diritto del popolo ebraico ad avere il proprio stato, una vera pace non potrà mai arrivare.

(Da: Jerusalem Post, 25.10.10)

sabato 16 ottobre 2010

Al cuore del conflitto

Di Ari Shavit

La richiesta che Israele venga riconosciuto come stato nazionale del popolo ebraico è legittima e ragionevole. Vi sono almeno sette ragioni per affermarlo.

Prima ragione. Questo è esattamente il motivo per cui siamo qui. Il supremo obiettivo del sionismo è che, in Terra d’Israele, il popolo d’Israele abbia una sede nazionale riconosciuta dal diritto internazionale. Chi nega il diritto del popolo ebraico a una propria sede nazionale è un razzista. Chi che non capisce che la sede nazionale del popolo ebraico deve essere riconosciuta internazionalmente è uno stolto. Senza riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico (da parte di tutte le nazioni, a cominciare da quelle confinati), l’impresa del sionismo resta appesa un filo.

Seconda ragione. Qui sta il cuore del conflitto. Il conflitto israelo-palestinese nasce dal fatto che, per un secolo, il movimento nazionale ebraico e il movimento nazionale palestinese hanno rifiutato di riconoscersi l’un l’altro. Nel 1993 Israele ha riconosciuto il popolo palestinese e i suoi diritti, ma fino ad oggi i palestinesi non hanno riconosciuto il popolo ebraico e i suoi diritti. Questo è il grande fallimento degli Accordi di Oslo, che ha compromesso il processo di pace sin dall’inizio. Affinché prevalga una vera pace, in questo paese, deve esservi pace fra lo stato nazionale arabo-palestinese e lo stato nazionale ebraico-israeliano.

Terza ragione. Fermare la valanga. Da vent’anni a questa parte è in atto un grave processo. Mentre Israele continua a riconoscere sempre più i diritti naturali dei palestinesi, i diritti naturali dei suoi stessi cittadini vengono via via annullati dal resto del mondo. Le concessioni ideologiche fatte da Israele non agiscono a suo favore, ma contro di lui. Quando l’Israele di Ehud Olmert (che offriva invano ai palestinesi uno stato pari al 100% di Cisgiordania e Gaza e la condivisione di Gerusalemme) risulta essere meno “legittimo”, sulla scena internazionale, dell’Israele di Yitzhak Shamir (che si rifiutava di negoziare coi palestinesi), agli occhi degli israeliani non c’è più alcun reale incentivo a fare altre concessioni. Solo il riconoscimento di Israele come stato nazione del popolo ebraico può fermare la valanga e creare una legittimazione reciproca, israeliana e palestinese.

Quarta ragione. Porre fine alla pretesa del cosiddetto “diritto al ritorno”. I palestinesi continuano a reclamare il diritto di “tornare” nelle case, nei villaggi, nelle città all’interno dello stato sovrano Israele, una richiesta che equivale alla fine dello stato degli ebrei. Poiché la rivendicazione del “ritorno” è al cuore dell’ethos nazionale palestinese, i palestinesi non possono abbandonarla. Tuttavia, il riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico potrebbe districare entrambe le parti da questa trappola: permetterebbe di frenare e controbilanciare la richiesta del ritorno, neutralizzando la natura esplosiva di tale rivendicazione.

Quinta ragione. Imprimere una svolta nella coscienza del mondo arabo musulmano. I rapporti ragionevoli che oggi esistono fra Israele e i paesi arabi moderati si muovono su un ghiaccio sottile. Questi paesi accettano Israele come un dato di fatto, ma non come una entità legittima. Riconoscendo Israele come stato nazione del popolo ebraico indicherebbero chiaramente a tutti gli abitanti, da Marrakech ad Alessandria d’Egitto a Baghdad, che Israele non è un impianto straniero, bensì parte integrante e inseparabile del Medio Oriente. Gli arabi devono riconoscere la piena legittimità del sovrano stato ebraico.

Sesta ragione. Ricomporre le relazioni fra Israele ed Europa cristiana. A tutt’oggi l’Europa non ha risolto il suo complesso ebraico. Riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico significa anche riconoscimento da parte dell’Europa delle sue responsabilità morali per gli anni di persecuzione anti-ebraiche. Il continente che nel XX secolo ha decimato e quasi del tutto sterminato il popolo ebraico riconoscerà e si farà garante del diritto di quel popolo a vivere e autogovernarsi.

Settima ragione. Tranquillizzarci. L’aspirazione fondamentale degli ebrei israeliani è quella di avere una casa sicura. Il riconoscimento esplicito che Israele è la casa del popolo ebraico rafforzerebbe la disponibilità degli israeliani ad assumersi dei rischi e abbandonare dei territori. Solo il riconoscimento del focolare nazionale ebraico renderà possibile la creazione rapida e pacifica di un focolare nazionale palestinese.

Una postilla. La richiesta che Israele venga riconosciuto come stato nazionale del popolo ebraico non può essere fatta senza mantenere un autentico impegno verso Israele come democrazia. Senza garantire pieni ed eguali diritti ai non-ebrei in Israele, lo stato nazionale ebraico non potrebbe reggersi.

(Da: Ha’aretz, 14.10.10)

mercoledì 6 ottobre 2010

Per non dimenticare la barbara tortura e l'omicidio di Ilan Halimi



In un libro, il peggior caso di antisemitismo in Francia
di Paolo Pillitteri

In un'Europa dove sembrano riemergere i rigurgiti di un pericolosissimo
antisemitismo, è praticamente ignorata la storia del martirio del giovane
francese Ilan Halimi. Un bellissimo libro, edito da Salomone Belforte &C.
Livorno, ricorda quell'assassinio raccontato dalla madre, Ruth Halimi e da
Emilie Frèche: "24 giorni, la verità sulla morte Ilan Halimi".E' Venerdì, 20
gennaio 2006 a Parigi. Ilan Halimi, scelto perchè ebreo dalla "banda dei
Barbari", una gang con a capo Youssef Fafana, viene rapito e condotto in un
appartamento in periferia. Vi rimarrà sequestrato e torturato per tre
settimane prima di essere buttato in un bosco dai suoi carnefici. Ritrovato
nudo lungo un binario della ferrovia fuori Parigi, Ilan non sopravviverà al
suo calvario. Il libro è lo straziante, sconvolgente racconto in cui la
madre di Ilan ricorda quei 24 giorni di incubo. 24 giorni nel corso dei
quali Ruth ha ricevuto più di seicento chiamate, richieste di riscatto, il
cui ammontare cambierà continuamente, insulti, minacce, foto del figlio
torturato. Ore, giorni, settimane interminabili, che la madre trascorrerà in
ufficio senza dire niente a nessuno, comportandosi come se tutto andasse
bene per lasciar lavorare la Polizia. Ma la Polizia non sa con che razza di
individui ha a che fare. Non valuta l'odio e la ferocia di un antisemitismo
assoluto che domina i rapitori. Non considera, tra l'altro, che Ilan possa
essere ucciso dalla bestiale gang con a capo l'orrendo Youssef Fofana. Sul
filo del ricordo, il libro ci presenta una storia di sangue e di morte nel
cuore dell'Europa, in Francia, "in un paese dove, come Daniel Pearl a
Karachi, un uomo può essere rapito sotto gli occhi i tutti - scrive
Bernard-Henry Levi nella prefazione - di un intero quartiere, trasportato da
un luogo all'altro, affamato, assassinato lentamente, torturato, passato da
un carnefice all'altro quando uno di questi cede, ancora spostato, e questo
per 24 giorni". Anche Pierluigi Battista, sempre nella prefazione, mette in
evidenza il ritorno dell'odio contro gli ebrei, contro Israele, contro la
sua esistenza, rammentando, nella terribile storia di Halimi, l'ipocrisia
con cui a parole si proclama "Mai più Auschwitz!" ma intanto si relega fra
le brevi di cronaca la notizia di un giovane ebreo francese che viene
rapito, torturato e bruciato a Parigi, solo perché è ebreo. E' il dettaglio
decisivo e sconcertante che non si vuole mai vedere... stiamo assistendo
impotenti e umiliati a una nuova caccia all'ebreo, e facciamo finta di non
accorgercene". Il libro ripropone in tutta la sua evidenza la "cattiva
coscienza" dell'Europa, aggiunge Giulio Meotti, un continente dove "la morte
di Ilan non ha meritato espressioni indignate da parte dell'opinione
pubblica, non ha urtato la sensibilità di chi è sempre pronto a dichiararsi
per il dialogo, la convivenza, la tolleranza. L'esecuzione di Ilan è passata
nel silenzio, rosa dall'indifferenza, la sua fotografia non ha fatto il giro
del mondo, i dettagli della sua morte sono stati criptati come degrado
metropolitano. C'è una foto di Halimi, ha i capelli corti, una maglietta, è
felice, sorride alla vita. Quel sorriso deve tormentare per sempre la
fragile, cattiva coscienza dell'Europa". Del resto, aggiungiamo noi, è
sempre più visibile, palpabile, drammaticamente operante, oltre al silenzio
colpevole su tragedie come quella di Ilan, il progetto di delegittimare
Israele. Ha recentemente e lucidamente rilevato Shmuel Trigano, Accademico
dell'Università Ouest Nanterre La Défance di Parigi e direttore della
rivista Controverses, che un simile "progetto si ripercuoterà su tutti gli
stati democratici, soprattutto gli stati europei. Potrebbe rivelarsi una
tappa determinante sulla via della loro stessa delegittimazione, nella
prospettiva di un'Europa sotto l'influenza arabo-islamica che qualsiasi
persona democratica deve rifiutare". Intanto il veleno antisemita fermenta
nei Parlamenti della vecchia Europa. L'antisionismo è il nuovo
antigiudaismo. Ha ricordato Aznar "se cade Israele cadremo tutti noi: è la
prima linea di difesa dell'Occidente".

(l'Opinione, 1 ottobre 2010)

giovedì 23 settembre 2010

Remarks by PM Netanyahu to the Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations




A few weeks ago, we began direct negotiations on the final status issues. Now I'm eager to continue them, and eager to complete them. We've been calling for direct negotiations for 18 months. We have asked that these negotiations be conducted without preconditions, so we were very pleased when they began, and hope they'll continue without preconditions.

There are two things that I think made a great impression on me. One is the commitment of President Obama and Secretary Clinton to assist in the process in our quest for peace. And I share that commitment. We want peace. We know what peace would mean for our people. We know what it would mean for our neighbors. We know what it would mean for the region. The second thing that made an impression on me was what I said a minute ago: the fact that there was an understanding that we don't turn our disagreements into preconditions for talks. Because if we do, we'll never get anywhere. After all, we've been trying to solve this conflict and it's being going on for over 90 years, and we disagree on quite a number of things. Believe me, every day the Palestinians do things I don't like: whether it's incitement in the schools or media, or an international campaign that they back to delegitimize Israel.

Just yesterday, a Palestinian Authority court ruled that the sale of Palestinian land to Israelis is punishable by death. You know, all these things do not square well with me, and my colleagues often question why is it that we're staying in the talks. Some have even questioned why I'm having peace talks with President Abbas when half of the Palestinian people are controlled by Hamas, which is a terror organization that openly calls for our destruction. I'm mentioning all of these things - and there are many others that I could raise here - because these could afford me many reasons to walk away from the table. But I haven't walked away from the table. I want to give these talks a chance to succeed. And I very much hope that President Abbas will have the same attitude. I expect him to sit down with me even when we disagree, and to work with me through those disagreements in a sincere effort to forge an historic compromise, which I believe is possible.

We got rid of the preconditions before the talks. We can't reintroduce them five minutes after the talks begin. We have to sustain a negotiation. My goal is to reach a framework agreement with the Palestinians within one year. I brought that up first because I believe it's doable. Now I know there are many skeptics, but the skepticism that I hear is less about the timeframe - that is a year - and more about whether the Palestinian leadership is truly prepared to make an historic compromise that will end the conflict once and for all. And again I stress - if I have such a partner who is prepared to make an historic compromise, as I am, I think one year should be enough time to reach a framework agreement for peace.

For negotiations to succeed, we both have to meet. The two of us will have to meet face to face and discuss the major issues with a degree of discretion. I think we'll have to build a relationship of trust that will enable us to grapple with the very difficult challenges we face. I suggested one-on-one meetings every two weeks over the coming year, and thus far we've had very substantive discussions. We've agreed, as part of the idea of discretion, not to discuss the details of our discussions. But I can speak to you about the principles that are guiding me in these talks. I laid out two of those core principles - two foundations for a lasting peace - in my speech last year at Bar-Ilan University. And these two foundations of peace are recognition and security. Let me speak briefly about both.

First about recognition: It's time for the Palestinians to do something they have refused to do for 62 years. It's time for them to say yes to a Jewish state. Now what does it mean to recognize the Jewish state, or the nation-state of the Jewish people?

It means that the Palestinians recognize the right of the Jewish people to self-determination in our historic homeland. I recognized the Palestinians' right to self-determination and sovereignty. They must finally recognize the Jewish people's right to self determination and sovereignty.

And just as the Jewish state has granted Jews around the world the right to immigrate to Israel, a Palestinian state could decide to grant Palestinians around the world the right to immigrate to their state. But Palestinian refugees do not have a right to come to the Jewish state.

A Jewish state also means that no one has a right to carve out sub-states within the Jewish state. There are well over 1 million of citizens of Israel who are not Jewish. They have equal rights, civil rights, but they don't have national rights. They have a right to vote, to be elected, and to be full and equal participants in Israel's democracy. But they don't have a right to have their own separate state.

Why is this recognition important?

It's important because the Palestinian leadership must begin to make clear to its own people that they are making a permanent peace with the Jewish people, a people that has a right to be here, a right to live in its own state and in its own homeland.

Ultimately, there will be no getting around this issue. For someone who is prepared to make lasting peace with Israel, no statement could be simpler: I recognize Israel as the Jewish state, the state of the Jewish people.

Now, mind you I'm not demanding of others what I am not prepared to do myself. At Bar-Ilan University last year, I said I was prepared to recognize a Palestinian state. This is the essence of peace: the nation-state of the Palestinian people.

I think President Abbas has to decide. He cannot skirt the issue. He cannot find clever language designed to obfuscate or to fudge it.

He needs to recognize the Jewish state. He needs to say it clearly and unequivocally. He needs to say it to his own people in their own language.

Remember that famous commercial - Just Do It? I think for the Palestinian leadership, it's even simpler: Just Say It. Say that you recognize Israel as the nation-state of the Jewish people. Say that you recognize the Jewish state.

This is the first point, and I think this is the essence of the problem that we've been facing all these years, the failure or the refusal to recognize the State of Israel as the nation-state of the Jewish people.

The second problem we face is security - I'm going to speak briefly about that too.

We do not want a repeat of what happened after Israel withdrew from Lebanon and Gaza. Those territories were turned into Iranian sponsored terror bases from which thousands of rockets were fired at Israel.

We have to ensure that we have solid security arrangements on the ground. We have to ensure that we can prevent the import of weapons from territories that we would vacate as part of a peace agreement with the Palestinians. And we have to make sure that we can address the potential threats to peace that will inevitably come. The first one you've seen - you've seen it in Lebanon, you've seen it in Gaza. These are the attempts - unfortunately successful in both those places - to smuggle a massive amount of weapons: rockets, missiles and other weapons from Iran to its proxies in the territories.

And then there are other threats: the threats of the reemergence of a potential Eastern front or from an internal change in Palestinian politics, and also there are other threats.

Let me give you an example of a country with which Israel had excellent relations - we had diplomatic ties, trade and economic ties - very robust - cultural exchanges, security ties, you name it - that country was called Iran. Overnight, however, our relationship changed.

What we need to understand is that a peace agreement by itself does not preserve the peace. We need to understand that the only peace that will hold in the Middle East is a peace that can be defended.

I have made clear that in order to defend the peace we need a long-term Israeli presence on the eastern side of a Palestinian state - that is, in the Jordan Valley. I have also said that while I respect the Palestinians desire for sovereignty, I am convinced that we can reconcile that desire with our need for security.

I have to say another thing: I don't believe that under these circumstances, international troops will do the job. Experience has shown that countries seldom sustain a long-term military commitment abroad in places where their troops are subject to constant attacks. This is not true in places where those troops aren't subject to constant attacks, but you can find many examples of these two kinds of deployments, and I leave it to your imagination. You can see what happened to the international forces that were placed, for example, in Gaza before Hamas took it over. There were European forces; they were called EU BAM, and when the Hamas took over Gaza, and the fighting started, these forces simply disappeared. They evaporated very quickly.

We live in a very tough neighborhood, and the peace will be tested constantly. The only force that will be prepared to sustain a long-term commitment is a force that is absolutely convinced that it is defending its own people from attack. And if we have learned anything from history, it's that the only force that can be relied on to defend the Jewish people is the Israeli Defense Force.

I've said that security arrangements can be reassessed over time, but to say that an Israeli long-term presence is unacceptable from the start, it is simply - I believe - not a serious proposition. It's a proposition that ignores all the experience we've had since the peace process began. It ignores the rise of Iran. It ignores the rise of rocket warfare. It ignores reality. And I think there is a serious problem with it logically. I'm not telling you where Israeli sovereignty will be and will not be, but if I take examples from other countries which have the placement of troops from other lands there, even for many years, nobody has seriously said that because Germany and Korea and Japan had U.S. troops on their soil, this was seen as an affront to their respective sovereignties. Quite the contrary. So the principle that is announced, I think is questionable, and more importantly, it's adaptation to reality, to the reality that we live in, is also questionable. I think it's just not compatible with the reality that has happened.

I think we've made enormous strides for peace inside Israel. I think the political landscape has changed. I think that we have shown great flexibility for peace, but at the same time, Israel has shown a great concern and even a hardening of its positions on security and I think this is warranted by the experiences we've had in the last decade in which the territories that we vacated were taken up by Iran's proxies from which they targeted us with suicide attacks and rocket attacks. We want peace, but it has to be a secure peace and it there have to be solid security arrangements on the ground to ensure the peace - for us and for our Palestinian neighbors, and maybe for the entire neighborhood.

I believe there's a way that we can resolve these difficult issues. I don't think they're insurmountable. I believe that an agreement is possible.

But to succeed, President Abbas and I have to be willing to stick it out even when we disagree. We have to be willing to address the issues with an open mind.

We have to be flexible and creative in finding compromises that are anchored in a realistic assessment of what is possible. I expect Palestinian flexibility, not the same positions they've held over the last 10 or 15 years, but a real change just as we've shown that change, because I think you get peace when both sides move to that point in the center where peace is possible.

And we always have to keep in mind the enormous benefits to both our peoples that would come if we can defy the skeptics and forge an historic peace. If it's up to Israel, that's going to happen. If it's up to me, it will happen.

Let me wish all of you a good year, a Gmar Tov and a chag sameach. Shana tova, a year of peace.

Thank you.

http://www.mfa.gov.il/MFA/Government/Speeches+by+Israeli+leaders/2010/PM_Netanyahu_Conference_Presidents_20-Sep-2010.htm

lunedì 13 settembre 2010

Netanyahu: "Fermiamo le colonie Ma l'Anp riconosca lo stato ebraico"





A due giorni dal vertice israelo-palestinese di Sharm el-Sheikh (Egitto) e mentre si registrano tre vittime palestinesi dell’artiglieria israeliana a Gaza, il premier Benyamin Netanyahu ha promesso di congelare le colonie in cambio del riconoscimento dello Stato ebraico da parte dell'Anp.

Per Netanyahu se da parte palestinese ci sarà il necessario impegno, «entro un anno si potrà raggiungere un accordo-quadro che faccia da fondamento ad una soluzione di pace». Israele insiste per essere riconosciuto dalla controparte palestinese come "Stato ebraico": una formula che esclude che profughi palestinesi possano stabilirsi un giorno nel suo territorio.

Sulla controversa questione della moratoria nei progetti edili ebraici in Cisgiordania - che dovrebbe concludersi a fine settembre - Israele non intende accettare imposizioni dall’esterno, ma, ha sottolineato il premier,«non c’è nemmeno l’obbligo di costruire tutte le 19 mila unità abitative che abbiamo sul tavolo». I dirigenti palestinesi parteciperanno a Sharm el-Sheikh al vertice con il presidente Hosni Mubarak e con il Segretario di stato degli Stati Uniti Hillary Clinton.

Intanto vi è stata un’improvvisa escalation di violenza ai margini della striscia di Gaza. In mattinata vi è stato il lancio di due razzi palestinesi verso il Neghev, il quinto attacco del genere negli ultimi giorni. In giornata poi vi sono stati scontri a fuoco tra una pattuglia di confine israeliana e miliziani palestinesi che hanno sparato anche colpi di mortaio. Secondo fonti palestinesi, è entrata in azione pure l’artiglieria di Israele che a Gaza ha centrato un’abitazione uccidendo un anziano, un ragazzo di 14 anni e una terza persona. Ci sarebbero anche tre feriti.

Per Netanyahu «Noi diciamo che la soluzione dei due Stati per i due popoli, significa che occorre puntare a due Stati nazionali: uno Stato nazionale ebraico ed uno Stato nazionale palestinesè». «Con mio dolore non ho ancora sentito dai palestinesi la frase: "Due Stati per i due popoli". Si limitano a parlare di "due Stati"...». Invece, ha insistito Netanyahu, occorre che i palestinesi riconoscano che «Israele, che pure garantisce diritti civili eguali indistintamente per tutti i suoi cittadini, non è solo uno Stato per gli ebrei che vi abitano, ma uno Stato per gli ebrei in generale, per il popolo ebraico».

La sua posizione, comunque, è molto contestata dagli stessi israeliani. I coloni israeliani sono pronti a dichiarare «guerra» al primo ministro Benjamin Netanyahu. Per il Jerusalem Post il problema è l'intenzione di offrire un congelamento parziale delle costruzioni agli insediamenti ai palestinesi quando il 30 settembre scadrà la moratoria concessa dal suo governo alla fine dello scorso anno. Lo riporta il . «Se Netanyahu continuerà il congelamento, considereremo ciò come una dichiarazione di guerra» ha detto Gershon Mesika, capo del Consiglio regionale della Samaria. «Faremo tutto il possibile per rovesciare il primo ministro, perché dal nostro punto di vista non ci saranno differenze tra Netanyahu, Tzipi Livni, Ehud Barak e Balad».

Schierato con i coloni c’è il ministro delle Infrastrutture israeliano Uzi Landau, il quale sostiene che se continuerà la moratoria sarà a rischio il processo di pace con i palestinesi, perchè Netanyahu perderà di credibilità. E «la credibilità è la chiave per il successo dei colloqui» di pace, ha detto Landau.

Fonti israeliane, citate da Haaretz, riferiscono però che Netanyahu è disposto a seguire la stessa linea adottata dal suo predecessore, Ehud Olmert, che nel 2007, prima del vertice di Annapolis, si era accordato con l’amministrazione Bush per un congelamento parziale nelle colonie in Cisgiordania. L’accordo prevedeva anche che Israele avrebbe potuto costruire nuove case senza limiti nei quartieri ebraici di Gerusalemme Est, ma non avrebbe invece costruito nei quartieri arabi. Sotto il governo Olmert, più del 90% delle costruzioni furono eseguite nei principali blocchi di insediamenti, Maaleh Adumim, Gush Etzion e Ariel.

Domani Netanyahu incontrerà il presidente palestinese Abu Mazen per il secondo round di colloqui diretti. Ci saranno anche il segretario di Stato Usa Hillari Clinton e il presidente egiziano Hosni Mubarak. I palestinesi hanno ribadito che se il congelamento non sarà prorogato usciranno dal negoziato di pace, riavviato il 2 settembre a Washington.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201009articoli/58515girata.asp

sabato 4 settembre 2010

I colloqui fra israeliani e palestinesi




Di fronte alla parola pace anche noi cercheremo di essere speranzosi, positivi. Di fatto ce ne sono alcune ragioni: la determinazione dell’amministrazione Obama ad ottenere un risultato; l’evidente passaggio di Netanyahu dal ruolo del politico a quello dello statista che con sguardo ampio sul Medio Oriente agisce anche in base al pericolo iraniano; e per Abu Mazen l’idea che la debolezza interna causata da Hamas possa essere curata solo dall’enorme supporto internazionale che la partecipazione al processo di pace gli può fornire.

Ma è impossibile fare finta di non aver mai visto lo spettacolo di pompa e circostanza offerto a Washington, impossibile dimenticare i tappeti rossi su cui hanno marciato con i leader protagonisti, anche i loro fallimenti. Se aveste chiuso gli occhi durante la cerimonia di Washington, avreste potuto credervi a Madrid nel ’91, sul prato della Casa Bianca nel ’93, a Wye Plantation nel ’98, a Camp David nel 2000, a Aqaba nel 2003, a Annapolis nel 2007... In tutte le occasioni, e la cronista non ne ha mancata una, fra strette di mano e sorrisi si è esaltato il ruolo della leadership «dei bravi», la speranza per «il futuro dei nostri figli», il «futuro di pace per due popoli destinati a vivere fianco a fianco».

Ogni volta l’illusione è stata la stessa, e il mondo ha spinto sempre sulla stessa strada: le rinunce territoriali di Israele avrebbero placato il mondo palestinese. Questo sentiero, che ha prodotto variegati ritiri, fra cui quello da tutte le città palestinesi e quello, unilaterale, da Gaza, ha visto il moltiplicarsi degli attentati. Lo spargimento di sangue è stato terribile proprio in conseguenza e a seguito delle trattative. La prospettiva della condivisione ha sempre moltiplicato il risentimento ideologico per la presenza ebraica sulla «ummah» islamica, e si è esacerbato, a volte in modo ridicolo, il diniego del fatto evidente che Israele non sia certo un’estraneo sulla terra divenuta cruciale proprio per la scoperta, quattromila anni fa, del monoteismo ebraico.

Ma Netanyahu ha preparato una sua strada. Ha portato il Likud e il suo governo a accettare la formula «due stati per due popoli», con grave rischio per la sicurezza ha tolto un gran numero di check point, ha promosso le riforme economiche del premier Fayyad, e ha compiuto il gran gesto del congelamento degli insediamenti. Ramallah è una bella città dove vale la pena vivere in pace; a Jenin, culla del terrore, è stato aperto un cinema multisala... Ma il comma di questo atteggiamento è il cambiamento strategico di Bibi, che a Washington ha posto due condizioni per la pace, mai state prioritarie: la sicurezza, ovvero la garanzia che un nuovo Stato Palestinese non diventi una succursale missilistica iraniana come Gaza, e che sia demilitarizzato; e il riconoscimento dello Stato d’Israele come stato del popolo ebraico. Abu Mazen ha subito risposto dicendo che non può accettare, e ha riproposto i suoi temi: l’occupazione, Gerusalemme, i profughi. Lui che è un profugo di Safed, non potrebbe fare diversamente.

Ma forse si tratta di una prima dura risposta di facciata, come la precondizione di riconfermare il congelamento per proseguire i colloqui. Anche su questo punto c’è già stato il no di Netanyhu. Ma lo stop alle costruzioni, l’ammissione dei profughi, il ritiro territoriale... tutto questo può essere frastagliato, negoziato, selezionato, per fasi, per zone, per tempi. C’è solo una cosa che deve essere scelta una volta per tutte, e Bibi l’ha capita bene: la decisione di accettare il proprio vicino. Abu Mazen non l’ha ancora fatto. Anche se usa duramente la sua polizia contro Hamas, lo dimostra in tante occasioni come quando ha recitato la sura del Corano per l’apoteosi dell’anima di Amin Al Hindi, il capo dell’eccidio di Monaco del ’72, quando undici atleti israeliani furono trucidati. O quando accetta che una piazza di al Bireh venga intitolata a Dalal Mughrabi, la terrorista che uccise 37 civili israeliani e ne ferì 71 su un autobus. Questo è il nodo: sicurezza e accettazione. Altrimenti i ragazzi palestinesi cresceranno nell’idea che sia la violenza contro gli israeliani la vera soluzione, e non un trattato di pace. Abu Mazen sa che gli ebrei hanno sempre abitato a Safed senza mai andarsene, nei millenni. Che hanno affrontato condizioni molto dure pur di non lasciare la loro terra. Forse non vuole rinunciare all’idea di tornare a Safed, ma sa di aver sempre avuto un appassionato, ben radicato coinquilino.

http://www.ilgiornale.it/esteri/i_colloqui_israeliani_e_palestinesi/04-09-2010/articolo-id=471048-page=0-comments=1

mercoledì 1 settembre 2010

Barak to Haaretz: Israel ready to cede parts of Jerusalem in peace deal




Barak to Haaretz: Israel ready to cede parts of Jerusalem in peace deal
Ahead of start of direct peace talks in Washington, Defense Minister Ehud Barak says Jerusalem's Arab neighborhoods will be part of a Palestinian state; a 'special regime' to govern holy sites.
By Ari Shavit





Ehud Barak has always vacillated between peace and security, dovishness and hawkishness, left wing and right wing. Even when he left south Lebanon, offered the Golan Heights to Hafez Assad and the Temple Mount to Yasser Arafat, he didn't do this as a bleeding heart. He always spoke forcefully, talked about the importance of sobriety. He always spoke about how Israel must survive in a jungle. It must do so even now, on the eve of the peace summit in Washington.



This time, however, Barak is surprisingly - even unusually - optimistic. Perhaps it is because he contributed quite a bit to the summit's unveiling. Maybe it is due to the fact that the summit is his political lifejacket. The defense minister believes in the 2010 peace summit even more than the principals taking part in it.

These past few weeks have been volatile, between the Galant document affair, the appointment of a new chief of staff, the meeting with Jordan's King Abdullah and the sit-down with Mahmoud Abbas. And perhaps more than anything else, Barak was feverishly preoccupied with trying to push Netanyahu across the Rubicon, trying to convince him that there is no choice, trying to convert Benjamin Netanyahu from Yitzhak Shamir to Menachem Begin. Did he succeed?

Up until the last minute, the man who has signed up to also take on the role of foreign minister doesn't know whether he succeeded or not. Perhaps this is why he has chosen to make unequivocal, remarkable statements to Haaretz.

Yet the last-minute-meeting that Barak held with Netanyahu prior to the premier's departure for the United States fueled his optimism. When Barak said what he said from his office at the Defense Ministry headquarters in Tel Aviv, his sense was that there is a good chance that Netanyahu will surprise us.

Ehud Barak, is there any chance that you and Benjamin Netanyahu will succeed in reaching peace with the Palestinians now, the same peace which you did not succeed in achieving in 2000 and Ehud Olmert did not succeed in achieving in 2008?

"In the current reality that is encircling us, there are remarkable changes underway. Thirty years ago, the Arabs competed amongst themselves in spouting rejectionist slogans that were reminiscent of [the three "nos" at] Khartoum. Today the Arab states are competing amongst themselves in arguing over which peace initiative will be adopted by the international community. The same situation is taking place with us. When I returned from Camp David a decade ago, the most vocal critics of my "irresponsible" concessions were Ehud Olmert and Tzipi Livni. Take a look at where they are today. It doesn't mean that the task is a simple one. The gaps are wide and they are of a fundamental nature. But I believe that there is a real chance today. If Netanyahu leads a process, a significant number of rightist ministers will stand with him. So what is needed is courage to make historic, painful decisions. I'm not saying that there is a certainty for success, but there is a chance. This chance must be exploited to the fullest.

What are the principles of a peace deal that you believe can be agreed upon by the conclusion of the talks?

"Two states for two nations; an end to the conflict and the end of all future demands; the demarcation of a border that will run inside the Land of Israel, and within that border will lie a solid Jewish majority for generations and on the other side will be a demilitarized Palestinian state but one that will be viable politically, economically, and territorially; keeping the settlement blocs in our hands; retrieving and relocating the isolated settlements into the settlement blocs or within Israel; a solution to the refugee problem [whereby refugees return to] the Palestinian state or are rehabilitated by international aid; comprehensive security arrangements and a solution to the Jerusalem problem."

What is the solution in Jerusalem?


"West Jerusalem and 12 Jewish neighborhoods that are home to 200,000 residents will be ours. The Arab neighborhoods in which close to a quarter million Palestinians live will be theirs. There will be a special regime in place along with agreed upon arrangements in the Old City, the Mount of Olives and the City of David."

Does the terror attack near Beit Hagai prove the extent to which the current efforts for peace are useless?

"This is a very serious incident, the likes of which we haven't seen for a long time. The Israel Defense Forces and the Shin Bet security service are acting with all their strength to get their hands on those who perpetrated the attack. There will be those who will say that this is the result of weakness and that Netanyahu must return from Washington because they are killing Jews. Yet in looking at the situation in a level-headed way, there is no doubt that this is an attempt to harm the start of the peace talks. So while we are steadfastly safeguarding our security and waging a determined campaign against the perpetrators, we cannot be deterred from working toward the success of the peace negotiations."

sabato 28 agosto 2010

Compleanno di Gilad Shalit. Francia e Gb: liberatelo




Il ministro degli Esteri francese: "Questo compleanno, Gilad lo passera' privo di ogni liberta'. Non ricevera' alcuna visita, ne' della famiglia e di chi gli e' vicino, ne' del Comitato internazionale della croce rossa, in disprezzo di tutte le regole del diritto internazionale umanitario". Gran Bretagna: "La sua detenzione e' ingiustificabile e inaccettabile".


Roma, 28-08-2010

Nel giorno del 24/o compleanno del soldato franco-israeliano Gilad Shalit, il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner ne ha chiesto in un messaggio la "liberazione immediata e incondizionata". Shalit e' prigioniero a Gaza dal 2006, nelle mani dei fondamentalisti islamici di Hamas, gruppo inserito tra le organizzazioni terroristiche anche dall'Unione Europea.

"Questo compleanno, Gilad lo passera' privo di ogni liberta' - scrive Kouchner - Non ricevera' alcuna visita, ne' della famiglia e di chi gli e' vicino, ne' del Comitato internazionale della croce rossa, in disprezzo di tutte le regole del diritto internazionale umanitario".

La Francia, conclude il ministro, prosegue "senza sosta l'azione in favore della liberazione" e "mobilita" le proprie reti "nella regione per far passare messaggi di responsabilita' a tutti quelli che possono, in un modo o nell'altro, contribuire al suo rilascio".

Anche la Gran Bretagna ha lanciato un appello per la liberazione di Shalit. "I pensieri di molti cittadini britannici sono con Gilad Shalit e la sua famiglia, mentre passa il suo compleanno dei 24 anni prigioniero", ha dichiarato un portavoce del ministero degli esteri.

"La sua detenzione e' ingiustificabile e inaccettabile. Il governo britannico chiede la sua liberazione immediata e il suo ritorno in liberta' senza condizioni", ha aggiunto.

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=144520

sabato 14 agosto 2010

Il ministro degli esteri (ufficioso) della Knesset





Di Gil Hoffman

La parlamentare laburista Einat Wilf è alla Knesset da soli sette mesi, eppure è già stata mandata dal presidente della Knesset Reuven Rivlin (Likud) in Giordania, Belgio, Germania e Svizzera, ed ha anche tenuto conferenze da costa a costa negli Stati Uniti.
Rivlin si è fatto un punto di non andare egli stesso all’estero come gesto di protesta dopo i servizi di stampa che l’hanno criticato per aver portato la moglie all’estero durante il suo primo mandato come presidente del parlamento israeliano. Così invece ha inviato la Wilf, una brillante 40enne nata a Tel Aviv ma che ha studiato a Harvard e Cambridge e parla inglese come lingua madre, oltre a francese e tedesco.
“Wilf è una carta vincente per la Knesset – dice Rivlin – E’ diventata un importante ambasciatore della Knesset, e sta facendo un lavoro eccezionale. Mi piace il fatto che sta molto attenta a non focalizzarsi sulle proprie vedute politiche quanto piuttosto a spiegare il sistema democratico in Israele e tutti i diversi approcci presenti nel paese. Se la Knesset avesse un proprio ministro degli esteri, lei sarebbe il mio candidato, insieme a Nachman Shai, all’arabo druso Majalli Whbee e a Yohanan Plesner (che ha studiato a Harvard), tutti e tre di Kadima”.
Rivlin dice che Wilf ha preso il ruolo che in passato alla Knesset era svolto dalla laburista Colette Avital, una ex diplomatica che parla sette lingue, e da Michael Eitan del Likud, che è diventato ministro.
Wilf e Whbee hanno recentemente parlato a Ginevra a un convegno internazionale di presidenti parlamentari dove ha anche preso la parola anche il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani. Interpellata a Ginevra, Wilf ha detto che Larijani ha usato il suo intervento per dare la colpa ai “sionisti” e gli americani d tutti i problemi del mondo a partire dalla guerra del Vietnam. “Ha elogiato la gloriosa vittoria dei valorosi guerrieri Hezbollah contro l’indebolito regime sionista, e ha espresso la speranza che altre ve ne siano – riferisce Wilf – Ma per la maggior parte del discorso si è lamentato delle sanzioni contro l’Iran, che evidentemente toccano sul vivo il suo paese”.
Wilf ha preso la parola in un gruppo di oratori immediatamente dopo che Larijani si era vantato della democrazia e dei diritti delle donne nel suo paese. “Un paese dove le elezioni sono truccate, i candidati al parlamento sono preselezionati e l’opposizione è messa a tacere con torture e assassinii non aiuta né la causa della democrazia né la causa delle donne – controbatte Wilf – Ho detto che tutto questo mi ricordava i bei tempi della vecchia guerra fredda, quando il fatto che un paese avesse nel proprio nome ufficiale i termini ‘repubblica popolare’ o ‘democratica’ era chiara indicazione che non era niente del genere”.
Il primo viaggio all’estero di Wilf in rappresentanza della Knesset è stato alla conferenza Euro-Med ad Amman, dove ha contribuito a convincere la commissione femminile che le donne palestinesi non vivono certo in condizioni peggiori rispetto alle loro controparti in paesi con alti tassi di violenza contro le donne, mutilazioni genitali femminili, analfabetismo. “Persuadendo i delegati europei ho constatato che non dobbiamo metterci in posizione difensiva – spiega Wilf – Sui diritti delle donne, i diritti e la libertà degli omosessuali ecc. abbiamo la possibilità di ribaltare i termini della discussione e di rompere l’isolamento creando nuove alleanze”.
Dopo di allora, Wilf è andata con Shai al Parlamento europeo di Bruxelles subito dopo l’incidente della flottiglia pro-Hamas del 31 maggio, e ha fatto uso del suo ottimo tedesco quando ha fatto parte della prima delegazione israeliana negli ultimi dieci anni al Bundestag di Berlino. Quando arrivano delle delegazioni in visita alla Knesset, Rivlin chiede anche a Wilf di tenere un discorso: tra queste, c’è stata di recente una nutrita delegazione guidata dal presidente della Camera dei deputati italiana Gianfranco Fini.
Dice Wilf che le costa parecchio mancare tante volte dai lavori parlamentari. Ma quando è all’estero in missione ufficiale per conto della Knesset, non è certo considerata un’assenteista anche se perde alcune votazioni chiave della seduta plenaria. “Faccio quello che posso per servire le relazioni estere della Knesset – dice – E’ certamente impegnativo, ma è una sfida che accetto volentieri. La difesa intellettuale di Israele nei consessi internazionali è un fattore assolutamente cruciale”.

(Da: Jerusalem Post, 22.07.10)

domenica 27 giugno 2010

Peres: con gli Usa non ci siamo capiti

Shimon Peres

Il presidente israeliano: la responsabilità del blocco di Gaza ricade su Hamas

ED SANDERS
Mentre Israele si prepara ad allentare il blocco terrestre di Gaza - anche se il suo soldato Gilad Shalit resta prigioniero e Hamas è sempre al potere - molti israeliani si chiedono se l’embargo economico degli ultimi tre anni abbia ottenuto qualcosa di tangibile. Lo ha ottenuto? «Con quel blocco Israele voleva dire ai palestinesi che i razzi di Hamas contro di lei avrebbero fatto male a loro. Ma con due riserve: che non diventasse una punizione collettiva e non creasse una situazione disumana. Così abbiamo misurato ogni cosa. C’è acqua, c’è cibo, ci sono medicinali sufficienti? Ho letto resoconti sulla situazione a Gaza molto negativi. Eppure la gente era vestita correttamente, i mercati pieni di merci. C’era una contraddizione. Non è un caso che non ci sia stata una crisi umanitaria. Ci sentivamo responsabili. E’ Hamas che ha distrutto tutto. Questo lo si dimentica».

Ma le restrizioni israeliane sui beni civili e i rifornimenti sono servite a raggiungere gli obiettivi politici? «Non posso rispondere e non so neppure se sia importante. Avevamo sperato in qualcosa di più. Dopo il ritiro unilaterale da Gaza del 2005, avevamo sperato che una volta fuori dalla Striscia, ne saremmo stati fuori davvero. Non siamo riusciti a capire perché ci bombardassero. Siamo stati davvero sorpresi da quella reazione. Io continuo a non capire. Se chi governa Gaza smilitarizzasse Gaza e il terrorismo, non ci sarebbero problemi. Il destino è nelle loro mani».

Qualcuno teme che Israele stia entrando in una nuova stagione di isolamento internazionale. I suoi comportamenti le stanno facendo perdere amici? «Il fatto che degli estranei facciano pressione su di noi non significa che abbiano ragione. E’ in atto un tentativo di delegittimare Israele. E’ facile. Il blocco arabo ha una maggioranza strutturale alle Nazioni Unite. Non abbiamo mai avuto la minima chance. Io mi chiedo: se stanno delegittimando Israele, chi stanno legittimando? Legittimano anche Hezbollah, Hamas e Al Qaeda. Non è il loro obiettivo, ma se delegittimi la lotta al terrore, la conseguenza è che il terrore viene legittimato».

Non è una semplificazione eccessiva? Criticare le politiche e le pratiche di Israele equivale davvero a delegittimare Israele? «La critica è una cosa, ma se qualcuno dice: “Tornatevene in Polonia. Tornatevene in Germania”, questa non è una critica. Nemmeno se dice che Israele non ha il diritto di esistere».

Quelli sono come gli scoppi d’ira improvvisi. Non sono ciò che s’intende davvero quando si parla dell’isolamento di Israele. «Ma che cosa si vuole da noi? Abbiamo accettato la soluzione dei due Stati. Abbiamo accettato di allentare la situazione in Cisgiordania. Stiamo allentando la situazione a Gaza. Eppure ci sono ancora atti di terrorismo. I Paesi che devono combattere il terrorismo capiscono ciò che facciamo, quelli che si limitano a leggerne, no. Abbiamo una storia che non ha nessun altro. In 62 anni di vita siamo stati attaccati sette volte, e sempre per distruggerci».

Gli Stati Uniti vi sono sempre stati amici, ma ora il presidente Obama sembra ridefinire i termini di questa amicizia. Vi ha chiesto di bloccare la costruzione di nuovi insediamenti e ha firmato una risoluzione invitandovi a firmare il Trattato di non proliferazione nucleare, nonostante le vostre obiezioni. E’ un nuovo genere di amicizia? «L’amicizia fra Israele e America resta. Obama è stato abbastanza corretto da dire che su alcuni punti aveva capito male. E noi dovremmo fare la stessa cosa, su alcuni punti abbiamo capito male. Ma per essere amici non occorre essere d’accordo sempre e su tutto. La tensione è nata sul problema se costruire o no a Gerusalemme Est. Il primo ministro ha detto che costruiremo là dove lo abbiamo fatto per 44 anni, cioè dalla guerra del ’67, e non costruiremo dove da 44 anni non lo facciamo. Ci sono 21 sobborghi palestinesi dove non abbiamo mai costruito».

Washington si è opposto a quel progetto. Vale la pena di inimicarsi il più potente amico per costruire un parco a Gerusalemme Est? «Il sindaco di Gerusalemme ha detto che quello è un problema suo e ritiene di essere nel giusto. C’era un’intesa che di queste aree si discuterà nell’ambito degli accordi di pace. E noi ci stiamo comportando di conseguenza: costruiamo dove abbiamo già costruito».

Alcuni palestinesi hanno definito Gaza un enorme campo di concentramento. «Ma come? Abbiamo lasciato Gaza senza lasciare guardie. Ha mai sentito di un campo di concentramento da cui partano migliaia di razzi?».

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ttp://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201006articoli/56223girata.asp

giovedì 24 giugno 2010

Mettere fine all'incubo di Gilad Shalit




ROMA - Per chiedere la liberazione di Gilad Shalit, rapito quattro anni fa, stanotte il Colosseo si oscurerà. Alla mezzanotte israeliana, le 23 in Italia, le luci del Colosseo verranno spente per chiedere l'immediata liberazione del soldato israeliano prigioniero di Hamas, rapito il 25 giugno 2006 in territorio israeliano.
La manifestazione, alla quale sarà presente il padre di Gilad, è promossa - si legge in un comunicato stampa - dalle associazioni giovanili Bnei Brit Giovani e UGEI (Unione Giovani Ebrei Italiani) per il loro coetaneo. Partecipano il sindaco Alemanno, la Comunità Ebraica di Roma e il Presidente della Comunità Ebraica, Riccardo Pacifici.
Gilad Shalit, il 25 giugno 2009, è stato nominato all'unanimità dal Consiglio comunale, cittadino onorario di Roma e la sua foto è stata esposta a Piazza del Campidoglio con la scritta: "Roma vuole il suo cittadino libero".
Il sindaco Alemanno e il presidente Pacifici, riguardo alla manifestazione al Colosseo, hanno dichiarato: "All'evento sono invitati tutti i cittadini. L'obiettivo è quello di unire le forze e sensibilizzare l'opinione pubblica per riportare Gilad a casa nonché per rilanciare il processo di pace in Medio Oriente"

domenica 13 giugno 2010

Ospedale israeliano salva la vita a un ragazzo palestinese

Di Larry Rich

All’ospedale Emek, in Israele, non importa se sei ebreo, cristiano o palestinese. Giovedì 3 giugno, tre giorni dopo il raid per fermare la flottiglia diretta a forzare il blocco anti-Hamas su Gaza, il quindicenne Muhammed Kalalwe stava lavorando nei campi della sua famiglia. Vivono a Jenin, una città palestinese nella Cisgiordania settentrionale, ai confini con la valle israeliana di Jezreel e la città di Afula. Quel giorno il ragazzo riconobbe una vipera dal morso mortale e cercò di ucciderla con un sasso, ma quello lo attaccò, mordendogli la mano destra. Ci furono urla e panico e, in pochi minuti, il padre del ragazzo, Hafed, afferrò il figlio e lo portò di corsa all’ospedale di Jenin. Lì, tuttavia, non erano attrezzati per curare il ragazzo, non disponendo di siero antivipera, e decisero di mandarlo in ambulanza all’Emek Medical Center di Afula, in Israele.
L’Emek, fondato 86 anni fa, è un ospedale comunitario che serve una popolazione culturalmente varia, divisa in parti uguali tra ebrei ed arabi israeliani. Vi opera uno staff medico misto di ebrei ed arabi,e la sua filosofia è quella della coesistenza attraverso la medicina.
In seguito Hafed ha raccontato che era davvero spaventato all’idea di essere portato all’Emek perché era certo che sarebbero stati ignorati e che nessuno avrebbe nemmeno rivolto loro la parola, ma la mano ed il braccio di suo figlio si erano gonfiati in modo impressionante e il dolore era diventato insopportabile.
La realtà umana dell’Emek ha colpito padre e figlio appena non appena si sentirono salutare in arabo e vennero portati di corsa al pronto soccorso dove lo staff multietnico dell’ospedale israeliano ha somministrato al ragazzo il siero anti-vipera, strappandolo all’ultimo momento alla morte.
Muhammed è poi rimasto due giorni nell’unità pediatrica di terapia intensiva e ora si trova nel dipartimento chirurgico pediatrico dell’Emek, da dove verrà dimesso nei prossimi giorni.
Ho chiesto al padre che cosa provasse, ora, nei confronti dell’ospedale Emek e degli israeliani con cui è venuto in contatto. “Il nostro popolo non sa la verità su di voi e la nostra medicina ha ancora molta strada da fare – mi ha detto – Mio figlio ed io non siamo gli stessi che eravamo prima che questo accadesse, e condivideremo questa esperienza con la famiglia e gli amici”.
Parlando, gesticolava alla classica maniera mediorientale, e quando ci siamo stretti la mano e ho fatto gli auguri ad entrambi, la stretta era ferma e sincera. Ho stretto molte mani simili e guardato in molti occhi palestinesi che hanno visto, qui all’ Emek Medical Center, una realtà che non si sarebbero mai aspettati di vedere.

(Da: israel21c, 09.06.10)
http://www.israele.net/sezione,,2863.htm

giovedì 10 giugno 2010

Come porre fine al blocco di Gaza

Da un editoriale del Jerusalem Post

Crescono le pressioni su Israele perché revochi il blocco sulla striscia di Gaza. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, un risoluto sostenitore di Hamas, ha condizionato il mantenimento delle relazioni diplomatiche con Israele alla fine del cosiddetto assedio. Il primo ministro britannico David Cameron, enunciando la sua retorica anti-blocco in termini più amabili, ha suggerito a Israele “da amico” di porre fine al blocco giacché avrebbe in realtà rafforzato Hamas. (Due posizioni, per inciso, che si accordano molto fra loro.) E persino gli Stati Uniti, secondo il New York Times, potrebbero premere per la fine del blocco. Già nel giungo 2009 il presidente Barack Obama, nel suo famoso discorso al Cairo, sostenne che questa misura è devastante per le famiglie palestinesi senza servire agli interessi d’Israele.
In verità, Israele non ha alcun desiderio di mantenere il blocco. Nell’agosto 2005, con una mossa estremamente lacerante e controversa, Israele ritirò tutti i suoi militari e sradicò i suoi ottomila civili dalla striscia di Gaza. Purtroppo, anziché veder utilizzata la striscia di Gaza non più occupata come un primo passo verso la formazione di un futuro stato palestinese indipendente e responsabile, si avverarono i timori dei più scettici esperti di sicurezza israeliani.
Incoraggiate della convinzione che la violenza terroristica avesse costretto Israele a sgomberare da Gaza, e non più ostacolate dalla presenza delle Forze di Difesa israeliane su quel territorio, Hamas e altre organizzazioni islamiste estremiste aggirarono la carente sorveglianza egiziana sul Corridoio Philadelphia (lungo il confine col Sinai) introducendo nella striscia di Gaza centinaia di razzi Qassam e altre armi. Anche se la nave Karine A con il suo carico di armamenti iraniani venne intercettata nel gennaio 2002, altre navi cariche di armi ed esplosivi molto probabilmente sono riuscite a passare.
Nel giugno 2006, durante uno dei tanti attacchi contro i soldati israeliani di guardia al confine fra Israele e striscia di Gaza, Hamas sequestrò Gilad Shalit. Nel giugno 2007 Hamas strappò con la violenza il controllo della striscia di Gaza all’Autorità Palestinese guidata da Fatah, e diede poi la caccia ai sostenitori dell’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) andando ad eliminare senza pietà anche quelli feriti fin dentro gli ospedali.
Dentro Gaza, Hamas ha istituito un regime estremista islamista che discrimina i cristiani, fa la guerra agli stili di vita laici e promuove attivamente la misoginia, compresi gli omicidi d’onore. Fuori da Gaza, Hamas ha bombardato per mesi e mesi le località civili israeliane con migliaia di obici e razzi, andando a colpire a poco a poco sempre più in profondità nel territorio israeliano. Alla fine di dicembre 2008 (dopo che Hamas aveva rotto in anticipo una sorta di fragile tregua) Israele fu costretto a lanciare una campagna militare nella striscia di Gaza volta a rintracciare e distruggere i razzi e le officine improvvisate dove questi razzi vengono fabbricati.
Se Israele, sotto la pressione internazionale, sarà costretto a togliere il blocco su Gaza, il timore è che ne possa seguire in tempi brevissimi una nuova guerra. La convinzione di Hamas che il terrorismo paga ne uscirebbe infatti ulteriormente confermata. I terroristi di Hamas verrebbero in possesso di razzi e missili a gittata sempre più lunga, fino ad essere in grado di raggiungere la non lontana Tel Aviv o addirittura i sobborghi di Gerusalemme. In effetti, come ha avvertito questa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sono già in possesso di alcune di queste armi.
In teoria Israele potrebbe annunciare che, di fronte alle critiche internazionali, ha deciso di trasferire ogni responsabilità sulla striscia di Gaza alla comunità internazionale stessa. In questo scenario, Israele procederebbe a chiudere completamente i valichi di passaggio fra Israele e striscia di Gaza: rifornimenti, medicinali e altri beni necessari dovrebbero esservi introdotti attraverso il confine con l’Egitto. E, in teoria, Israele non potrebbe più essere incolpato per la supposta “crisi umanitaria” nella striscia di Gaza.
Ma c’è il problema che l’Egitto, che da decenni si rifiuta di assumersi la responsabilità esclusiva di Gaza, non accetterebbe mai questo accomodamento. Un altro problema è che Israele non potrebbe mai contare sul fatto che forze internazionali si adoperino scrupolosamente per impedire il riarmo di Hamas. Il fallimento delle forze Unifil nell’impedire che Hezbollah riempisse di missili iraniani i suoi arsenali nel Libano meridionale è la dimostrazione che questo sistema semplicemente non funziona.
Un’altra opzione, più praticabile, è che Israele ricalibri la lista delle merci incluse nel blocco, specialmente le merci “dual-use” (cioè a doppio uso, sia civile che militare) come il cemento, che può servire per costruire sia edifici civili che bunker a prova di bomba. Già adesso un forum congiunto di organismi israeliani e internazionali si incontra ogni settimana per ridurre al minimo le strozzature e rispondere a singole richieste speciali. Forse, con la collaborazione dell’Egitto e di rispettate organizzazioni d’aiuto internazionali, si potrebbe trovare il modo di garantire che, se cose come il cemento debbono entrare a Gaza, si possa almeno controllare che vengano usate per scopi unicamente pacifici.
Ma, in ogni caso, l’unica vera soluzione per il blocco resta nelle mani della gente di Gaza. Israele ha messo in chiaro che l’assedio verrà tolto non appena la dirigenza politica di Gaza accetterà di riconoscere l’esistenza dello stato ebraico, abbandonare la violenza, rilasciare l’ostaggio Shalit e sottoscrivere gli accordi di pace già firmati in passato fra Israele e Autorità Palestinese (che sono poi le richieste del Quartetto Usa, Ue, Russia, Onu).
Israele non è in guerra con i palestinesi che vivono nella striscia di Gaza, ma con il regime estremista che la controlla e che si adopera attivamente per distruggere ogni presenza di uno stato ebraico. Chi è veramente interessato a portare la pace ed alleviare gli affanni degli abitanti di Gaza dovrebbe puntare a questi obiettivi non tanto facendo pressione su Israele affinché smetta di difendersi, bensì adoperandosi per convincere i palestinesi di Gaza che la via imboccata da Hamas è un vicolo cieco.

(Da: Jerusalem Post, 6.4.10)
http://www.israele.net/articolo,2848.htm

mercoledì 2 giugno 2010

Il “pacifismo” turco

di Noemi Cabitza

A quanto pare la Turchia islamica di Recep Tayyip Erdogan ha assunto la leadership del movimento “pacifista” filo Hamas. No, non è un errore di battitura il mio, non ho sbagliato a scrivere Hamas al posto di “palestinese”. C’è molta differenza tra l’essere filo Hamas e l’essere filo palestinese. E non ho nemmeno sbagliato a mettere la parola pacifista tra il virgolettato, perché adesso vedremo quanto è “pacifista” la Turchia.

La Freedom Flotilla e la Ong IHH – “piccola flotta della libertà” questo significa Freedom Flotilla, un nome che prende in prestito due termini di lingue differenti: freedom dall’inglese e flotilla dallo spagnolo. Senza dubbio un nome suggestivo che evoca epiche lotte per la libertà. In effetti c’è ben poco di pacifista in questo nome ideato dalla Ong turca IHH. Già ieri Miriam Bolaffi nel suo articolo aveva dato una piccola descrizione di questa controversa Ong turca che amministra milioni di dollari e sostiene apertamente la Jihad globale, che da anni sostiene finanziariamente Hamas e altre organizzazioni islamiche legate ai Fratelli Musulmani. Negli anni scorsi, prima dell’avvento di Erdogan, la IHH veniva tollerata dal Governo turco, ma dall’ascesa al potere di Erdogan con il conseguente cambio di rotta islamista della Turchia, la IHH ha assunto sempre più potere all’interno della Turchia. Il Governo turco ha iniziato a finanziarla e, soprattutto, ad usarla. Molto facile usare il paravento di una “organizzazione umanitaria” per condurre una politica aggressiva volta principalmente al potenziamento della linea islamica voluta da Erdogan, una linea che si discosta completamente da quella laica portata avanti dalla Turchia fino qualche anno fa e voluta dal suo padre fondatore, Mustafa Kemal Atatürk. Uno degli scopi principali della IHH è sempre stato quello di sostenere Hamas e in questo il Governo di Erdogan l’ha senza dubbio favorita elargendole diversi milioni di dollari e conducendo una politica estera che gradualmente ha assunto nette posizioni anti-israeliane e filo Hamas. La politica estera implementata dal Governo turco negli ultimi mesi è stata tutta volta a rafforzare i legami con i maggiori nemici di Israele: Siria, Iran ed Hamas. In particolare con l’Iran (ma lo vedremo in seguito) il rapporto si è fatto molto forte. In questo contesto nasce l’idea della Freedom Flotilla, una specie di ariete per scardinare il legittimo blocco imposto da Israele ed Egitto sulla Striscia di Gaza e su Hamas. Paradossalmente, nei fatti accaduti i giorni scorsi, una delle principali vittime è proprio l’Egitto, costretto a riaprire i valichi con Gaza per sedare preventivamente le prevedibili manifestazioni dei Fratelli Musulmani, molto forti in Egitto. La Freedom Flotilla è stata quindi una vera e propria arma politica contro Israele ed Egitto a favore di Hamas e dei suoi padri putativi, quei Fratelli Musulmani ancora così potenti all’interno dell’Egitto, specie in un momento pre-elettorale come questo. Niente di umanitario quindi.

Il patto con gli Ayatollah iraniani – Alla fine del 2008 viene siglato un accordo di collaborazione militare tra Turchia e Iran che all’apparenza riguarda solo il territorio del Kurdistan (quello turco e quello iraniano). Al patto aderirà nel 2009 anche la Siria. L’accordo prevede una collaborazione militare volta a contrastare i gruppi di resistenti kurdi presenti nelle regioni dei rispettivi stati, cioè il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) in Turchia, e il PJAK (Partito per la Libertà del Kurdistan) in Iran e in Siria. In realtà l’accordo prevede ben altre cose, tra le quali la deportazione dei dissidenti (Kurdi e non) di uno qualsiasi dei tre Paesi arrestati durante il transito in uno dei Paesi firmatari. Questa parte dell’accordo ha riguardato in particolare la Turchia e l’Iran, specie negli ultimi mesi. Sono infatti centinaia i dissidenti iraniani arrestati in Turchia e poi deportati in Iran. La dissidenza iraniana ha calcolato che siano circa 800 i dissidenti iraniani arrestati dalla turchia mentre cercavano di raggiungere l’Europa per sfuggire alla repressione degli Ayatollah seguita al colpo di stato dello scorso anno. Di questi almeno 300 sono ancora detenuti nelle carceri turche in attesa di essere deportati in Iran. Secondo Protocollo ha notizie certe di almeno 60 dissidenti iraniani incarcerati attualmente nel carcere di massima sicurezza di Buca Kiriklar a Izmir. L’accordo di collaborazione politico-militare tra Turchia e Iran è solo il primo tassello di quello che diventerà poi un vero e proprio mosaico di interessi militari e politici in Medio Oriente, interessi che giocoforza si scontrano con quelli israeliani ed egiziani e che calpestano apertamente ogni tipo di Diritto Umano.

Il Kurdistan – Da quando Erdogan è salito al potere si è intensificata la repressione contro il popolo kurdo e contro i gruppi di resistenza kurdi. La legge varata nel 2009 che aboliva quella varata da Atatürk che vietava di parlare in lingua kurda (pena l’arresto e una lunga detenzione) non è mai stata applicata. In Kurdistan la polizia turca continua a incarcerare la popolazione beccata a parlare in kurdo. L’aviazione turca bombarda periodicamente i villaggi kurdi dove ritiene si nascondano i guerriglieri del PKK con centinaia di vittime civili. Ma di questo in occidente non se ne parla se non in alcuni siti specializzati gestiti da dissidenti kurdi. Diverse volte l’esercito e l’aviazione turca sono entrati in territorio iracheno per compiere i loro massacri, il tutto senza che nessuno interferisse nonostante le reiterate proteste del Governo della regione Kurda dell’Iraq. Anche in questo caso centinaia di civili iracheni hanno perso la vita. Non c’è che dire, un Paese pacifista la Turchia.

Avanzata dell’Islam estremista – Da quando Recep Tayyip Erdogan è salito al potere la Turchia ha visto il progressivo avanzare dell’Islam più integralista. I Diritti delle donne sono notevolmente regrediti. I casi di violenza legati alle usanze islamiche si sono moltiplicati come i casi di intolleranza religiosa, il tutto nella sostanziale immobilità (quando non compiacenza) del Governo turco. Moltiplicati anche i casi di matrimoni imposti tra adulti e bambine non consenzienti. Non stupisce quindi l’amore turco verso Hamas, notoriamente ben predisposto a questo tipo di matrimoni.

Questo è, molto in sintesi, il “pacifismo” turco. A dire il vero ce ne sarebbero di cose da scrivere, ma è quasi impossibile farlo in un singolo articolo, per cui vedremo di redigere un dettagliato rapporto. Un fatto è certo: se l’Europa vedeva nella Turchia un ponte verso l’islam e per questo voleva (e vuole) il suo ingresso nell’Unione Europea, si sbaglia di grosso. L’unico ponte che può rappresentare l’attuale Turchia è quello verso l’estremismo islamico che, con le frontiere aperte, avrebbe facilmente accesso alle nostre città. I fatti legati alla Freedom Flotilla dimostrano inequivocabilmente la deriva estremista presa dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Secondo Protocollo sta lavorando affinché l’Europa e le Nazioni Unite accertino con chiarezza il ruolo di Ankara in tutta questa faccenda, un ruolo esclusivamente politico e non, come si vuol far intendere, “umanitario” o “pacifista”.

fonte: http://www.secondoprotocollo.org/?p=1058

giovedì 20 maggio 2010

Gaza: 14.000 tonnellate di aiuti umanitari da Israele

Secondo quanto dichiarato ieri dal portavoce dell’IDF (l’esercito israeliano) la scorsa settimana Israele ha introdotto nella Striscia di Gaza 14.000 tonnellate di aiuti umanitari per la popolazione civile. 637 camion per un totale di 14.069 tonnellate di beni di prima necessità. I dati sono stati confermati da alcune organizzazioni umanitarie e, stranamente, anche dall’ufficio dell’Onu a Gaza.

Secondo quanto si può apprendere dai dati diffusi dalle autorità israeliane i beni di prima necessità introdotti nella Striscia di Gaza sarebbero formati da centinaia di migliaia di litri di carburante, 21 camion di latte in povere per bambini, 897 tonnellate di gas da cucina, 27 camion di carne, pollame e pesce, 40 camion di latticini, 117 camion di altro cibo di provenienza animale, 37 camion carichi di prodotti per l’igiene, 22 camion di zucchero e 38 carichi di vestiti e scarpe.

Oltre all’ingresso di aiuti umanitari Israele ha permesso il trasporto in strutture sanitarie israeliane o della Cisgiordania di 781 persone malate insieme ai loro accompagnatori. Contemporaneamente sono stati introdotti nella Striscia di Gaza quattro camion di medicine e di attrezzature mediche. Contemporaneamente agli aiuti è stato permesso l’ingresso nella Striscia di Gaza a 191 operatori umanitari di agenzie internazionali e di Ong.

Gli aiuti sono stati inviati da Israele nel quadro dell’assistenza umanitaria nonostante la Striscia di Gaza sia considerata “territorio ostile” e nonostante sia occupata da una entità (Hamas) che ha più volte dichiarato la sua intenzione di voler distruggere Israele. Non sono mancate le obiezioni a questa operazione, soprattutto da parte di chi chiede notizie certe sulla sorte del caporale Gilad Shalit, tenuto prigioniero da Hamas dal lontano 2006. Tuttavia, nonostante Hamas non permetta a nessuno (Croce Rossa Internazionale compresa) di visitare il caporale Shalit, Gerusalemme ha ritenuto necessario alleviare le sofferenze della popolazione palestinese di Gaza oppressa dalla occupazione di Hamas senza porre alcuna condizione se non quella che gli aiuti umanitari venissero gestiti da organizzazioni umanitarie non legate al movimento terrorista onde evitare che detti aiuti invece che andare ai bisognosi venissero, come al solito, rivenduti al mercato nero dagli uomini di Hamas.

Tratto da Secondo Protocollo (http://www.secondoprotocollo.org/?p=982)

martedì 18 maggio 2010

Uno stato palestinese entro confini provvisori

di Aluf Benn

L’annuncio dell’avvio di “colloqui di prossimità” (negoziati indiretti) fra Israele e palestinesi solleva diverse questioni: di cosa esattamente si parlerà? Cos’altro si potrà rilanciare, nel processo di pace, dopo che tutto sembra essere stato tentato mentre la pace resta inafferrabile? Che asso avrà mai nella manica il mediatore del momento, George Mitchell, che non fosse a diposizione dei suoi frustrati predecessori?
Israele vuole tirarsi fuori dal pantano del controllo sui palestinesi, che lo accusano di apartheid e lo costringono a scegliere fra identità ebraica e democrazia. Ma Israele vuole anche conservare parte della Cisgiordania, i principali blocchi di insediamenti e il controllo sulla sicurezza, e vorrebbe preservare la sovranità su Gerusalemme.
La risposta di Israele a questo stallo prevede la promozione dell’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Salam Fayyad ad ente responsabile di una comunità politica all’interno di confini provvisori. Questo staterello verrebbe creato grazie a un voto speciale dell’Onu, assolvendo di fatto Israele dalle responsabilità sulla popolazione palestinese. Le contese sui territori rimanenti, sui profughi e su Gerusalemme verrebbero appianate più tardi attraverso trattative fra i due stati sovrani, Israele e Palestina, e non tra un occupante e gli occupati. […]
Un anno fa il Reut Institute raccomandò che Washington presentasse una sua prospettiva di accordo finale tale da offrire ai palestinesi un “orizzonte diplomatico” grazie al quale far nascere uno stato palestinese entro confini provvisori. Il presidente d’Israele Shimon Peres ha avanzato una proposta simile, suggerendo colloqui separati rispettivamente per un accodo (su uno stato) provvisorio e un accordo per la composizione definitiva del conflitto.
Dopo un anno di inutili dispute sullo sgombero degli insediamenti, uno stato palestinese provvisorio sembrerebbe effettivamente l’accomodamento per ora più praticabile, o grazie a un accordo concordato o attraverso una decisione unilaterale israeliana.
Si tratta naturalmente di un tema soggetto a limitazioni polirci, ma per ora Israele potrebbe adattarsi a un circoscritto sgombero di insediamenti e avamposti, mantenendo il controllo sulla sicurezza e senza negoziare, per il momento, su Gerusalemme. Intanto ai palestinesi non verrebbe chiesto nulla in cambio: né di riconoscere Israele come stato ebraico, né di abbandonare la rivendicazione del “ritorno”, due cose che Netanyahu pone come condizioni per arrivare a un accordo finale.
Ma qui stanno anche i punti deboli di questa iniziativa. Le dispute sulle questioni più delicate resterebbero intatte, minacciose come spade di Damocle, e Israele verrebbe trascinato in conflitti interni sugli insediamenti. Il tutto senza una reale soluzione del conflitto in senso più ampio.
Netanyahu pare convinto che l’unica risposta all’attuale stallo diplomatico sarebbe un accordo interinale basato su uno stato palestinese entro confini provvisori, ma esita a sostenere apertamente questa idea. Vorrebbe piuttosto arrivare a questo risultato per mancanza di alternative, sotto le forti pressioni americane e – se possibile – in cambio di un intervento americano contro l’Iran: come il suo predecessore Ariel Sharon, che sgomberò dalla striscia di Gaza solo dopo che George W. Bush era intervenuto contro l’Iraq di Saddam Hussein.

(Da: Ha’aretz, 28.4.10)
http://www.israele.net/articolo,2826.htm

lunedì 10 maggio 2010

Cosa aspettarsi dai colloqui indiretti israelo-palestinesi

Di Barry Rubin

La domanda del giorno è: i colloqui indiretti fra Israele e Autorità Palestinese faranno fare progressi al “processo di pace” o risulteranno un fallimento?
In effetti, c’è da domandarsi, a questo punto, quanti sono gli ingenui che credono che la pace sia a portata di mano, e quanti sono i disinformati indotti a pensare che la mancanza di pace sia colpa di Israele.
Quello che occorre, per capire la questione, è esattamente ciò che non viene spiegato da politici, accademici e da tanta parte dei mass-media: l’Autorità Palestinese non ha la volontà né la capacità di arrivare a un accordo di compromesso per la pace. L’estremismo fra i suoi ranghi e nella sua opinione pubblica, unitamente alla sfida sempre presente di Hamas, legano le mani di leader palestinesi che già di per sé non sono poi tanto moderati. Troppo forte è la tentazione di credere che, continuando a “lottare”, a dire “no” e a cercare di capovolgere il sostegno occidentale a Israele, finiranno per ottenere tutto quel che vogliono senza cedere nulla.
Ma questi specifici colloqui, in questo specifico momento, potranno portare un progresso o un insuccesso? Dipende da cosa si intende per “progresso” e da cosa si intende per “fallimento”. Se si pensa di arrivare a un accordo di pace globale, allora il risultato sarà un fallimento perché, tanto per cominciare, l’Autorità Palestinese non vuole un accordo globale: sia le sue politiche interne, sia l’inebriante convinzione che l’amministrazione Obama darà loro ciò che vogliono, tendono a produrre maggiore intransigenza. Se gli Stati Uniti intendono imporre una soluzione ad ogni costo, l’Autorità Palestinese, avendo sentore che questo atteggiamento non può che sfociare nel fallimento dei colloqui, non si sentirà in alcun modo incoraggiata ad accettare un accordo. A quel punto, qualunque tentativo di forzare le cose fatto da persone che in effetti – siamo onesti – non capiscono granché delle questioni in ballo, né di come funziona la politica in Medio Oriente, alla lunga potrà solo portare a un disastro.
Se invece più saggiamente si useranno questi colloqui per ridurre le tensioni fra le parti e affrontare problemi più immediati cui è possibile dare una risposta – crescita economica, cooperazione per la sicurezza, modalità per rendere l’Autorità Palestinese più stabile politicamente, migliore per la sua popolazione e capace di sopravvivere alla sfida di Hamas – allora questi colloqui potranno essere proficui.
Dal punto di vista dell’amministrazione Obama, se si accontenterà della “grande impresa” d’aver ottenuto colloqui indiretti (dopo che la sua politica ha contribuito a ritardarli tanto a lungo), allora potrà fare la lieta scoperta che tali colloqui possono avere un valore in se stessi. E si convincerà che quei colloqui possono rabbonire arabi e musulmani, rendendo più accessibili gli obiettivi della politica americana su altre questioni grazie al sostegno arabo, ad esempio, su ciò che gli Stati Uniti stanno facendo per le sanzioni all’Iran, o per il ritiro dall’Iraq, o per ridurre il terrorismo anti-americano. Il che è tutt’altro che certo, ma farà sentire meglio l’amministrazione Usa e forse i suoi elettori.
Se i colloqui diventeranno diretti il mondo se ne rallegrerà molto, dimenticando che questo ci riporta semplicemente alla situazione che c’era nel 2008, peraltro anche allora senza grandi progressi. In effetti, colloqui diretti fra israeliani e palestinesi sono andati avanti per diciassette anni, con Israele che per tutto quel periodo ha offerto uno stato palestinese come esito dei colloqui, e che già dieci anni fa offriva ai palestinesi la possibilità di costituire subito uno stato con capitale a Gerusalemme est e un territorio equivalente a tutta la Cisgiordania e la striscia di Gaza.
A proposito, quando finalmente si vedranno i più seguiti mass-media occidentali riportare con esattezza quelle che sono le vere richieste di Israele per una composizione di pace definitiva? E cioè: garanzie per la sicurezza, cessazione di ogni ulteriore rivendicazione palestinese, uno stato palestinese smilitarizzato senza eserciti stranieri sul suo suolo, reinsediamento dei profughi palestinesi nello stato palestinese, riconoscimento di Israele come stato ebraico in cambio del riconoscimento della Palestina come stato arabo? Non sono, questi punti, almeno altrettanti rilevanti delle richieste palestinesi circa uno stato, lo smantellamento degli insediamenti ebraici e le rivendicazioni territoriali? Finché i leader occidentali non capiranno perché non vi sono stati progressi e finché non imposteranno le loro politiche di conseguenza, come porrà esservi una svolta tale da risolvere la questione?

(Da: Global Research in International Affairs-GLORIA, 4.5.10)
(http://www.israele.net/articolo,2819.htm)