La minaccia del terrorismo internazionale connota l'attuale fase di trasformazione del sistema politico internazionale. Una ricostruzione delle vicende storico-politiche che hanno scosso l'intero pianeta. Da una parte lo Stato d'Israele e dall'altra la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese, dietro l'affermarsi del terrorismo.
venerdì 16 novembre 2012
Netanyahu: «Israele non intende tollerare attacchi di razzi su un quinto della sua popolazione»
“Nelle settimane e nei giorni scorsi Hamas e le altre organizzazioni terroristiche della striscia di Gaza avevano reso impossibile la vita di più di un milione di cittadini israeliani nel sud del paese. Nessun governo tollererebbe una situazione che vede un quinto della propria popolazione vivere sotto un incessante fuoco di fila di razzi e missili. E Israele non intende tollerarla”.
Inizia con queste parole una dichiarazione che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rilasciato giovedì pomeriggio alla stampa estera. “Questo è il motivo per cui il mio governo – ha proseguito Netanyahu – ha dato istruzione alle Forze di Difesa israeliane di condurre raid chirurgici mirati contro le strutture terroristiche a Gaza. Per lo stesso motivo Israele continuerà a intraprendere tutte le iniziative necessarie per difendere la propria popolazione. Voglio ricordare che sette anni fa Israele si è ritirato da Gaza fino all'ultimo centimetro quadrato. Poi Hamas ha preso il controllo delle aree sgomberate. E che cosa ha fatto? Anziché costruire un futuro migliore per gli abitanti di Gaza, i capi di Hamas, sostenuti dall'Iran, hanno trasformato Gaza in una roccaforte del terrorismo. Hanno sparato migliaia di razzi sulle nostre città e cittadine, sui nostri civili, sui nostri bambini. Hanno introdotto clandestinamente a Gaza migliaia di razzi e missili, li hanno piazzati deliberatamente nelle aree civili: nelle case, nelle scuole, a ridosso degli ospedali. Solo dall'inizio di quest’anno hanno sparato più di mille razzi e missili contro Israele, compresi i duecento lanciati in queste ultime ventiquattro ore. Sottolineo tutto questo perché è importante capire un punto molto semplice: non c’è alcuna simmetria morale, non c’è alcuna equivalenza morale fra Israele e le organizzazioni terroristiche della striscia di Gaza. I terroristi commettono un doppio crimine di guerra: sparano sui civili israeliani e si nascondo dietro ai civili palestinesi. Israele, al contrario, adotta ogni misura possibile per cercare di evitare vittime civili. Ho visto oggi la foto di un bambino sanguinante. È un’immagine che dice tutto: Hamas prende deliberatamente di mira i nostri bambini e piazza deliberatamente i suoi razzi in mezzo ai loro bambini. Nonostante questa realtà di fatto, ed è una realtà di fatto estremamente difficile, Israele continuerà a fare tutto quanto in suo potere per evitare vittime civili".
"Devo dire – ha concluso il primo ministro israeliano – che dai miei colloqui coi leader del mondo traggo la convinzione che capiscono bene questo stato di cose. Ieri ho parlato col presidente Obama e l’ho informato sulle operazioni di Israele. Voglio esprimere ancora una volta apprezzamento al presidente Obama per il suo inequivocabile sostegno al diritto di Israele di difendersi. Così come voglio esprimere apprezzamento agli altri leader con cui ho avuto occasione di parlare nelle ultime ventiquattro ore: il presidente francese Hollande, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, il ministro degli esteri dell’Unione Europea Catherine Ashton, il rappresentante del Quartetto Tony Blair. Desidero ringraziarli per la loro comprensione della necessità e del diritto che ha Israele di difendersi. Nelle ultime ventiquattro ore Israele ha messo in chiaro che non intende tollerare attacchi di razzi e missili sui suoi civili. Mi auguro che Hamas e le altre organizzazioni terroristiche di Gaza abbiano recepito il messaggio. In caso contrario, Israele è pronto a prendere ogni iniziativa necessaria per difendere la propria popolazione”.
(Da: MFA, 15.11.12)
sabato 20 ottobre 2012
Beirut sconvolta dall'ennesimo attentato
di Salvatore Falzone
Attentato terroristico ieri nel cuore di Beirut. Un’autobomba imbottita di esplosivo nel cuore cristiano della capitale ha falciato la vita di 8 persone provocando almeno 80 feriti. L’obiettivo dell’attentato era Wassim al Hassan, capo dei servizi di intelligence libanesi. Hassan, amico dell’ex Premier Hariri, aveva indagato all’indomani della strage di San Valentino del 2005 sui mandanti dell’eccidio raccogliendo prove nei confronti degli Hezbollah- tra i quali spicca il nome assai noto alle intelligence internazionali di Mustafa Badreddin- e del regime di Damasco.
Inoltre, poco tempo fa, aveva fatto arrestare il deputato libanese Michel Samaha, filo siriano, accusato di aver trasportato materiale dinamitardo per compiere attentati nel Paese sotto le direttive del regime pro Assad. Arresto che aveva fatto infuriare gli Hezbollah i quali accusavano Hassan di essere al soldo dell’Esercito libero siriano e di rifornirli di armi attraverso il territorio libanese.
L’attentato ha il duplice scopo di mandare il messaggio al Tribunale Penale internazionale, che si occupa dell’uccisione di Rafik Hariri, e di internazionalizzare il conflitto siriano, sebbene già da tempo gli schieramenti parlano chiaro: Turchia, Usa, Arabia Saudita da un lato e Iran, Russia dall’altro. Il Libano, come al solito, si trova al centro dove ognuno dei vari attori gioca la sua partita sul territorio del Paese dei Cedri. Intanto ieri, dopo la strage, la tensione è arrivata alle stelle riaccendendo gli scontri intercomunitari specie tra sunniti e sciiti. La mai sopita guerra civile libanese rischia di riesplodere portando l’intera regione verso una nuova guerra allargata.
sabato 6 ottobre 2012
Giordania, l'ultimo tassello della triste favola della "primavera araba"
I fratelli musulmani in piazza contro Re Abdullah II, ultimo baluardo di stabilità in un Medio Oriente sempre più in fiamme
In Giordania regna una monarchia illuminata, profondamente religiosa e tollerante, ispirata a un’idea laica di governo e al modello di un Islam moderato che è stato ed è un elemento di pace e stabilità in una regione, quella mediorientale, attraversata da conflitti sotterranei e, ciclicamente, da guerre conclamate. Allora smettiamola di raccontarci la favola della primavera araba nel momento in cui vediamo ripetersi il film della piazza che si solleva contro la “dittatura”. Re Abdullah II di Giordania ha sciolto il parlamento in piena sintonia con le scelte che ha fatto prima di lui il Re del Marocco, un’altra monarchia “illuminata” e lungimirante, che per il momento sembra riuscita a arginare le rivendicazioni del fondamentalismo islamico.
Ci riusciranno Abdhullah II e la Regina Rania, tanto amata in Occidente? Dobbiamo augurarci di sì, ma il clima è rovente e non è detto che la dirigenza giordana, dimostratasi finora tanto saggia e abile da resistere con dignità al contagio delle guerre del confinante Iraq di Saddam Hussein, rischia per la prima volta, davvero, di soccombere a un movimento che appartiene alle grandi correnti della Storia. Un movimento che spazia da un capo all’altro del Califfato ideale sognato da Osama bin Laden e dai suoi emuli e nipoti, un progetto che affonda nell’ideologia e teologia dei Fratelli Musulmani che hanno appena conquistato, sull’onda della sedicente “primavera araba”, la loro culla, la loro patria, l’Egitto.
Il sovrano hashemita dovrà adesso calibrare le riforme per venire incontro a richieste che non hanno però come fine la democrazia, ma il potere. Un potere improntato alla fratellanza nella sharia.
Già oggi l’opposizione e i Fratelli Musulmani sono riusciti a portare in piazza ad Amman migliaia, forse decine di migliaia di persone (50 mila secondo gli organizzatori). La sinistra laica chiede riforme e lotta alla corruzione. Lo stesso chiedono, con uno spirito conservatore, retrogrado e potenzialmente violento, le masse galvanizzate dalla risorgenza estremista in tutto il mondo arabo.
Bisogna sperare che da un lato Re Abdullah II possa contare ancora sul proprio prestigio personale, poi sulla tenuta del proprio clan e del proprio sistema di potere “illuminato”, e in ultimo sulla fedeltà dell’esercito. C’è poco da tifare per la piazza a ogni costo, proprio come fu un errore tifare per la caduta dello Scià in Persia/Iran.
È arrivato il momento di risvegliarsi dall’illusione tutta occidentale che nel Nord Africa e in Medio Oriente si possa credere nella rivoluzione liberale, quando la realtà è una esplosiva coincidenza tra frustrazione popolare e propaganda integralista, opportunamente alimentate da anni e anni di duro lavoro dei “fratelli musulmani” e loro affini tra la gente.
La propaganda religiosa, la beneficienza e il volontariato sono serviti solo a gettare basi solide per una nuova e più insidiosa forma di regime basato insieme sul consenso e sulla mancanza di libertà. Dietro il paravento della democrazia e solidarietà, spuntano le fiamme di un incendio che prelude a un lungo “inverno arabo”. La Giordania e Amman sono solo l’ultimo tassello.
http://mondo.panorama.it/marco-ventura-profeta-di-ventura/Giordania-l-ultimo-tassello-della-triste-favola-della-primavera-araba
sabato 29 settembre 2012
Un agente francese dietro la morte di Gheddafi
Il merito della cattura del rais sarebbe stato dei servizi di Parigi. Il Colonnello «venduto» all’Occidente da Assad] l merito della cattura del rais sarebbe stato dei servizi di Parigi. Il Colonnello «venduto» all'Occidente da Assad
TRIPOLI - Sarebbe stato un «agente straniero», e non le brigate rivoluzionarie libiche, a sparare il colpo di pistola alla testa che avrebbe ucciso Moammar Gheddafi il 20 ottobre dell’anno scorso alla periferia di Sirte. Non è la prima volta che in Libia viene messa in dubbio la versione ufficiale e più diffusa sulla fine del Colonnello. Ma ora è lo stesso Mahmoud Jibril, ex premier del governo transitorio e al momento in lizza per la guida del Paese dopo le elezioni parlamentari del 7 luglio, a rilanciare la versione del complotto ordito da un servizio segreto estero. «Fu un agente straniero mischiato alle brigate rivoluzionarie a uccidere Gheddafi», ha dichiarato due giorni fa durante un’intervista con l’emittente egiziana «Sogno Tv» al Cairo, dove si trova per partecipare ad un dibattito sulle Primavere arabe.
PISTA FRANCESE - Tra gli ambienti diplomatici occidentali nella capitale libica il commento ufficioso più diffuso è che, se davvero ci fu la mano di un sicario al servizio degli 007 stranieri, questa «quasi certamente era francese». Il ragionamento è noto. Fin dall’inizio del sostegno Nato alla rivoluzione, fortemente voluto dal governo di Nicolas Sarkozy, Gheddafi minacciò apertamente di rivelare i dettagli dei suoi rapporti con l’ex presidente francese, compresi i milioni di dollari versati per finanziare la sua candidatura e la campagna alle elezioni del 2007. «Sarkozy aveva tutti i motivi per cercare di far tacere il Colonnello e il più rapidamente possibile», ci hanno ripetuto ieri fonti diplomatiche europee a Tripoli.
RIVELAZIONI - Questa tesi è rafforzata dalle rivelazioni raccolte dal «Corriere» tre giorni fa a Bengasi. Qui Rami El Obeidi, ex responsabile per i rapporti con le agenzie di informazioni straniere per conto del Consiglio Nazionale Transitorio (l’ex organismo di autogoverno dei rivoluzionari libici) sino alle metà del 2011, ci ha raccontato le sue conoscenze sulle modalità che permisero alla Nato di individuare il luogo dove si era nascosto il Colonnello dopo la liberazione di Tripoli per mano dei rivoluzionari tra il 20 e 23 agosto 2011. «Allora si riteneva che Gheddafi fosse fuggito nel deserto e verso il confine meridionale della Libia assieme ad un manipolo di seguaci con l’intenzione di riorganizzare la resistenza», spiega El Obeidi. La notizia era ripetuta di continuo dagli stessi rivoluzionari, che avevano intensificato gli attacchi sulla regione a sud di Bani Walid e verso le oasi meridionali. In realtà Gheddafi aveva trovato rifugio nella città lealista di Sirte. Aggiunge El Obeidi: «Qui il rais cercò di comunicare tramite il suo satellitare Iridium con una serie di fedelissimi fuggiti in Siria sotto la protezione di Bashar Assad. Tra loro c’era anche il suo delfino per la propaganda televisiva, Yusuf Shakir (oggi sarebbe sano e salvo in incognito a Praga). E fu proprio il presidente siriano a passare il numero del satellitare di Gheddafi agli 007 francesi. In cambio Assad avrebbe ottenuto da Parigi la promessa di limitare le pressioni internazionali sulla Siria per cessare la repressione contro la popolazione in rivolta». Localizzare l’Iridium del dittatore con i gps sarebbe poi stato un gioco da ragazzi per gli esperti della Nato. Se fosse confermato, fu quello il primo passo che portò alla tragica fine di Gheddafi poche settimane dopo.
http://www.corriere.it/esteri/12_settembre_29/gheddafi-morte-servizi-segreti-francesi-libia_155ed6f2-0a07-11e2-a442-48fbd27c0e44.s
domenica 16 settembre 2012
Most U.S. government workers, families evacuated from Tunisia, Sudan
By Michael Birnbaum and Karen DeYoung, Published: September 15
CAIRO — The Obama administration ordered the evacuation of all but emergency U.S. government personnel, and all family members, from diplomatic missions in Tunisia and Sudan on Saturday and warned Americans not to travel to those countries.
The action came as leaders across the Muslim world took stock of their relationship with the United States, a major provider of aid and investment, and struggled to balance it with the will of their populations. In Sudan, the State Department order came after the government in Khartoum rejected a U.S. request to send a Marine anti-terrorism unit to protect the embassy there, which came under attack by protesters Friday.
In Yemen, al-Qaeda in the Arabian Peninsula issued a statement urging more killings of U.S. diplomats, and the Yemeni parliament demanded that all foreign troops in the country be sent home, including roughly 50 U.S. Marines deployed to protect the embassy there. The U.S. military and CIA have been in Yemen for some time, in cooperation with the Yemeni government, as part of counterterrorism operations.
The decision to evacuate was the latest consequence of a week of anti-American rage across more than 20 countries in the Muslim world, although most were quiet Saturday. U.S. officials said they ordered the evacuations out of caution rather than knowledge of any specific threats. The United States does not currently have an ambassador assigned to Sudan but maintains a diplomatic presence there.
The order leaves a significantly reduced diplomatic presence in Tunisia, the country that sparked the Arab Spring last year, where additional security was also deployed to the embassy last week. A travel warning issued for Tunisia noted that the international airport was open in Tunis, the capital, “and U.S. citizens are encouraged to depart by commercial air.”
Saturday’s pullback follows the evacuation of 50 U.S. diplomatic personnel from Libya, where Ambassador J. Christopher Stevens and three other State Department employees were killed Tuesday in an assault on the consulate in Benghazi.
As the administration continued to reach out aggressively to its allies and partners in the region and beyond, Secretary of State Hillary Rodham Clinton spoke by telephone Saturday with the leaders or foreign ministers of Britain, Libya, Egypt, France, Saudi Arabia, Turkey and Somalia, the State Department said.
In Egypt, after days of pressure from the United States, President Mohamed Morsi took decisive action Saturday against lingering protests near the U.S. Embassy, with police making arrests and clearing Tahrir Square of demonstrations whose cause Morsi had only days earlier endorsed. But he had to contend with continued pressure from ultraconservative Muslims and disaffected young people who had fought for days near the embassy.
Morsi had been in the middle of negotiating more than $1 billion in aid, debt forgiveness and U.S. investments when protesters, prodded by rage over an obscure anti-Islam video that was made in the United States, stormed the embassy walls and pulled down and destroyed the American flag. The assistance talks have been subsumed by the days of protests near the embassy – some of which were called for by Morsi’s own Muslim Brotherhood party.
http://www.washingtonpost.com/world/anti-us-fury-widens-in-muslim-world-as-protests-rage-in-many-countries/2012/09/15/894e2cbc-ff2f-11e1-b153-218509a954e1_story.html
sabato 15 settembre 2012
Libia, ucciso l'ambasciatore Usa "Attacco pianificato da Al Qaeda" Obama manda i marines e i droni
L'assalto alla sede diplomatica
di Bengasi per un film blasfemo: quattro morti e decine di feriti.
Evacuato il personale americano
L’ombra di Al Qaeda si allunga sulla morte dell’ambasciatore Usa in Libia Chris Stevens, ucciso ieri notte nell’assalto alla sede di rappresentanza statunitense a Bengasi. Con lui hanno perso la vita altri tre americani, un funzionario e due marines. Nell’attacco sono rimasti feriti altri cinque civili statunitensi e sono morti una decina di agenti di sicurezza libici.
La reazione di Washington è durissima.
Gli Stati Uniti hanno deciso di evacuare tutto il personale diplomatico e non presente in Libia. All’ambasciata di Tripoli resterà solo una unità di emergenza. L’amministrazione Obama parla di atto «oltraggioso». Droni e almeno 200 marines che sono in viaggio per la Libia, come altre unità di elite, chiamate ad assicurare la sicurezza a Tripoli e Bengasi, come in Afghanistan ed Egitto. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che appena ieri aveva ricordato le vittime delle Torri Gemelle, ha promesso che «sarà fatta giustizia» ma che i legami fra gli Stati Uniti e la Libia «non si romperanno».
LA PROTESTA
Tutto è iniziato con la protesta per un film anti-Maometto che già ieri aveva scatenato le proteste al Cairo, con dimostrazioni violente sfociate nell’assalto all’ambasciata nella capitale egiziana, condito con scritte come «Osama bin Laden riposi in pace». Ma la concomitanza con l’anniversario dell’11 settembre non può rimanere una semplice coincidenza, nè tantomeno l’annuncio "ufficiale" della morte di Abu al-Libi, il numero due di Al Qaeda ucciso in giugno che proprio ieri Ayman al Zawahiri, il successore di Bin Laden, ha deciso di confermare.
IL FILM "BLASFEMO"
La dinamica degli eventi di Bengasi è ancora difficile da chiarire: secondo numerose testimonianze, una dimostrazione "pacifica" contro il film su Maometto è stata l’occasione per dar vita a un vero e proprio assalto, a colpi di armi automatiche, Rpg e mitragliatrici pesanti. I miliziani di Ansar al-Sharia, i ’partigiani della legge islamicà, protagonisti negli ultimi mesi di numerosi episodi di intimidazione e violenza «hanno bloccato tutte le strade di accesso alla sede Usa, e dicevano di voler uccidere tutti quelli che si trovavano dentro», ha raccontato un testimone, appartenente a una brigata dei ribelli incaricata di mantenere l’ordine a Bengasi. Il console italiano, Guido De Sanctis, che si trovava a poca distanza - e che stamani avrebbe dovuto incontrare proprio Stevens per «fare il punto sulla situazione» in vista dell’elezioni da parte del neonato Parlamento libico del nuovo premier - ha riferito di «un gran botto, il caos» e di una sparatoria intensa.
LA BATTAGLIA DI BENGASI
E' stato un confronto «feroce», andato avanti per ore e che, secondo le autorità libiche, ha lasciato sul campo almeno 10 ribelli incaricati della sicurezza. Ansar al-Sharia ha negato un coinvolgimento «ufficiale» nell’attacco, ma si è congratulata con coloro che hanno portato a compimento l’attacco «per difendere il profeta Maometto». Funzionari dell’amministrazione Usa, citate dalla Cnn, hanno parlato di un «attacco pianificato da al Qaida», nel quale la vicenda del film ’blasfemò ha svolto solo un ruolo «diversivo». Gli esperti anti-terrorismo collegano l’episodio all’uccisione di al-Libi, e a una vendetta di al Qaida: «Gli estremisti sapevano che l’ambasciatore era nell’edificio», spiegano alcune fonti. Altri due americani, del corpo dei Marines, sarebbero stati uccisi invece in una «casa» dove alcuni impiegati della sede diplomatica erano stati «messi al sicuro» dopo il primo assalto al consolato. Stevens è il primo ambasciatore americano assassinato dal 1979, l’ultimo aveva perso la vita in Afghanistan. E Washington non esclude neppure l’uso dei droni per dare la caccia ai responsabili. I medici hanno provato a rianimarlo per oltre un’ora e mezza senza successo. È morto per asfissia e i video e le foto che circolano sui suoi ultimi momenti sono atroci.
IL MONDO CONDANNA
La condanna dell’assalto a Bengasi è unanime: si sollevano i musulmani, la comunità internazionale, a partire dalla stessa Tripoli. Il capo dello Stato Giorgio Napolitano parla di «vile atto terroristico», il premier Mario Monti, come l’Onu, sottolinea la «ferma condanna». «Orrore e sdegno per un gesto infame», sono invece le parole di Giulio Terzi. Ma il film su Maometto e l’arrivo dei Marines in Libia rischiano di creare nuove tensioni e violenze con i ribelli libici, anche quelli non legati all’Islam, che già parlano di «invasione Usa».
http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/468286/
Film su Maometto, rabbia islamica L'Onu condanna attacchi e violenze Al Qaeda: colpite le ambasciate Usa
Rimane alta tensione in tutto
il Medioriente dopo gli attacchi. Obama: proteggete i cittadini
Continuate le manifestazioni contro il film anti-Islam. E attaccate quante più ambasciate Usa potete, in Medio oriente, Africa e Occidente. Questo a grandi linee il messaggio che Aqma, la cellula di al Qaida nella penisola araba ha lanciato a tutti i musulmani, come rende noto Site, il sito di base negli Usa che monitora le attività dei gruppi jihadisti sul web. Tutto questo mentre dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu arriva la condanna più ferma della serie di attacchi e violenze contro i consolati a stelle e strisce e degli altri Paesi occidentali avvenuti non solo nel nord Africa, ma anche in Asia e Australia. «Atti ingiustificabili qualsiasi siano le loro motivazioni», si legge nella nota, con riferimento alla pellicola che ha scatenato l’ira degli islamici, in cui si ricorda anche i principi fondamentali che tutelano l'inviolabilità delle sedi diplomatiche.
La pellicola "blasfema"
Al centro della disputa il film prodotto negli Stati Uniti, giudicato blasfemo perché insulterebbe Maometto, contro cui il mondo arabo fondamentalista ha indetto una «crociata». L’intenzione è quella di colpire obiettivi-chiave: funzionari e delegati delle ambasciate in primo luogo. Per questo migliaia di persone negli ultimi giorni sono scesi in piazza Nord Africa al Sud-Est asiatico, nel primo venerdì di preghiera dopo la messa in rete su Youtube della pellicola che è costata la vita all’ambasciatore americano in Libia, morto martedì notte insieme a tre connazionali. Perfino a Sidney hanno sfilato in oltre cinquecento al grido di «Decapitazione per tutti quelli che insultano il Profeta».
In Sudan
Epicentro degli scontri di ieri è stato Khartoum, in Sudan, dove sono finite nel mirino le sedi diplomatiche di Germania e Regno Unito. Proprio qui ci sono stati tre dei 10 morti rimasti sul terreno negli scontri - in alcuni casi violentissimi, in altri più blandi - con le forze di sicurezza intervenute a impedire saccheggi e vandalismi e a fermare gli assalti con ampio uso di gas lacrimogeni e idranti, ma anche sparando ad altezza d’uomo. E se i militari britannici sono riusciti a difendere i loro edifici, i tedeschi non sono riusciti ad arginare la furia dei manifestanti che premevano per entrare nel compound, mentre agitavano i vessilli neri dell’integralismo.
Le vittime
Intanto, riparte la conta delle vittime. Secondo il sito Tunisie Numerique, che cita fonti ospedaliere, è salito a quattro quello dei morti nella capitale, mentre in Libano un uomo è rimasto ucciso dalle forze di sicurezza dopo aver dato l’assalto a un fast food americano a Tripoli, seconda città del Paese. Difficile anche la situazione al Cairo, benchè i Fratelli musulmani del presidente Mohamed Morsi avessero ritirato un loro precedente appello a scendere in piazza in tutto l'Egitto. Centinaia di persone hanno continuato per tutta la giornata a fronteggiare la polizia, schierata massicciamente a protezione dell’ambasciata americana. E in serata è stato trovato nei pressi di una moschea il cadavere di un giovane.
L'ira del mondo arabo
Washington non perde tempo e, dopo aver inviato marines e droni a Bengasi in Libia, ha comunicato la spedizione di altri militari a protezione delle installazioni occidentali nella capitale yemenita Sanaa, dove le autorità sono nuovamente intervenute in forze con lacrimogeni e idranti. Ma le dimostrazioni di massa "globali" sono stati veramente molte, dal’Iran all’Iraq, dal Marocco alla Nigeria passando per Mauritania e Kenya, ma anche all'Algeria, dove il governo ha tagliato alla radice il problema, vietando e impedendo qualunque tipo di assembramento. In Asia, dopo l'Iran, la protesta più imponente ha visto diecimila persone in piazza a Dacca, in Bangladesh: anche qui bandiere americane e israeliane bruciate oltre a slogan rabbiosi contro «gli insulti al nostro grande profeta». Come in numerose città del Pakistan o dell’Afghanistan, a Giakarta in Indonesia o in India, a Madras, dove 86 persone sono state arrestate mentre marciavano verso il consolato Usa.
http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/468680/
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