venerdì 14 gennaio 2011

La sfida dei giovani umiliati dal Potere ora tremano i vecchi raìs del Maghreb




Nessun paese del Nord Africa è immune. Le rivolte delle nuove generazioni sono potenti detonatori che possono imporre svolte politiche di BERNARDO VALLI


La sfida dei giovani umiliati dal Potere ora tremano i vecchi raìs del Maghreb
SUI due versanti, su quello d´Occidente (Maghreb) come su quello d´Oriente (Mashreck), il mondo arabo conosce una stagione agitata. Scorre il sangue e vecchi raìs rischiano il posto. I regimi musulmani tra l´Atlantico e il Mar Rosso, molti dei quali allineati sulla costa meridionale del Mediterraneo, sono assai più stabili, o comunque longevi, di quel che generalmente si è indotti a pensare. E adesso, anche per l´età avanzata dei titolari, essi conoscono i guai della senilità, che non risparmia la politica, in particolare quando i vecchi governano società giovani, anzi giovanissime.

Il caso più caldo, anzi rovente, è quello della Tunisia, a qualche braccio di mare dalle nostre isole più a Sud. Il ritratto del 75 enne presidente, Zine el-Abidine Ben Ali, viene bruciato sulle piazze, tra Biserta e Sfax, da giovani nati nei (quasi) ventiquattro anni in cui egli ha troneggiato incontestato, senza interruzione, su tutte le pubbliche mura e pareti della Repubblica. A cancellare con rabbia la sua faccia sono ragazzi venuti al mondo quando lui era già al potere e che spesso muoiono (ne sono stati uccisi una settantantina negli ultimi giorni) con lui sempre al potere. Ma ancora per molto?

Quello che viene chiamato il "piccolo Maghreb", di cui fanno parte Marocco, Algeria e Tunisia (il " grande" comprende anche la Mauritania e la Libia), è ritenuto da molti economisti come il futuro naturale prolungamento dell'Europa, al di là del
Mediterraneo. Esso è infatti destinato a fornire, come già avviene, al Vecchio Continente molti dei giovani e dei lavoratori di cui avrà sempre più bisogno; e col tempo diventerà un grande serbatoio di consumatori. Di fatto lo è già per i nostri prodotti, scambiati con il gas algerino.

Con il "piccolo" Maghreb l'Europa ha in comune da adesso la malattia della disoccupazione giovanile. Le centinaia di migliaia di giovani che escono da istituti tecnici e facoltà universitarie non trovano un lavoro. E la crisi generale ha drasticamente ridotto la possibilità di emigrare in Europa. Il 62 per cento dei disoccupati marocchini, il 72 per cento dei tunisini e il 75 per cento degli algerini (secondo l'economista Lahcen Achy della fondazione Carnegie) hanno tra i quindici e i ventinove anni.

Insieme all'impossibilità di trovare un lavoro, questi giovani denunciano l'hogra, termine che esprime l'umiliazione inflitta dall'abuso del potere dei vecchi dirigenti, dal disprezzo e dall'arroganza delle autorità. Negli ultimi vent'anni la forte crescita economica (quasi sempre superiore al 5 per cento) ha reso più tollerabile il regime poliziesco tunisino. S'era creato qualcosa di simile a un vago patto sociale stando al quale l'autoritarismo e la corruzione venivano compensati dal rapido sviluppo, ammirato, invidiato dai paesi vicini.

La Tunisia dispone di una dinamica e spregiudicata classe imprenditoriale che ha saputo usufruire dei forti investimenti stranieri (francesi e italiani soprattutto) attirati da una mano d'opera abile, competitiva e al tempo stesso a buon mercato. Lo sconquasso finanziario e la stagnazione economica in Occidente hanno ridimensionato le attività e ridotto il numero dei turisti sulle accoglienti spiagge tunisine. Se la borghesia imprenditoriale, superprotetta, è rimasta fedele al regime, le classi intellettuali, spesso educate in Francia o influenzate dalla cultura francese, hanno sentito ancor più il peso di una società dominata da un vecchio presidente, circondato da una famiglia celebre per la sua avidità. I giovani hanno concretizzato con la rivolta quella frustrazione. I vicini paesi occidentali, quali la Francia e l'Italia, esitano ancora oggi a privare del loro sostegno un presidente "laico" che ha impedito ai loro occhi l'avvento di un potere islamico affacciato sul Mediterraneo. Una tolleranza complice e cieca poiché il fanatismo religioso prolifera dove regna l'ingiustizia ed esplode la collera popolare.

Nessuno dei Paesi del "piccolo" Maghreb è immune. Le rivolte giovanili sono potenti detonatori che possono imporre svolte politiche. Per ora questo non è accaduto, pur essendo la stagione propizia. La vecchia monarchia marocchina, favorita dal prestigio (anche religioso) di cui usufruisce, ha adottato negli ultimi dieci anni, da quando all'abile e spietato Hassan II è succeduto il più mite Maometto VI, un sistema che cerca con alterna efficacia, di aiutare i laureati e i diplomati disoccupati. Il sovrano, che regna e governa, con uno spirito liberale ben lontano da quello di una democrazia occidentale, ma anche ben distinto da quello dei vicini autoritarismi arabi, ha autorizzato la nascita di associazioni in cui si ritrovano i laureati senza lavoro. Sono una specie di sindacati che servono anche come sfogo, poiché i suoi membri si raccolgono quasi quotidianamente davanti al Parlamento per protestare. E il governo non è del tutto sordo perché puntualmente ne assume un certo numero nell'amministrazione statale. Nonostante la forti sperequazioni sociali il Marocco non ha conosciuto finora esplosioni giovanili, anche se si parla spesso di una fitta attività dei movimenti islamisti ansiosi di raccogliere e inquadrare lo scontento.

La vicina Algeria conosce invece puntualmente da anni sanguinose rivolte. Abdelaziz Bouteflika, 74 anni, è stato eletto presidente per la prima volta alla fine del secolo scorso e ha iniziato il terzo mandato nel 2009. E' un rappresentante della classe politica uscita dalla guerra di liberazione, conclusasi con l'indipendenza, nel 1962. Se è al potere lo deve all'esercito, come tutti i suoi predecessori. Ad eccezione di Ben Bella, che per tre anni scarsi ha cercato invano di incarnare una rivoluzione, in qualche modo fedele ai confusi progetti abbozzati durante la coraggiosa lotta armata. Grazie agli idrocarburi, che rappresentano il 97 per cento delle entrate, il regime (composto di militari in divisa o in abiti civili) mantiene il paese. L'hogra, ossia l'umiliazione imposta dallo strapotere delle autorità, è un'espressione di origine algerina. L'arroganza di chi comanda in Algeria non impedisce tuttavia alla gente di parlare (quasi) liberamente, al contrario di quel che accadeva fino a ieri nella vicina Tunisia.

A parte il Marocco, dove la dinastia garantisce un regolare passaggio sul trono, i paesi dell'Africa settentrionale soffrono del male della successione, poiché nessuno vuol lasciare il potere a un estraneo. E quindi non c'è un presidente che non abbia modificato la Costituzione al fine di fare un imprecisato numero di mandati. Muhammar Gheddafi governa in Libia dal 1969, da più di quarant'anni, ed essendo sulla soglia dei settanta pare stia riflettendo a quale dei due figli lasciare un giorno, ancora lontano, la guida del paese. Ma il caso più spinoso è quello egiziano. Nella più prestigiosa nazione araba, dove comincia il Maschrek (l'Oriente o il Levante arabo), Hosni Mubarak ha ottantadue anni ed è capo dello Stato da trentadue, dalla morte di Sadat. E la sua futura grande impresa riguarda come trasmettere il potere al figlio Gamal. La tragedia della piccola Tunisia, dove i giovani si ribellano al vecchio satrapo, può ispirare anche le grandi nazioni.

(14 gennaio 2011)
http://www.repubblica.it/esteri/2011/01/14/news/la_sfida_dei_giovani_umiliati_dal_potere_ora_tremano_i_vecchi_ras_del_maghreb-11204285/?ref=HRER2-1

mercoledì 12 gennaio 2011

In Libano è crisi di governo. 10 ministri di Hezbollah si dimettono contro la sentenza sull'omicidio Hariri.

Il governo di unità nazionale in Libano è in crisi. Dieci ministri di Hezbollah si sono dimessi nel giorno in cui il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, riceve alla Casa Bianca il primo ministro libanese, Saad Hariri, per discutere, tra l'altro, dell'inchiesta internazionale sulla morte del padre di Saad, Rafik, ucciso nel 2005 in un attentato. Il verdetto del Tribunale speciale per il Libano dovrebbe arrivare a breve e la condanna del "Partito di Dio" è altamente probabile. Per questo i ministri di Hezbollah hanno abbandonato l'esecutivo.

Hezbollah lascia governo
Dieci ministri dell'opposizione libanese guidata dal movimento sciita Hezbollah hanno presentato poco fa le dimissioni, aprendo così ufficialmente la crisi del governo di unità nazionale del premier Saad Hariri. L'annuncio, in diretta televisiva, è stato dato da uno dei ministri dimissionari, mentre il premier Saad Hariri arrivava alla Casa Bianca a Washington per un incontro con il presidente Barack Obama.

L'apertura di una crisi di governo (che conta 30 ministri) era già nell'aria ieri sera, quando esponenti dell'opposizione avevano affermato che l'iniziativa avviata a luglio da Siria e Arabia Saudita per superare lo stallo politico in Libano «è giunta ad un punto morto».
Uno stallo provocato dal braccio di ferro con il movimento Hezbollah sulla richiesta al premier Hariri di interrompere la collaborazione con il Tribunale speciale per il Libano (Tsl) che indaga sull'assassinio nel 2005 dell'ex premier Rafik Hariri.

Il Tsl ha sede in Olanda ed è presieduto dal giudice italiano Antonio Cassese, e prevedibilmente nelle prossime settimane dovrebbe giungere all'incriminazione di alcuni membri dello stesso Hezbollah. Questa mattina, i ministri dell'opposizione avevano esplicitamente minacciato di dimettersi se non fosse stata accolta la loro richiesta di convocare una riunione dell' esecutivo per prendere una decisione relativa proprio alla questione del Tribunale internazionale, che Hezbollah definisce «un progetto israeliano» per screditarlo.

L'Iran non riconosce verdetto
Sayyed Nasrallah, leader del partito radicale sciita, ha aggiunto che non permetterà nessun arresto dei membri della sua organizzazione. Anche l'Iran nelle scorse settimane è sceso in campo a fianco degli Hezbollah: l'ayatollah Khamenei ha affermato che il verdetto del tribunale Onu sarà «nullo e privo di valore». Malgrado il pressing di Hezbollah il premier Saad Hariri ha rifiutato di disconoscere il Tribunale speciale. Di qui la minaccia di aprire una crisi politica, giunta oggi da Hezbollah.

Obama sostiene Hariri jr.
I rischi della situazione libanese verranno discussi oggi nell'incontro alla Casa Bianca. Obama «incontrerà oggi il primo ministro Hariri per parlare del sostegno Usa alla sovranità, indipendenza e stabilità del Libano», ha spiegato il portavoce Robert Gibbs. Il presidente americano ha discusso per telefono della crisi libanese anche con il re saudita Abdallah, che si trova a New York dove è stato sottoposto recentemente a un'operazione chirurgica.
Analoghi colloqui si sono svolti tra il primo ministro Hariri e il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, la quale si è definita «fortemente preoccupata per gli attuali tentativi di destabilizzare il Libano».

http://www.ilsole24ore.com/art/notiz...?uuid=AYaQKCzC

sabato 8 gennaio 2011

Il Risorgimento d'Israele

Raccontare la vera storia del risorgimento d’Israele
Di Benny Levy



Quasi ogni giorno ci viene detto che si va deteriorando la posizione d’Israele nell’opinione pubblica mondiale. La cosa ha gravi implicazioni concrete, al punto di arrivare al rigetto del diritto d’esistere d’Israele. E Israele non sembra in grado di frenare il fenomeno. Molti tendono ad attribuire la colpa allo scarso inglese di alcuni rappresentanti diplomatici o al fatto che il portavoce delle Forze di Difesa israeliane non riesca a fornire in tempo “filmati positivi”. Ma sono sciocchezze. Se Israele sta perdendo questa battaglia è perché punta a spiegare le proprie ragioni con argomenti sul piano operativo, mentre la domanda che il mondo pone è: “cosa diavolo ci fanno gli ebrei laggiù”?
Un importante esperto israeliano di pubbliche relazioni tornato di recente da una campagna promozionale all’estero ha lamentato che “semplicemente non ci capiscono”. Bene, e perché dovrebbero? La maggior parte dei cittadini del mondo in quest’epoca non ha alcuna dimestichezza con il legame storico fra il popolo ebraico e la Terra d’Israele. Molti ci considerano dei rifugiati senza alcuna relazione con questo territorio, fuggiti dalle sofferenze in Europea per trovare rifugio, in modo del tutto casuale, in Palestina. Quando il presidente americano Obama ha affermato, nel suo famoso discorso al Cairo (luglio 2009), che l’aspirazione a una patria ebraica nasce dalla storia innegabilmente tragica degli ebrei, molti qui in Israele si sono sentiti offesi. “Perché dice così? Noi non siamo qui per via della Shoà”. Ma Obama non ha colpa. Dopo tutto la Shoà è diventata la narrativa con cui Israele presenta se stesso a tutti i suoi ospiti (e anche ai suoi stessi figli). Non è forse vero che Obama venne portato direttamente al Museo della Shoà di Yad VaShem appena atterrato qui? Non è forse vero che è lì che portiamo i milioni di nostri ospiti per spiegare loro “chi siamo, da dove veniamo e cosa ci facciamo qui”? L’usanza di portare gli ospiti d’Israele innanzitutto a Yad VaShem comporta un messaggio chiaro e forte: crea l’impressione che la Shoà sia la ragione e la giustificazione per l’esistenza dello stato; pone Israele sul podio della vittima, del profugo alla ricerca di un rifugio.
È vero invece che i pilastri d’Israele vennero piantati decine di anni prima della Shoà. Le sue fondamenta affondano nell’idea sionista. Israele è prima di tutto un’epopea di risorgimento nazionale. La storica Barbara Tuchman scrisse una volta che Israele è la sola nazione al mondo “che oggi governa se stessa nello stesso territorio, sotto lo stesso nome e con la stessa lingua e religione con cui si governava tremila anni fa”.
Tutta la storia di Israele – il risveglio nazionale e il ritorno a quell’antica terra patria che è il solo luogo dove l’idea dell’indipendenza ebraica si sia mai materializzata e si possa mai materializzare – è affascinante ed emozionante. C’è chi la ascolta, e ammorbidisce le avversioni. “Avete argomenti che non conoscevo per niente” è una frase che ho sentito decine di volte da persone a cui era stata raccontata questa storia per la prima volta. Il nostro diritto a vivere qui è insito in questa storia.
Il popolo ebraico è tornato nella sua mai abbandonata patria storica in modo consapevole e a buon diritto, non per pura combinazione. Israele, pur con tutti i suoi difetti, è la stupefacente realizzazione di una visione di 3.800 anni di nazionalismo ebraico. Essere una nazione che persegue giustizia e filantropia è l’essenza dell’ebraismo e la ragione dell’antico patto: “Camminerò fra voi e sarò il vostro Dio, e voi sarete il mio popolo”.
L’ebraismo è una ricetta per la conduzione di una nazione e degli individui che la compongono. La sua attuazione richiede l’esistenza di una struttura nazionale ebraica, e non vi è luogo più naturale e giusto della Terra d’Israele per la conduzione di questo stato ebraico.
Lo stato d’Israele non è ebraico al 100% né democratico al 100% (non esiste nulla del genere nella realtà). E tuttavia è lo stato più ebraico-e-democratico del mondo. Solo in Israele i due aspetti dell’ebraismo – quello religioso e quello nazionale – si possono realizzare, e l’impegno verso l’ebraismo assume il suo pieno significato.
Questa è la nostra vera storia, e senza di essa Israele non ha scopo, non ha giustificazione e non ha speranza. Far conoscere questa storia al resto del mondo è compito arduo; eppure, senza questo, sarà impossibile riscattare la posizione e l’immagine d’Israele, qui come all’estero.

(Da: YnetNews, 27.12.10)

Nella foto in alto: moneta del terzo anno della rivolta ebraica guidata da Simeon Bar Kochba (132-135 e.v.) con la rappresentazione della facciata del Tempio e, sul retro, la scritta: “Simeon/per la libertà di Gerusalemme”.

http://www.israele.net/articolo,3029.htm

domenica 2 gennaio 2011

L'Onu verso la condanna di Hezbollah per l'omicidio Hariri. Iran: la sentenza non ha valore

L'Iran sta preparando la reazione all'imminente sentenza del tribunale speciale dell'Onu per il Libano sull'uccisione dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri. L'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema di Teheran, lunedì ha detto che la sentenza del tribunale dell'Onu (che ha puntato il dito accusatore prima sulla Siria e poi su Hezbollah) «è nulla e priva di valore».

Anche Hezbollah ha rilasciato una dichiarazione – secondo quanto riporta il giornale libanese The Daily Star e la Press Tv iraniana – in cui accusa il Tribunale speciale dell'Onu di «preparare una falsa sentenza che coinvolgerebbe alcuni membri di Hezbollh stesso» nell'assassinio dell'ex primo ministro Rafik Hariri. Sayyed Nasrallah, leader di Heazbolah, ha poi aggiunto che non permetterà nessun arresto di alcun membro della sua organizzazione.
Pronta la reazione del figlio di Hariri, Saad, oggi primo ministro libanese che ha detto di rispettare le posizioni della Guida suprema iraniana Ali Khamenei ma «che le risoluzioni internazionali sono risoluzioni internazionali» e quindi vanno rispettate.

Hariri si è già recato recentemente a Damasco - secondo fonti riservate - per invitare la Siria e proseguire nell'opera di mediazione insieme ai sauditi per evitare lo scoppio di nuovi conflitti nella regione.

Ma Teheran ha deciso, in vista del prossimo incontro a Istanbul sul suo controverso piano nucleare, di soffiare sul fuoco e in occasione della sentenza del tribunale dell'Onu (data ormai per imminente dagli iraniani) per minacciare di far esplodere la protesta prima a Beirut, dove alcuni analisti paventano addirittura un colpo di stato per imporre uno stato islamico con a capo Nasrallah e cacciare i filo-occidentali) e poi far aumentare la tensione al confine con Israele e far naufragare senza appello i negoziati di pace israelo-palestinesi.

Non a caso nel corso del suo recente viaggio in Libano il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha chiarito cosa intenda quando definisce il sud del Libano «la frontiera dell'Iran con Israele». In conferenza stampa nel palazzo presidenziale di Baabda Ahmadinejad ha detto che «è necessario liberare la Palestina, occorre porre fine all'occupazione israeliana delle terre palestinesi, siriane e libanesi, in caso contrario l'area non vedrà mai la luce». Retorica populista per accreditarsi presso le masse arabe e sunnite?

Può darsi, ma resta il fatto che Ahmadinejad in Libano si è comportato come un signore in visita al suo feudo che non tollererà una sentenza che metterebbe sul banco degli accusati proprio Hezbollah, il suo fedele alleato nel paese dei cedri. Ecco perché da Teheran la guida suprema Khamenei ha messo le mani avanti dichiarando in anticipo «nullo e senza valore» il prossimmo verdetto del tribunale speciale dell'Onu. In caso contrario Teheran è pronta a dar fuoco alle polveri al confine meridionale.

Vittorio Da Rold, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-12-31/lonu-condanna-hezbollah-lomicidio-110922.shtml?uuid=AYBPqxvC

mercoledì 22 dicembre 2010

GRANDI MANOVRE IN SIRIA

Siria: sciolto il Baath

SIRIA: SCIOLTE TUTTE LE SEZIONI DEL PARTITO DI GOVERNO BAATH



(ANSAmed) - ROMA, 26 OTT - La leadership nazionale del partito di governo siriano Baath ha preso ieri la decisione di sciogliere tutte le sezioni del partito nelle citta' del Paese. A renderlo noto e' il quotidiano semi ufficiale Al Watan, aggiungendo che tale decisione prevede la formazione di comitati temporanei per amministrare gli affari di partito e supervisionare le elezioni. Lo scioglimento serve, secondo il quotidiano, a preparare lo svolgimento dell'assemblea nazionale del partito, prevista entro i prossimi tre mesi.

Ma secondo l'agenzia di stampa tedesca Dpa che cita fonti ben informate, e ripresa sempre da Al Watan, lo scioglimento delle sezioni e' dovuto a casi di abuso di potere e corruzioni come quello avvenuto nella provincia di Hama. I giornali locali avevano dato ampia copertura a tali casi, ma alcuni analisti ritengono che il partito stia facendo un'operazione di 'maquillage' perche' la misura, per l'opinione pubblica, e' colma.

Durante la sua visita in America Latina il presidente siriano, Bashar Assad, aveva gia' accennato alla possibilita' di convocare l'undicesima assemblea nazionale del partito prima della fine di quest'anno. In quell'occasione, il presidente aveva detto che la data dell'assemblea non è importante, l'importante è che l'assemblea offra alla gente ciò che si aspetta. (ANSAmed

http://www.ansamed.info/it/siria/news/MI.XAM11355.html


SIRIA,TERREMOTO AI VERTICI DELL’ INTELLIGENCE

Bashar Assad due mesi fa ha sostituito i principali comandanti dei servizi di sicurezza, rivela l’istituto di analisi strategica Stratfor. Incerta la posizione di Assaf Shawkat, capo dell’intelligence militare e cognato del presidente, caduto in disgrazia nel 2008.

Roma, 22 ottobre 2010, Nena News – Una scossa tellurica di magnitudo elevata ha di recente rimescolato cariche e posizioni ai vertici dei servizi di intelligence siriani. Due mesi fa, rivela lo stimato istituto internazionale di analisi strategica Stratfor, il presidente Bashar Assad ha sostituito quasi tutti i comandanti dei servizi di sicurezza. In qualche caso, si è trattatto di semplici avvicendamenti e di scambi di posizioni, in altri di siluramenti veri e propri.

E’ stato «pensionato», ad esempio, il generale Ali Mamluk, sostituito dal generale Zuhair Hamad, un esperto di «antiterrorismo», alla direzione del potente Dipartimento di intelligence. Ufficialmente Mamluk, 62 anni, lascia l’incarico per raggiunti limiti di età, ma le voci di un suo allontanamento sono insistenti. Mamluk, in carica dal 2004, ha guidato l’intelligence in uno dei periodi più difficili della storia politica siriana che ha visto l’isolamento internazionale di Damasco imposto dall’ex presiente Usa George Bush e il ritiro del contingente siriano da Beirut dopo l’assassinio nel 2005 dell’ex premier libanese Rafiq Hariri. Mamluk ha ricevuto l’incarico piuttosto vago di «consigliere» del presidente.

Incerta è la sorte del capo dell’intelligence militare, generale Assaf Shawkat, che è anche cognato di Assad avendo sposato la sorella del presidente, Bushra. Per Stratfor sarebbe in procinto di diventare ministro della difesa ma il ben informato sito francese Intelligence Online ribadisce che Shawkat, caduto in disgrazia nel 2008, rimane isolato e in una posizione marginale. Due anni fa le indiscrezioni riferirono che Shawkat ebbe uno scontro, lungo ed acceso, con Maher Assad, fratello di Bashar e comandante della Guardia Presidenziale, a causa delle ambizioni sfrenate che il capo dell’intelligence militare avrebbe mostrato in più di una occasione.

Assad, come faceva il padre e suo predecessore Hafez, sostituisce periodicamente i capi dei servizi di sicurezza per impedire che possano creare centri di potere in grado di minacciare la presidenza. Tuttavia le recenti rimozioni sono state più ampie e profonde del solito e potrebbero essere frutto dell’aggravarsi della crisi mediorientale – all’orizzonte si intravedono nuovi conflitti, in particolare uno tra Israele e Iran – e dei colloqui in corso da oltre un anno tra Damasco e Washington. Non è un mistero che l’Amministrazione Obama stia premendo su Assad affinché prenda le distanze da Teheran (Siria e Iran sono stretti alleati da 30 anni).

«E’ da considerare inoltre che Assad sta rischiando in questa fase allo scopo di espandere l’influenza siriana nella regione e mentre da un lato tiene un occhio vigile sui (difficili,ndr) contatti tra Iran e Stati Uniti, dall’altro collabora con l’Arabia saudita riguardo la soluzione della crisi interna libanese e usa la sua forte posizione anche per contenere (il movimento sciita Hezbollah)», ha scritto Stratfor, in parziale disaccordo con le analisi fatte di recente da alcuni commentatori arabi.

Stratfor aggiunge che il generale Hamad, ora capo dell’intelligence, è molto vicino agli iraniani e la sua nomina avrebbe lo scopo di cementare l’accordo che, secondo l’istituto di analisi strategica, Damasco e Tehran avrebbero raggiunto sul contenimento delle azioni e dell’influenza di Hezbollah sulla scena interna libanese.

http://www.nena-news.com/?p=4339

domenica 28 novembre 2010

Incertezza in Siria, in Libano e nei paesi del Golfo per i preparativi alla successione in Arabia Saudita

Le cattive condizioni di salute del re saudita Abdullah, attualmente in cura negli Stati Uniti, e del principe ereditario Sultan bin Abdul Aziz, aprono la competizione per la successione all’interno della famiglia reale; ciò potrebbe avere delle conseguenze a livello regionale, e soprattutto in Libano dove gli sforzi siro-sauditi cercano di impedire una nuova esplosione di violenza nel paese

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C’è attesa nelle capitali arabe e internazionali per i possibili sviluppi in Arabia Saudita in conseguenza del viaggio compiuto dal monarca saudita, re Abdullah bin Abdul Aziz, a New York per ricevere delle cure a causa di alcuni problemi di salute.

L’indisposizione dell’ottantaseienne monarca saudita, accompagnata dalla malattia del suo erede al trono, anch’egli ottuagenario, ripropone la questione della successione nel regno, e della distribuzione delle più alte e importanti cariche – le quali controllano la grandiosa ricchezza del paese, le sue politiche sociali, i religiosi più influenti e le forze armate – e di come ciò condizionerà le relazioni del regno, che ha una grande influenza politica nella regione, sugli avvenimenti e sugli sviluppi del Medio Oriente.

Gli sforzi siro-sauditi stanno compiendo una corsa contro il tempo per contenere le conseguenze dell’atteso rinvio a giudizio che il tribunale internazionale incaricato del dossier dell’assassinio del primo ministro libanese Rafiq Hariri dovrebbe emettere a breve, secondo tutte le aspettative.

Ma, mentre non è ancora arrivato l’inviato saudita (il principe Abdul Aziz bin Abdullah, che accompagna suo padre nel proprio viaggio di cura) il quale avrebbe dovuto incontrare la leadership siriana per discutere il piano d’azione da rendere effettivo prima del rinvio a giudizio, ambienti siriani hanno confermato che è cresciuta enormemente l’attesa di conoscere l’andamento degli affari interni sauditi, relativamente alla distribuzione delle posizioni di governo ed alla competizione tra i membri della famiglia reale, nelle sue due componenti della prima e seconda generazione.

Questi ambienti sono arrivati a dire che: “La stabilità del regno è la cosa migliore in questa fase, soprattutto in relazione al coordinamento siro-saudita”.

In un analogo contesto, osservatori a Damasco ritengono che il “ventilato” ritorno del principe Bandar bin Sultan ad una posizione di primo piano nella struttura del potere saudita (dopo un suo completo allontanamento, che era arrivato ai limiti della scomparsa definitiva) potrebbe non essere opportuno in questo preciso momento.

Tali osservatori sembrano temere le imprevedibili conseguenze del ritorno di Bandar, le quali potrebbero gettare un’ombra sul progresso degli sforzi compiuti in relazione al dossier libanese. Questi ambienti precisano tuttavia che il ritorno di Bandar bin Sultan è una faccenda che riguarda la famiglia saudita.

Gli esperti ritengono che la monarchia saudita stia vivendo attualmente una fase delicata a causa della malattia del re e dell’erede al trono, e a causa delle aspirazioni dei giovani principi, che ritengono di dover cogliere l’occasione per partecipare alla guida del governo. Il principe Bandar bin Sultan bin Abdul Aziz – segretario generale del Consiglio per la sicurezza nazionale – era arrivato a Riyadh dall’estero, ed era stato ricevuto in aeroporto dal principe Muqrin bin Abdul Aziz, capo dei servizi segreti, e da un gruppo di importanti principi dell’Arabia Saudita. E’ stato riferito che Bandar bin Sultan avrebbe giocato un ruolo di primo piano nel deterioramento delle relazioni tra Damasco e Riyadh all’indomani dell’assassinio di Hariri, e negli anni successivi.

Le parti libanesi fanno affidamento sui risultati della coordinamento siro-saudita per porre fine alla scottante crisi politica libanese, la quale potrebbe evolversi ulteriormente dopo l’emissione del rinvio a giudizio da parte del tribunale internazionale, col rischio di conflitti confessionali nel caso in cui il rinvio a giudizio dovesse tradursi in un’incriminazione di Hezbollah.

Gli osservatori libanesi hanno sottolineato che il principe Abdul Aziz bin Abdullah – il figlio del re saudita incaricato dei contatti con la Siria e il Libano – è partito anch’egli per Washington per accompagnare suo padre. Il che significa che sarà necessario aspettare fino al loro ritorno – che potrebbe farsi attendere – per riprendere le consultazioni e i contatti sulla faccenda libanese.

Il regno arabo saudita sta vivendo una situazione di incertezza politica senza precedenti. L’assenza del re saudita e l’improvviso ritorno dell’erede al trono dal Marocco occupano i discorsi nei forum e negli incontri politici.

Facebook e Twitter hanno assistito a numerose discussioni e commenti su questa difficile fase della storia del regno, e su come riorganizzare il potere ed evitare lotte tra le fazioni rivali all’interno della famiglia.

Circola un articolo del dott. Mohammed Abdul Karim, professore di diritto religioso all’Università al-Imam, che parla della necessità che i cittadini prendano parte alla scelta di chi dovrà rappresentarli. Questo articolo è stato pubblicato su numerosi siti web.

Nel suo articolo Abdul Karim si domanda: “Se la famiglia regnante dovesse cadere a causa di fattori interni (lotte interne alla famiglia) o esterni, il destino del’unità e del popolo continuerà a dipendere da conflitti interni ed esterni, e dalla presenza o meno della famiglia reale?”.

Poi egli aggiunge: “Restituite valore al popolo, all’uguaglianza tra le sue componenti, ad una sua reale direzione dello stato, a vere consultazioni, ad un popolo reale, e non ad un popolo immaginario dall’unità apparente e puramente esteriore, esposto alla dissoluzione semplicemente a causa di divergenze all’interno del regime”.

Nel regno saudita molti si sono soffermati sugli annunci di felicitazioni pubblicati dalla maggior parte dei giornali sauditi in occasione del ritorno del principe Salman bin Abdul Aziz – governatore della regione di Riyadh – che ha subito ripreso le proprie funzioni ed ha ricevuto le persone che si congratulavano del suo ritorno. Alcuni hanno interpretato queste congratulazioni come una “campagna elettorale” che rispecchierebbe le aspirazioni del principe Salman ad assumere un incarico importante all’interno dello stato, che potrebbe essere la posizione di principe ereditario.

La situazione interna saudita, e la questione della successione in particolare, hanno avuto ripercussioni nella regione del Golfo, i cui abitanti aspettano con ansia la rappresentanza saudita al vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo che si terrà agli inizi del mese prossimo a Abu Dhabi.

Molti osservatori prevedono che a capo della delegazione saudita ci sarà il principe Nayef bin Abdul Aziz – il secondo vice primo ministro – a causa dell’assenza del re saudita e della malattia del principe Sultan bin Abdul Aziz, attuale erede al trono.

A meno che il principe Sultan non decida di essere a capo della delegazione nella seduta di apertura e per un breve periodo, per poi lasciare il vertice, consegnando la presidenza al principe Saud al-Faisal, attuale ministro degli esteri.

Un esperto di questioni saudite, residente nei paesi del Golfo, ha dichiarato ad “al Quds al-arabi” che, se il principe Nayef dovesse assumere la presidenza della delegazione, ciò significherebbe che la questione della successione è stata decisa e che egli sarà designato come erede al trono nel caso in cui questa posizione dovesse diventare vacante.

Kamal Saqr
http://www.medarabnews.com/2010/11/28/incertezza-in-siria-in-libano-e-nei-paesi-del-golfo-per-i-preparativi-alla-successione-in-arabia-saudita/

mercoledì 17 novembre 2010

Il diritto d’Israele ad esistere non è negoziabile





Di Frida Ghitis

Quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è offerto di spingere il proprio governo a decretare un prolungamento della moratoria sulle attività edilizie ebraiche negli insediamenti in Cisgiordania a patto che i palestinesi riconoscessero Israele come stato nazionale del popolo ebraico, ho provato sentimenti contrastanti in merito a tale proposta. Dopo tutto, mi dicevo, ci sono ben pochi dubbi che Israele sia lo stato patria nazionale degli ebrei. Le stesse Nazioni Unite lo istituirono in questo modo (con la risoluzione del 1947), e la comunità internazionale lo riconosce come tale. Perché chiedere ai palestinesi, che non amano la cosa, di ribadire ciò che è già ovvio?
Poi, però, la veemenza con cui i palestinesi hanno respinto l’idea ha svelato un’opposizione talmente radicata alla soluzione “a due stati” da convincermi che si potrà mai avere una pace autentica e duratura a meno che i palestinesi e gli altri arabi non accettino apertamente Israele come nazione ebraica.
Nazione ebraica, naturalmente, non significa diritti speciali per gli ebrei, o status da cittadini di seconda classe per i non ebrei. Israele è un paese democratico le cui leggi dettano a chiare lettere l’eguaglianza di diritti per tutti i cittadini. Come altre democrazie, anche Israele non riesce sempre a realizzare l’obiettivo dell’eguaglianza davanti alla legge, ma i suoi tribunali, i gruppi di cittadini organizzati e altri soggetti si adoperano senza sosta in questo senso. E Israele non è certo l’unico paese al mondo che comprende una religione o una nazionalità nella sua auto-definizione. Decine di stati abbracciano una religione o una nazionalità pur preservando le diversità e continuando a battersi per l’eguaglianza dei diritti. I cittadini ebrei del Regno Unito, ad esempio, sono leali a un paese sulla cui bandiera campeggiano non una, ma ben due croci (e il cui capo dello stato è anche il capo della religione anglicana). Vi sono decine di paesi che si definiscono cristiani, e per lo più sono democrazie perfettamente funzionanti, con pieni diritti per le minoranze.
I ventidue paesi della Lega Araba, tutti assai carenti di democrazia, si identificano come stati arabi, ed esistono cinquantacinque paesi che si definiscono nazioni musulmane appartenendo all’Organizzazione della Conferenza Islamica. E c’’è solo un’unica, minuscola nazionale sulla Terra che è uno stato ebraico.
Per quasi un decennio gli Stati Uniti hanno esortato i palestinesi a riconoscere Israele come stato ebraico. L’anno scorso all’Assemblea Generale dell’Onu il presidente Barack Obama ha detto: “L’obiettivo è chiaro: due stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza, uno stato ebraico d’Israele con reale sicurezza per tutti gli israeliani”.
Eppure, quando Netanyahu – come il suo predecessore – ha chiesto ai palestinesi di riconoscere il carattere ebraico di Israele, non come un prerequisito per i colloqui ma come un gesto per creare fiducia, la loro reazione istantanea è stata un veemente rifiuto. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha dichiarato: “Noi non firmeremo mai un accordo che riconosca uno stato ebraico”. Il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat ha rincarato: “La cosa è completamente respinta”. E quando un esponente palestinese ha lasciato intendere che forse era fattibile, è stato immediatamente rimesso in riga. Ha rimarcato Nabil Sha’ath, consigliere di Abu Mazen: “Non abbiamo alcuna intenzione di farlo, scordatevelo”.
I palestinesi non sembrano disposti nemmeno a riconoscere Israele come lo stato di un altro “popolo”. Il primo ministro palestinese Salam Fayyad se ne è andato sbattendo la porta da un incontro col vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon dopo che questi aveva suggerito che la riepilogo del loro colloqui includesse il termine “due stati per due popoli”, anziché semplicemente “due stati”.
Finché i palestinesi continueranno a negare l’antica connessione fra ebrei e Terra d’Israele, finché continueranno a rifiutare il diritto del popolo ebraico a uno stato qualunque accordo di pace resterà scritto sulla sabbia sulle sponde dell’oceano: la più piccola marea lo spazzerà via.
Gli israeliani vogliono essere sicuri che, se loro fanno i sacrifici necessari per la pace e verrà creato uno stato palestinese, il conflitto sarà considerato definitivamente risolto; che la pace significherà la fine di ogni tentativo di distruggere lo stato ebraico.
Finché i palestinesi, e altri con loro, si rifiuteranno di accettare che Israele è effettivamente uno stato ebraico, che gli ebrei sono un popolo che ha diritto al proprio stato indipendente, non vi sarà alcuna certezza che quei sinistri progetti abbiano davvero fine.
Il rifiuto della proposta di Netanyahu – e delle richieste americane – per questo riconoscimento giunge in contemporanea con la visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad al confine israelo-libanese, volta a rinnovare il suo appello per la distruzione di Israele. Il libanese Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, ha proclamato a una folla osannante che “il presidente Ahmadinejad ha ragione quando dice che Israele è illegittimo e che dovrebbe cessare di esistere”. Secondo un recente sondaggio condotto negli Stati Uniti, tre quarti degli ebrei americani sono convinti che l’obiettivo degli arabi “non è la restituzione dei territori occupati, quanto piuttosto la distruzione di Israele”.
Piaccia o non piaccia ai palestinesi, Israele è già lo stato nazionale del popolo ebraico. Gli israeliani hanno già riconosciuto il diritto dei palestinesi ad avere un loro stato arabo-palestinese. Finché i palestinesi non riconosceranno il diritto del popolo ebraico ad avere il proprio stato, una vera pace non potrà mai arrivare.

(Da: Jerusalem Post, 25.10.10)