mercoledì 27 gennaio 2010

Liliana Segre: Erede della memoria è colui che ascolta




a cura di Pamela Foti.

“Comprendere è impossibile. Ricordare è necessario” scriveva Primo Levi.

Ricordare la Shoah, sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, e quella del popolo rom, degli omosessuali, dei diversi. Di tutti coloro che furono mandati dal nazi-fascismo a morire nei campi di sterminio.

Ma ricordare, non va dimenticato, “è sempre fatica e dolore. E non passa mai” dice Liliana Segre, che nel campo di sterminio di Auschwitz è stata deportata quando aveva 13 anni. “Ho cominciato a dare la mia testimonianza ai giovani circa 20 anni fa, dopo 45 di silenzio. Sono uscita dal silenzio per forza. E’ stata la coscienza a dirmi di parlare. Premeva dentro. Ed è uscita. E’ stato liberatorio. Ma è stato anche difficile trovare le parole per dirlo”.

Per dire di quando lei non aveva nulla.
Per dire di quando la mattina del 30 gennaio 1944, dopo quaranta giorni nel carcere di San Vittore, venne portata al Binario 21 della Stazione Centrale di Milano. E portata ad Auschwitz.
Per dire di quando si è trovata “sola. In quel mondo impazzito. Dove io e le mie compagne abbiamo sempre avuto la forza anche dopo che a una compagna nel lager, è stata tolta la vita. Ma quella ragazza non aveva mai perso la forza e la voglia di vivere” ripete per due volte. Come a sottolineare che non si era arresa.

Liliana Segre oggi ha 78 anni. Son tanti i ricordi che “come ondate risalgono in superficie”. Quelli più intimi e per questo più dolorosi li tiene dentro. Ma lasciandosi andare sulla poltrona del suo salotto ricorda quando, fatto ritorno a Milano, dopo essere sopravvissuta ad Auschwitz per più di un anno (fu liberata il 30 aprile 1945), non ha più trovato una casa ad aspettarla. “Sono stati anni duri quelli – racconta - Avevo 15 anni, ma dentro ero vecchia. C’era un’incompatibilità profonda con le mie coetanee. Loro parlavano di vestiti e ragazzi. E io di cosa poteva parlare? Di niente. E per questo ero sola. Ho imparato con gli anni ad essere giovane. E poi adulta e matura. Sono guarita a 18 anni, quando ho incontrato mio marito. Siamo rimasti insieme 60 anni”. E il ricordo va a quell’uomo, mancato lo scorso anno, con il quale è tornata alla vita.

Ora non le interessa parlare di quando era solo “un corpicino scheletrico. Il mio impegno etico e morale è trasmettere forza”. Perché “ricordare è necessario” ribadisce. “E io parlo di chi mi ricordo. Dei nomi, degli odori, dei colori”.

Di Violetta ad esempio. “Una ragazza di 19 anni che aveva gli occhi di un colore indefinito proprio tra il blu e il viola”. Nel raccontare, la voce di Liliana Segre si fa calda, il tono si abbassa. “Violetta aveva una treccia nera e lunga. Come la bella ebrea che la Bibbia descrive. Mi è stata vicino quando mi hanno arrestata nella prigione di Varese. Io piangevo. Disperata. Cos’altro può fare una ragazzina di 13 anni? E’ stata lei a venirmi incontro sulla porta della cella e mi ha abbracciata. Lei e sua mamma mi hanno tenuta stretta per tutto il viaggio che sul vagone di quel treno - partito dal Binario 21 della stazione Centrale di Milano - ci ha portato ad Auschwitz. Arrivate al campo, Violetta e sua madre sono state mandate al gas”.

“Ma da mamma e nonna quale sono, non voglio usare parole di orrore”. E non lo farà nemmeno oggi, davanti ai ragazzi che la aspettano al Conservatorio di Milano. “Andrò dal parrucchiere prima dell’incontro. Perché non voglio presentarmi a loro con aria dimessa.”.

“Le mie parole sono protese a dare forza. Io sono una donna libera e una donna di pace”. Ma le parole possono essere pietre, che restano e segnano. E cambiano. “Non sono preoccupata dalla teorie negazioniste, che sono ampiamente smentite. E non provo nemmeno rabbia, quella l’ho digerita da giovane. C’è amarezza, quella sì. E dispiacere. Ho solo paura dell’omologazione tra buono e cattivo. Tra vero e falso”.

Scuote la testa Liliana Segre, e abbozza un sorriso. Rassegnato. “Il tema della Shoah da qualche anno a questa parte è di moda. Quando ho iniziato a parlare, quando i sopravvissuti hanno iniziato a parlare, eravamo in un mondo di sordi” mi dice mentre continua a ricevere telefonate da chi la vorrebbe come ospite nel Giorno della Memoria. “Ora la Shoah ha invaso le biblioteche, il grande schermo, Internet. E’ stata anche istituito un giorno per ricordare. Un atto giusto, ma che può diventare anche limitazione consumistica”.

Che ne sarà della memoria domani? Quando sul 27 gennaio si saranno spente le luci dei riflettori e quando i sopravvissuti non avranno più voce per raccontare?
“E’ come una persona che affoga. E viene sommersa dalle acque. Tutto viene nascosto. Si dimentica. E’ sommerso. Chissà, forse un giorno riemergerà… magari nella pancia di una balena”.

Subito dopo, però, il ricordo torna indietro al 2005. A quei 7.500 giovani che nel PalaDozza di Bologna l’hanno ascoltata in rigoroso silenzio per un’ora e mezza. Mi mostra la foto di quel giorno.
Ritrae un palazzetto gremito di luci e colori. A guardarlo di sfuggita parrebbe l’atto finale di un concerto. La gente in piedi, che sorride e batte le mani. La Segre ricorda quella standing ovation. “Sono 7.500, ho pensato. Spero che 5 di loro riescano a ricordare questo momento".

Perché “erede della memoria è colui che ascolta”. E ammonisce: “Tutti i giorni sono della memoria”.

Fonte: Sky TG24

Nessun commento:

Posta un commento