La minaccia del terrorismo internazionale connota l'attuale fase di trasformazione del sistema politico internazionale. Una ricostruzione delle vicende storico-politiche che hanno scosso l'intero pianeta. Da una parte lo Stato d'Israele e dall'altra la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese, dietro l'affermarsi del terrorismo.
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martedì 18 gennaio 2011
Libano, Hezbollah incriminato per omicidio di Hariri: ora tutto può succedere
Imprevedibile ciò che potrebbe accadere con la presentazione dell'atto di accusa. Intanto, girano voci e smentite di raduni dei sostenitori di Hezbollah
In un'analisi fornita da una fonte di Hezbollah al quotidiano "As-Sharq al-Awsat", si descrive l'impossibità di individuare quale sarà lo scenario socio-politico libanese conseguente all'emissione dell'atto d'incriminazione, da parte del Tribunale Speciale del paese, sull'assassinio dell'ex premier Rafiq Hariri, avvenuto nel 2005.
Intanto, sui media nazionali girano voci e smentite su possibili raduni, avvenuti a Beirut, dei sostenitori libanesi delle Forze dell'8 Marzo, coalizione guidata da Hezbollah. La testata "An Nahar", ha riportato le parole di una fonte delle forze dell'ordine locali, a raggrupparsi in strada per primi sarebbero stati gli elettori di Amal, il partito dello sciita Nabih Berri, presidente del Parlamento. Decine di persone avrebbero affollato i quartieri di Basta, Nweri, Beshara Khury, Ras al-Nabeh, Zaqaq al-Blat, Tayuneh, Salim Slam e Uzai.
Ma Ali Khreiss, un parlamentare vicino ad Amal, ha smentito le ipotesi di proteste di piazza da parte delle Forze dell'8 Marzo, spiegando, alla radio "Voce del Libano", non c'è alcuna decisione di scendere in strada nonostante l'entità della cospirazione", riferendosi alle indiscrezioni che imputano a Hezbollah la responsabilità dell'omicidio di Rafiq Hariri. Molte scuole sono rimaste chiuse per timore di un'esacerbazione della tensione.
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18/01/2011versione stampabilestampainvia paginainvia
Libano, Hezbollah incriminato per omicidio di Hariri: ora tutto può succedere
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mercoledì 12 gennaio 2011
In Libano è crisi di governo. 10 ministri di Hezbollah si dimettono contro la sentenza sull'omicidio Hariri.
Il governo di unità nazionale in Libano è in crisi. Dieci ministri di Hezbollah si sono dimessi nel giorno in cui il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, riceve alla Casa Bianca il primo ministro libanese, Saad Hariri, per discutere, tra l'altro, dell'inchiesta internazionale sulla morte del padre di Saad, Rafik, ucciso nel 2005 in un attentato. Il verdetto del Tribunale speciale per il Libano dovrebbe arrivare a breve e la condanna del "Partito di Dio" è altamente probabile. Per questo i ministri di Hezbollah hanno abbandonato l'esecutivo.
Hezbollah lascia governo
Dieci ministri dell'opposizione libanese guidata dal movimento sciita Hezbollah hanno presentato poco fa le dimissioni, aprendo così ufficialmente la crisi del governo di unità nazionale del premier Saad Hariri. L'annuncio, in diretta televisiva, è stato dato da uno dei ministri dimissionari, mentre il premier Saad Hariri arrivava alla Casa Bianca a Washington per un incontro con il presidente Barack Obama.
L'apertura di una crisi di governo (che conta 30 ministri) era già nell'aria ieri sera, quando esponenti dell'opposizione avevano affermato che l'iniziativa avviata a luglio da Siria e Arabia Saudita per superare lo stallo politico in Libano «è giunta ad un punto morto».
Uno stallo provocato dal braccio di ferro con il movimento Hezbollah sulla richiesta al premier Hariri di interrompere la collaborazione con il Tribunale speciale per il Libano (Tsl) che indaga sull'assassinio nel 2005 dell'ex premier Rafik Hariri.
Il Tsl ha sede in Olanda ed è presieduto dal giudice italiano Antonio Cassese, e prevedibilmente nelle prossime settimane dovrebbe giungere all'incriminazione di alcuni membri dello stesso Hezbollah. Questa mattina, i ministri dell'opposizione avevano esplicitamente minacciato di dimettersi se non fosse stata accolta la loro richiesta di convocare una riunione dell' esecutivo per prendere una decisione relativa proprio alla questione del Tribunale internazionale, che Hezbollah definisce «un progetto israeliano» per screditarlo.
L'Iran non riconosce verdetto
Sayyed Nasrallah, leader del partito radicale sciita, ha aggiunto che non permetterà nessun arresto dei membri della sua organizzazione. Anche l'Iran nelle scorse settimane è sceso in campo a fianco degli Hezbollah: l'ayatollah Khamenei ha affermato che il verdetto del tribunale Onu sarà «nullo e privo di valore». Malgrado il pressing di Hezbollah il premier Saad Hariri ha rifiutato di disconoscere il Tribunale speciale. Di qui la minaccia di aprire una crisi politica, giunta oggi da Hezbollah.
Obama sostiene Hariri jr.
I rischi della situazione libanese verranno discussi oggi nell'incontro alla Casa Bianca. Obama «incontrerà oggi il primo ministro Hariri per parlare del sostegno Usa alla sovranità, indipendenza e stabilità del Libano», ha spiegato il portavoce Robert Gibbs. Il presidente americano ha discusso per telefono della crisi libanese anche con il re saudita Abdallah, che si trova a New York dove è stato sottoposto recentemente a un'operazione chirurgica.
Analoghi colloqui si sono svolti tra il primo ministro Hariri e il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, la quale si è definita «fortemente preoccupata per gli attuali tentativi di destabilizzare il Libano».
http://www.ilsole24ore.com/art/notiz...?uuid=AYaQKCzC
Hezbollah lascia governo
Dieci ministri dell'opposizione libanese guidata dal movimento sciita Hezbollah hanno presentato poco fa le dimissioni, aprendo così ufficialmente la crisi del governo di unità nazionale del premier Saad Hariri. L'annuncio, in diretta televisiva, è stato dato da uno dei ministri dimissionari, mentre il premier Saad Hariri arrivava alla Casa Bianca a Washington per un incontro con il presidente Barack Obama.
L'apertura di una crisi di governo (che conta 30 ministri) era già nell'aria ieri sera, quando esponenti dell'opposizione avevano affermato che l'iniziativa avviata a luglio da Siria e Arabia Saudita per superare lo stallo politico in Libano «è giunta ad un punto morto».
Uno stallo provocato dal braccio di ferro con il movimento Hezbollah sulla richiesta al premier Hariri di interrompere la collaborazione con il Tribunale speciale per il Libano (Tsl) che indaga sull'assassinio nel 2005 dell'ex premier Rafik Hariri.
Il Tsl ha sede in Olanda ed è presieduto dal giudice italiano Antonio Cassese, e prevedibilmente nelle prossime settimane dovrebbe giungere all'incriminazione di alcuni membri dello stesso Hezbollah. Questa mattina, i ministri dell'opposizione avevano esplicitamente minacciato di dimettersi se non fosse stata accolta la loro richiesta di convocare una riunione dell' esecutivo per prendere una decisione relativa proprio alla questione del Tribunale internazionale, che Hezbollah definisce «un progetto israeliano» per screditarlo.
L'Iran non riconosce verdetto
Sayyed Nasrallah, leader del partito radicale sciita, ha aggiunto che non permetterà nessun arresto dei membri della sua organizzazione. Anche l'Iran nelle scorse settimane è sceso in campo a fianco degli Hezbollah: l'ayatollah Khamenei ha affermato che il verdetto del tribunale Onu sarà «nullo e privo di valore». Malgrado il pressing di Hezbollah il premier Saad Hariri ha rifiutato di disconoscere il Tribunale speciale. Di qui la minaccia di aprire una crisi politica, giunta oggi da Hezbollah.
Obama sostiene Hariri jr.
I rischi della situazione libanese verranno discussi oggi nell'incontro alla Casa Bianca. Obama «incontrerà oggi il primo ministro Hariri per parlare del sostegno Usa alla sovranità, indipendenza e stabilità del Libano», ha spiegato il portavoce Robert Gibbs. Il presidente americano ha discusso per telefono della crisi libanese anche con il re saudita Abdallah, che si trova a New York dove è stato sottoposto recentemente a un'operazione chirurgica.
Analoghi colloqui si sono svolti tra il primo ministro Hariri e il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, la quale si è definita «fortemente preoccupata per gli attuali tentativi di destabilizzare il Libano».
http://www.ilsole24ore.com/art/notiz...?uuid=AYaQKCzC
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domenica 2 gennaio 2011
L'Onu verso la condanna di Hezbollah per l'omicidio Hariri. Iran: la sentenza non ha valore
L'Iran sta preparando la reazione all'imminente sentenza del tribunale speciale dell'Onu per il Libano sull'uccisione dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri. L'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema di Teheran, lunedì ha detto che la sentenza del tribunale dell'Onu (che ha puntato il dito accusatore prima sulla Siria e poi su Hezbollah) «è nulla e priva di valore».
Anche Hezbollah ha rilasciato una dichiarazione – secondo quanto riporta il giornale libanese The Daily Star e la Press Tv iraniana – in cui accusa il Tribunale speciale dell'Onu di «preparare una falsa sentenza che coinvolgerebbe alcuni membri di Hezbollh stesso» nell'assassinio dell'ex primo ministro Rafik Hariri. Sayyed Nasrallah, leader di Heazbolah, ha poi aggiunto che non permetterà nessun arresto di alcun membro della sua organizzazione.
Pronta la reazione del figlio di Hariri, Saad, oggi primo ministro libanese che ha detto di rispettare le posizioni della Guida suprema iraniana Ali Khamenei ma «che le risoluzioni internazionali sono risoluzioni internazionali» e quindi vanno rispettate.
Hariri si è già recato recentemente a Damasco - secondo fonti riservate - per invitare la Siria e proseguire nell'opera di mediazione insieme ai sauditi per evitare lo scoppio di nuovi conflitti nella regione.
Ma Teheran ha deciso, in vista del prossimo incontro a Istanbul sul suo controverso piano nucleare, di soffiare sul fuoco e in occasione della sentenza del tribunale dell'Onu (data ormai per imminente dagli iraniani) per minacciare di far esplodere la protesta prima a Beirut, dove alcuni analisti paventano addirittura un colpo di stato per imporre uno stato islamico con a capo Nasrallah e cacciare i filo-occidentali) e poi far aumentare la tensione al confine con Israele e far naufragare senza appello i negoziati di pace israelo-palestinesi.
Non a caso nel corso del suo recente viaggio in Libano il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha chiarito cosa intenda quando definisce il sud del Libano «la frontiera dell'Iran con Israele». In conferenza stampa nel palazzo presidenziale di Baabda Ahmadinejad ha detto che «è necessario liberare la Palestina, occorre porre fine all'occupazione israeliana delle terre palestinesi, siriane e libanesi, in caso contrario l'area non vedrà mai la luce». Retorica populista per accreditarsi presso le masse arabe e sunnite?
Può darsi, ma resta il fatto che Ahmadinejad in Libano si è comportato come un signore in visita al suo feudo che non tollererà una sentenza che metterebbe sul banco degli accusati proprio Hezbollah, il suo fedele alleato nel paese dei cedri. Ecco perché da Teheran la guida suprema Khamenei ha messo le mani avanti dichiarando in anticipo «nullo e senza valore» il prossimmo verdetto del tribunale speciale dell'Onu. In caso contrario Teheran è pronta a dar fuoco alle polveri al confine meridionale.
Vittorio Da Rold, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-12-31/lonu-condanna-hezbollah-lomicidio-110922.shtml?uuid=AYBPqxvC
Anche Hezbollah ha rilasciato una dichiarazione – secondo quanto riporta il giornale libanese The Daily Star e la Press Tv iraniana – in cui accusa il Tribunale speciale dell'Onu di «preparare una falsa sentenza che coinvolgerebbe alcuni membri di Hezbollh stesso» nell'assassinio dell'ex primo ministro Rafik Hariri. Sayyed Nasrallah, leader di Heazbolah, ha poi aggiunto che non permetterà nessun arresto di alcun membro della sua organizzazione.
Pronta la reazione del figlio di Hariri, Saad, oggi primo ministro libanese che ha detto di rispettare le posizioni della Guida suprema iraniana Ali Khamenei ma «che le risoluzioni internazionali sono risoluzioni internazionali» e quindi vanno rispettate.
Hariri si è già recato recentemente a Damasco - secondo fonti riservate - per invitare la Siria e proseguire nell'opera di mediazione insieme ai sauditi per evitare lo scoppio di nuovi conflitti nella regione.
Ma Teheran ha deciso, in vista del prossimo incontro a Istanbul sul suo controverso piano nucleare, di soffiare sul fuoco e in occasione della sentenza del tribunale dell'Onu (data ormai per imminente dagli iraniani) per minacciare di far esplodere la protesta prima a Beirut, dove alcuni analisti paventano addirittura un colpo di stato per imporre uno stato islamico con a capo Nasrallah e cacciare i filo-occidentali) e poi far aumentare la tensione al confine con Israele e far naufragare senza appello i negoziati di pace israelo-palestinesi.
Non a caso nel corso del suo recente viaggio in Libano il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha chiarito cosa intenda quando definisce il sud del Libano «la frontiera dell'Iran con Israele». In conferenza stampa nel palazzo presidenziale di Baabda Ahmadinejad ha detto che «è necessario liberare la Palestina, occorre porre fine all'occupazione israeliana delle terre palestinesi, siriane e libanesi, in caso contrario l'area non vedrà mai la luce». Retorica populista per accreditarsi presso le masse arabe e sunnite?
Può darsi, ma resta il fatto che Ahmadinejad in Libano si è comportato come un signore in visita al suo feudo che non tollererà una sentenza che metterebbe sul banco degli accusati proprio Hezbollah, il suo fedele alleato nel paese dei cedri. Ecco perché da Teheran la guida suprema Khamenei ha messo le mani avanti dichiarando in anticipo «nullo e senza valore» il prossimmo verdetto del tribunale speciale dell'Onu. In caso contrario Teheran è pronta a dar fuoco alle polveri al confine meridionale.
Vittorio Da Rold, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-12-31/lonu-condanna-hezbollah-lomicidio-110922.shtml?uuid=AYBPqxvC
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giovedì 22 aprile 2010
Se saltano le regole al confine siro-libanese
di Jonathan Spyer
La convocazione al Dipartimento di stato americano del vice capo della missione diplomatica siriana a Washington, Zouheir Jabbour, per riferire sui trasferimenti di armi siriane a Hezbollah non è che l’ultima testimonianza del fatto che le rinnovate tensioni al confine settentrionale d’Israele sono tutt’altro che infondate. La Siria ha ripetutamente smentito i recenti rapporti secondo cui avrebbe autorizzazione il trasferimento ai libanesi Hezbollah di missili balistici Scud-D. Ma la questione degli Scud è solo un particolare, sebbene rilevante, all’interno di un quadro più ampio che è venuto chiaramente a galla sin dall’agosto 2006. Si tratta della realtà entro la quale la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che pose fine alla guerra fra Israele e Hezbollah dell’estate 2006, è stata trasformata in lettera morta dal “blocco della resistenza” costituito da Iran, Siria e Hezbollah.
Vale la pena ricordare che all’epoca la risoluzione 1701 venne sbandierata come un significativo successo della diplomazia. Era la risoluzione che avrebbe dovuto rafforzare la basi della rinnovata sovranità libanese, che allora sembrava possibile dopo il ritiro delle forze armate siriane dal Libano nel 2005. Le sue disposizioni erano assai chiare. La risoluzione prescrive il “disarmo di tutti i gruppi in Libano cosicché … non vi siano né armi né autorità in Libano oltre a quelle dello Stato libanese”. Essa inoltre proibiva esplicitamente “la vendita e fornitura di armi e materiale connesso in Libano ad eccezione di quanto autorizzato dal suo governo”.
Hezbollah e i suoi sostenitori hanno calcolato, a ragione, che né il governo libanese né le Nazioni Unite né la “comunità internazionale” avrebbero avuto la capacità o la volontà di far rispettare queste clausole.
Le Nazioni Unite stesse hanno ammesso la grave inadeguatezza degli arrangiamenti lungo il confine siro-libanese. L’Onu ha condotto due analisi della situazione su quel confine: una nel giugno 2007, l’altra nell’agosto 2008. Il secondo rapporto ha rilevato, per dirla nel linguaggio asciutto di questo genere di documenti, che “anche tenendo conto della difficile situazione politica in Libano durante lo scorso anno”, i progressi verso il conseguimento degli obiettivi enunciati nella risoluzione 1701 sono stati “insufficienti”. La “difficile situazione politica” del 2008 è un riferimento al fatto che l’unico tentativo del governo elettivo libanese di far rispettare la sua sovranità da parte degli alleati nel paese di Siria e Iran era finito nel maggio di quell’anno con la violenta disfatta del governo stesso. Hezbollah e i suoi alleati avevano semplicemente chiarito che qualunque tentativo di interferire con i loro dispositivi militari sarebbe stato affrontato con la forza pura e semplice, e in effetti nessun ulteriore tentativo venne più fatto. Il risultato è stato che negli ultimi tre anni e mezzo, sotto gli occhi indifferenti del resto del mondo, sulle strade che collegano la Siria al Libano è risuonato il rumore dei camion dei fornitori intenti a portare armamenti siriani e iraniani in Libano.
La reazione di Israele è stata quella di tenere d’occhio la situazione e mettere in chiaro che il superamento di certi limiti in termini di tipo, calibro e gittata delle armi messe a disposizione di Hezbollah, sarebbe stato considerato un casus belli. Il recente innalzamento della tensione è dovuto appunto all’emergere di prove che questi limiti vengono impunemente calpestati.
La cosa non è iniziata coi rapporti sugli Scud. Nei mesi scorsi erano già diventate di pubblico dominio le prove di tipi d’armi che indicano una volontà siriana e iraniana di trasformare Hezbollah in una fidata minaccia strategica contro Israele. Tali armi fornite a Hezbollah comprendono missili terra-terra M-600, sistemi missilistici portatili terra-aria Igla-S che possono costituire un pericolo per i caccia israeliani impegnati a monitorare i cieli del Libano meridionale, e ora i sistemi di missili balistici Scud-D. Se i rapporti circa tali armamenti sono corretti, ciò farebbe di Hezbollah il gruppo paramilitare non statale di gran lunga meglio armato al mondo.
Il che non significa che la guerra sia necessariamente imminente. Israele non sembra aver fretta di castigare Hezbollah e la Siria per essersi fatti beffe dei limiti stabiliti. A differenza dei suoi nemici, il governo israeliano deve rendere conto all’opinione pubblica e gli sarebbe difficile giustificare di fronte al pubblico israeliano un intervento preventivo, che potrebbe senz’altro sfociare in una nuova guerra. D’altra parte, anche Hezbollah e Siria non sembrano aver fretta di aprire le ostilità. Hanno semplicemente introiettato il fatto che nulla sembra poter seriamente ostacolare le loro attività attraverso il confine orientale del Libano, e quindi procedono a ritmo sostenuto.
La più chiara lezione di questi ultimi eventi è lo status fittizio di garanzie e risoluzioni internazionali quando non siano sostenute da una reale volontà di farle rispettare. Il fallimento dell’occidente nel garantire il governo elettivo libanese ha permesso di fatto a Hezbollah di impadronirsi del paese. Non aver insistito per l’attuazione della risoluzione 1701 ha consentito a quanto pare la trasformazione strategica di Hezbollah nel corso degli ultimi tre anni e mezzo. Anche se il “blocco della resistenza” non cerca un conflitto nell’immediato, tuttavia nulla indica che i suoi appetiti siano si siano saziati con i suoi recenti guadagni. Leggi, elezioni e accordi non lo ostacolano. Opera, piuttosto, secondo il dettato di un certo “condottiero” tedesco del XX secolo, che disse: “Voi state là con le vostre leggi, io starò qui con le mie baionette: vedremo chi vincerà”. La vera domanda naturalmente è quanto a lungo la vittima designata di tale atteggiamento sia disposta a lasciare che vada avanti.
(Da. Jerusalem Post, 21.4.10)
La convocazione al Dipartimento di stato americano del vice capo della missione diplomatica siriana a Washington, Zouheir Jabbour, per riferire sui trasferimenti di armi siriane a Hezbollah non è che l’ultima testimonianza del fatto che le rinnovate tensioni al confine settentrionale d’Israele sono tutt’altro che infondate. La Siria ha ripetutamente smentito i recenti rapporti secondo cui avrebbe autorizzazione il trasferimento ai libanesi Hezbollah di missili balistici Scud-D. Ma la questione degli Scud è solo un particolare, sebbene rilevante, all’interno di un quadro più ampio che è venuto chiaramente a galla sin dall’agosto 2006. Si tratta della realtà entro la quale la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che pose fine alla guerra fra Israele e Hezbollah dell’estate 2006, è stata trasformata in lettera morta dal “blocco della resistenza” costituito da Iran, Siria e Hezbollah.
Vale la pena ricordare che all’epoca la risoluzione 1701 venne sbandierata come un significativo successo della diplomazia. Era la risoluzione che avrebbe dovuto rafforzare la basi della rinnovata sovranità libanese, che allora sembrava possibile dopo il ritiro delle forze armate siriane dal Libano nel 2005. Le sue disposizioni erano assai chiare. La risoluzione prescrive il “disarmo di tutti i gruppi in Libano cosicché … non vi siano né armi né autorità in Libano oltre a quelle dello Stato libanese”. Essa inoltre proibiva esplicitamente “la vendita e fornitura di armi e materiale connesso in Libano ad eccezione di quanto autorizzato dal suo governo”.
Hezbollah e i suoi sostenitori hanno calcolato, a ragione, che né il governo libanese né le Nazioni Unite né la “comunità internazionale” avrebbero avuto la capacità o la volontà di far rispettare queste clausole.
Le Nazioni Unite stesse hanno ammesso la grave inadeguatezza degli arrangiamenti lungo il confine siro-libanese. L’Onu ha condotto due analisi della situazione su quel confine: una nel giugno 2007, l’altra nell’agosto 2008. Il secondo rapporto ha rilevato, per dirla nel linguaggio asciutto di questo genere di documenti, che “anche tenendo conto della difficile situazione politica in Libano durante lo scorso anno”, i progressi verso il conseguimento degli obiettivi enunciati nella risoluzione 1701 sono stati “insufficienti”. La “difficile situazione politica” del 2008 è un riferimento al fatto che l’unico tentativo del governo elettivo libanese di far rispettare la sua sovranità da parte degli alleati nel paese di Siria e Iran era finito nel maggio di quell’anno con la violenta disfatta del governo stesso. Hezbollah e i suoi alleati avevano semplicemente chiarito che qualunque tentativo di interferire con i loro dispositivi militari sarebbe stato affrontato con la forza pura e semplice, e in effetti nessun ulteriore tentativo venne più fatto. Il risultato è stato che negli ultimi tre anni e mezzo, sotto gli occhi indifferenti del resto del mondo, sulle strade che collegano la Siria al Libano è risuonato il rumore dei camion dei fornitori intenti a portare armamenti siriani e iraniani in Libano.
La reazione di Israele è stata quella di tenere d’occhio la situazione e mettere in chiaro che il superamento di certi limiti in termini di tipo, calibro e gittata delle armi messe a disposizione di Hezbollah, sarebbe stato considerato un casus belli. Il recente innalzamento della tensione è dovuto appunto all’emergere di prove che questi limiti vengono impunemente calpestati.
La cosa non è iniziata coi rapporti sugli Scud. Nei mesi scorsi erano già diventate di pubblico dominio le prove di tipi d’armi che indicano una volontà siriana e iraniana di trasformare Hezbollah in una fidata minaccia strategica contro Israele. Tali armi fornite a Hezbollah comprendono missili terra-terra M-600, sistemi missilistici portatili terra-aria Igla-S che possono costituire un pericolo per i caccia israeliani impegnati a monitorare i cieli del Libano meridionale, e ora i sistemi di missili balistici Scud-D. Se i rapporti circa tali armamenti sono corretti, ciò farebbe di Hezbollah il gruppo paramilitare non statale di gran lunga meglio armato al mondo.
Il che non significa che la guerra sia necessariamente imminente. Israele non sembra aver fretta di castigare Hezbollah e la Siria per essersi fatti beffe dei limiti stabiliti. A differenza dei suoi nemici, il governo israeliano deve rendere conto all’opinione pubblica e gli sarebbe difficile giustificare di fronte al pubblico israeliano un intervento preventivo, che potrebbe senz’altro sfociare in una nuova guerra. D’altra parte, anche Hezbollah e Siria non sembrano aver fretta di aprire le ostilità. Hanno semplicemente introiettato il fatto che nulla sembra poter seriamente ostacolare le loro attività attraverso il confine orientale del Libano, e quindi procedono a ritmo sostenuto.
La più chiara lezione di questi ultimi eventi è lo status fittizio di garanzie e risoluzioni internazionali quando non siano sostenute da una reale volontà di farle rispettare. Il fallimento dell’occidente nel garantire il governo elettivo libanese ha permesso di fatto a Hezbollah di impadronirsi del paese. Non aver insistito per l’attuazione della risoluzione 1701 ha consentito a quanto pare la trasformazione strategica di Hezbollah nel corso degli ultimi tre anni e mezzo. Anche se il “blocco della resistenza” non cerca un conflitto nell’immediato, tuttavia nulla indica che i suoi appetiti siano si siano saziati con i suoi recenti guadagni. Leggi, elezioni e accordi non lo ostacolano. Opera, piuttosto, secondo il dettato di un certo “condottiero” tedesco del XX secolo, che disse: “Voi state là con le vostre leggi, io starò qui con le mie baionette: vedremo chi vincerà”. La vera domanda naturalmente è quanto a lungo la vittima designata di tale atteggiamento sia disposta a lasciare che vada avanti.
(Da. Jerusalem Post, 21.4.10)
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