di GILLES KEPEL
Mi ricordo una colazione al Club dei Professori di Harvard con Samuel Huntington, qualche anno dopo la pubblicazione del suo famoso articolo, poi del suo libro, sullo Scontro delle civiltà. Avevo voluto vederlo perché, per elaborare il suo argomento, aveva usato fra l'altro il mio libro La rivincita di Dio. In quelle pagine spiegavo come, negli Anni Settanta, si fossero sviluppati i movimenti politici religiosi all'interno del Cristianesimo, l'Ebraismo e l'Islam. Avevo voluto tracciare dei paralleli trans-religiosi fra quei fenomeni; dimostrare come, benché in modo diverso, ciascuno dei tre fosse nato in reazione alla crisi della modernità e del mondo industriale, all'indebolimento delle solidarietà sindacali e operaie dopo la scomparsa del lavoro in fabbrica, l'aumento della disoccupazione, e così via.
Paradossalmente, però, Huntington aveva attinto soltanto alla parte islamica del mio libro, usandola per argomentare il carattere eccezionale dell'Islam. Su questo aveva fondato una visione univoca dell'Islam senza capire che all'interno di quella fede si opponevano varie forze, si scontravano per controllarlo, o per imporre una divisione tra il riferimento laico e quello religioso nella lotta politica e nello spazio pubblico. La discussione con lui quel giorno fu cortese, ma affiorarono posizioni radicalmente diverse.
Qualche anno dopo arrivò l'11 settembre 2001. Huntington conobbe un secondo trionfo: gli attentati di Al Qaeda, agli occhi di gran parte dei commentatori, convalidavano le sue tesi e
il carattere assolutista dell'Islam; trasformavano la gran massa dei fedeli in seguaci di Bin Laden.
Dal canto mio, nel libro "Jihad, ascesa e declino dell'islamismo", avevo cercato di spiegare che l'islamismo attraversava, appunto, un declino. Infatti, si era spaccato. Da un lato, vi erano i gruppi radicali destinati a usare sempre più la violenza, nella speranza che quella avrebbe svegliato le masse e innescato la rivoluzione islamica. Quei gruppi erano una versione musulmana delle Brigate rosse, o della Rote Armee Fraktion tedesca. Dall'altro lato, vi erano islamisti come l'Akp turco, pronti a partecipare al sistema politico, destinati poi a vedere la propria dottrina dissolversi nel pluralismo, e a riconoscere che la sovranità deriva dal popolo e non da Allah: la democrazia. Il 12 settembre, mentre Huntington trionfava nei media, certi giornalisti francesi chiesero la mia rimozione dalla cattedra, tanto i miei scritti parevano a loro privi di senso.
Eppure oggi, che sono trascorsi 10 anni, quell'analisi mi sembra giusta. L'estremismo islamico, di cui Bin Laden era l'emblema, non è riuscito a trascinare le masse del mondo musulmano. Al Qaeda è ridotto a una setta priva di fecondità politica. D'altro canto, i regimi autoritari e dittatoriali dei vari Mubarak e Ben Ali, ritenuti dagli occidentali "baluardi" contro l'estremismo islamico, sono anch'essi diventati obsoleti. Oggi i popoli arabi sono emersi da quel dilemma - stretti fra Ben Ali o Bin Laden. Hanno fatto di nuovo ingresso in una storia universale che ha visto cadere le dittature in America Latina, i regimi comunisti nell'Europa orientale, e anche i regimi militari nei Paesi musulmani non arabi, come l'Indonesia e la Turchia. Di conseguenza, gli islamisti che proponevano la partecipazione politica all'interno di un sistema pluralista sul modello turco, oggi prevalgono, anche se in Egitto non sono stati capaci di imporre il proprio vocabolario politico, e sono costretti - senza pregiudicare gli sviluppi futuri - a seguire le rivoluzioni democratiche arabe, anziché invocare la sovranità di Allah. Perciò, credo che il sociologo politico abbia avuto ragione rispetto a certi studi che riducevano la società a dei testi ideologici.
Molti, con grande ingenuità, ora scrivono che l'islamismo è scomparso, che gli arabi assomigliano agli europei o agli americani. La realtà, però, è più complessa. Gli arabi, infatti, stanno costruendo una modernità, esitante. Non è un caso che la prima rivoluzione araba sia avvenuta in Tunisia, e che lo slogan più celebre sia stato espresso in francese: "Ben Ali dégage", "vattene", ripreso fedelmente dagli egiziani in un Paese dove quasi nessuno parla più il francese. Gli egiziani l'hanno ascoltato su Al Jazeera ed è divenuto uno slogan rivoluzionario. In Tunisia vi è un vero pluralismo culturale franco-arabo. Questo ci fa capire la vera natura delle rivoluzioni in corso: radicate nelle culture locali, e al tempo stesso nelle aspirazioni universali, con tutte le difficoltà che ciò comporta.
(05 marzo 2011)
http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/05/news/kepel_rivolte-13209656/?ref=HRER3-1
La minaccia del terrorismo internazionale connota l'attuale fase di trasformazione del sistema politico internazionale. Una ricostruzione delle vicende storico-politiche che hanno scosso l'intero pianeta. Da una parte lo Stato d'Israele e dall'altra la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese, dietro l'affermarsi del terrorismo.
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sabato 5 marzo 2011
mercoledì 22 dicembre 2010
GRANDI MANOVRE IN SIRIA
Siria: sciolto il Baath
SIRIA: SCIOLTE TUTTE LE SEZIONI DEL PARTITO DI GOVERNO BAATH
(ANSAmed) - ROMA, 26 OTT - La leadership nazionale del partito di governo siriano Baath ha preso ieri la decisione di sciogliere tutte le sezioni del partito nelle citta' del Paese. A renderlo noto e' il quotidiano semi ufficiale Al Watan, aggiungendo che tale decisione prevede la formazione di comitati temporanei per amministrare gli affari di partito e supervisionare le elezioni. Lo scioglimento serve, secondo il quotidiano, a preparare lo svolgimento dell'assemblea nazionale del partito, prevista entro i prossimi tre mesi.
Ma secondo l'agenzia di stampa tedesca Dpa che cita fonti ben informate, e ripresa sempre da Al Watan, lo scioglimento delle sezioni e' dovuto a casi di abuso di potere e corruzioni come quello avvenuto nella provincia di Hama. I giornali locali avevano dato ampia copertura a tali casi, ma alcuni analisti ritengono che il partito stia facendo un'operazione di 'maquillage' perche' la misura, per l'opinione pubblica, e' colma.
Durante la sua visita in America Latina il presidente siriano, Bashar Assad, aveva gia' accennato alla possibilita' di convocare l'undicesima assemblea nazionale del partito prima della fine di quest'anno. In quell'occasione, il presidente aveva detto che la data dell'assemblea non è importante, l'importante è che l'assemblea offra alla gente ciò che si aspetta. (ANSAmed
http://www.ansamed.info/it/siria/news/MI.XAM11355.html
SIRIA,TERREMOTO AI VERTICI DELL’ INTELLIGENCE
Bashar Assad due mesi fa ha sostituito i principali comandanti dei servizi di sicurezza, rivela l’istituto di analisi strategica Stratfor. Incerta la posizione di Assaf Shawkat, capo dell’intelligence militare e cognato del presidente, caduto in disgrazia nel 2008.
Roma, 22 ottobre 2010, Nena News – Una scossa tellurica di magnitudo elevata ha di recente rimescolato cariche e posizioni ai vertici dei servizi di intelligence siriani. Due mesi fa, rivela lo stimato istituto internazionale di analisi strategica Stratfor, il presidente Bashar Assad ha sostituito quasi tutti i comandanti dei servizi di sicurezza. In qualche caso, si è trattatto di semplici avvicendamenti e di scambi di posizioni, in altri di siluramenti veri e propri.
E’ stato «pensionato», ad esempio, il generale Ali Mamluk, sostituito dal generale Zuhair Hamad, un esperto di «antiterrorismo», alla direzione del potente Dipartimento di intelligence. Ufficialmente Mamluk, 62 anni, lascia l’incarico per raggiunti limiti di età, ma le voci di un suo allontanamento sono insistenti. Mamluk, in carica dal 2004, ha guidato l’intelligence in uno dei periodi più difficili della storia politica siriana che ha visto l’isolamento internazionale di Damasco imposto dall’ex presiente Usa George Bush e il ritiro del contingente siriano da Beirut dopo l’assassinio nel 2005 dell’ex premier libanese Rafiq Hariri. Mamluk ha ricevuto l’incarico piuttosto vago di «consigliere» del presidente.
Incerta è la sorte del capo dell’intelligence militare, generale Assaf Shawkat, che è anche cognato di Assad avendo sposato la sorella del presidente, Bushra. Per Stratfor sarebbe in procinto di diventare ministro della difesa ma il ben informato sito francese Intelligence Online ribadisce che Shawkat, caduto in disgrazia nel 2008, rimane isolato e in una posizione marginale. Due anni fa le indiscrezioni riferirono che Shawkat ebbe uno scontro, lungo ed acceso, con Maher Assad, fratello di Bashar e comandante della Guardia Presidenziale, a causa delle ambizioni sfrenate che il capo dell’intelligence militare avrebbe mostrato in più di una occasione.
Assad, come faceva il padre e suo predecessore Hafez, sostituisce periodicamente i capi dei servizi di sicurezza per impedire che possano creare centri di potere in grado di minacciare la presidenza. Tuttavia le recenti rimozioni sono state più ampie e profonde del solito e potrebbero essere frutto dell’aggravarsi della crisi mediorientale – all’orizzonte si intravedono nuovi conflitti, in particolare uno tra Israele e Iran – e dei colloqui in corso da oltre un anno tra Damasco e Washington. Non è un mistero che l’Amministrazione Obama stia premendo su Assad affinché prenda le distanze da Teheran (Siria e Iran sono stretti alleati da 30 anni).
«E’ da considerare inoltre che Assad sta rischiando in questa fase allo scopo di espandere l’influenza siriana nella regione e mentre da un lato tiene un occhio vigile sui (difficili,ndr) contatti tra Iran e Stati Uniti, dall’altro collabora con l’Arabia saudita riguardo la soluzione della crisi interna libanese e usa la sua forte posizione anche per contenere (il movimento sciita Hezbollah)», ha scritto Stratfor, in parziale disaccordo con le analisi fatte di recente da alcuni commentatori arabi.
Stratfor aggiunge che il generale Hamad, ora capo dell’intelligence, è molto vicino agli iraniani e la sua nomina avrebbe lo scopo di cementare l’accordo che, secondo l’istituto di analisi strategica, Damasco e Tehran avrebbero raggiunto sul contenimento delle azioni e dell’influenza di Hezbollah sulla scena interna libanese.
http://www.nena-news.com/?p=4339
SIRIA: SCIOLTE TUTTE LE SEZIONI DEL PARTITO DI GOVERNO BAATH
(ANSAmed) - ROMA, 26 OTT - La leadership nazionale del partito di governo siriano Baath ha preso ieri la decisione di sciogliere tutte le sezioni del partito nelle citta' del Paese. A renderlo noto e' il quotidiano semi ufficiale Al Watan, aggiungendo che tale decisione prevede la formazione di comitati temporanei per amministrare gli affari di partito e supervisionare le elezioni. Lo scioglimento serve, secondo il quotidiano, a preparare lo svolgimento dell'assemblea nazionale del partito, prevista entro i prossimi tre mesi.
Ma secondo l'agenzia di stampa tedesca Dpa che cita fonti ben informate, e ripresa sempre da Al Watan, lo scioglimento delle sezioni e' dovuto a casi di abuso di potere e corruzioni come quello avvenuto nella provincia di Hama. I giornali locali avevano dato ampia copertura a tali casi, ma alcuni analisti ritengono che il partito stia facendo un'operazione di 'maquillage' perche' la misura, per l'opinione pubblica, e' colma.
Durante la sua visita in America Latina il presidente siriano, Bashar Assad, aveva gia' accennato alla possibilita' di convocare l'undicesima assemblea nazionale del partito prima della fine di quest'anno. In quell'occasione, il presidente aveva detto che la data dell'assemblea non è importante, l'importante è che l'assemblea offra alla gente ciò che si aspetta. (ANSAmed
http://www.ansamed.info/it/siria/news/MI.XAM11355.html
SIRIA,TERREMOTO AI VERTICI DELL’ INTELLIGENCE
Bashar Assad due mesi fa ha sostituito i principali comandanti dei servizi di sicurezza, rivela l’istituto di analisi strategica Stratfor. Incerta la posizione di Assaf Shawkat, capo dell’intelligence militare e cognato del presidente, caduto in disgrazia nel 2008.
Roma, 22 ottobre 2010, Nena News – Una scossa tellurica di magnitudo elevata ha di recente rimescolato cariche e posizioni ai vertici dei servizi di intelligence siriani. Due mesi fa, rivela lo stimato istituto internazionale di analisi strategica Stratfor, il presidente Bashar Assad ha sostituito quasi tutti i comandanti dei servizi di sicurezza. In qualche caso, si è trattatto di semplici avvicendamenti e di scambi di posizioni, in altri di siluramenti veri e propri.
E’ stato «pensionato», ad esempio, il generale Ali Mamluk, sostituito dal generale Zuhair Hamad, un esperto di «antiterrorismo», alla direzione del potente Dipartimento di intelligence. Ufficialmente Mamluk, 62 anni, lascia l’incarico per raggiunti limiti di età, ma le voci di un suo allontanamento sono insistenti. Mamluk, in carica dal 2004, ha guidato l’intelligence in uno dei periodi più difficili della storia politica siriana che ha visto l’isolamento internazionale di Damasco imposto dall’ex presiente Usa George Bush e il ritiro del contingente siriano da Beirut dopo l’assassinio nel 2005 dell’ex premier libanese Rafiq Hariri. Mamluk ha ricevuto l’incarico piuttosto vago di «consigliere» del presidente.
Incerta è la sorte del capo dell’intelligence militare, generale Assaf Shawkat, che è anche cognato di Assad avendo sposato la sorella del presidente, Bushra. Per Stratfor sarebbe in procinto di diventare ministro della difesa ma il ben informato sito francese Intelligence Online ribadisce che Shawkat, caduto in disgrazia nel 2008, rimane isolato e in una posizione marginale. Due anni fa le indiscrezioni riferirono che Shawkat ebbe uno scontro, lungo ed acceso, con Maher Assad, fratello di Bashar e comandante della Guardia Presidenziale, a causa delle ambizioni sfrenate che il capo dell’intelligence militare avrebbe mostrato in più di una occasione.
Assad, come faceva il padre e suo predecessore Hafez, sostituisce periodicamente i capi dei servizi di sicurezza per impedire che possano creare centri di potere in grado di minacciare la presidenza. Tuttavia le recenti rimozioni sono state più ampie e profonde del solito e potrebbero essere frutto dell’aggravarsi della crisi mediorientale – all’orizzonte si intravedono nuovi conflitti, in particolare uno tra Israele e Iran – e dei colloqui in corso da oltre un anno tra Damasco e Washington. Non è un mistero che l’Amministrazione Obama stia premendo su Assad affinché prenda le distanze da Teheran (Siria e Iran sono stretti alleati da 30 anni).
«E’ da considerare inoltre che Assad sta rischiando in questa fase allo scopo di espandere l’influenza siriana nella regione e mentre da un lato tiene un occhio vigile sui (difficili,ndr) contatti tra Iran e Stati Uniti, dall’altro collabora con l’Arabia saudita riguardo la soluzione della crisi interna libanese e usa la sua forte posizione anche per contenere (il movimento sciita Hezbollah)», ha scritto Stratfor, in parziale disaccordo con le analisi fatte di recente da alcuni commentatori arabi.
Stratfor aggiunge che il generale Hamad, ora capo dell’intelligence, è molto vicino agli iraniani e la sua nomina avrebbe lo scopo di cementare l’accordo che, secondo l’istituto di analisi strategica, Damasco e Tehran avrebbero raggiunto sul contenimento delle azioni e dell’influenza di Hezbollah sulla scena interna libanese.
http://www.nena-news.com/?p=4339
domenica 28 novembre 2010
Incertezza in Siria, in Libano e nei paesi del Golfo per i preparativi alla successione in Arabia Saudita
Le cattive condizioni di salute del re saudita Abdullah, attualmente in cura negli Stati Uniti, e del principe ereditario Sultan bin Abdul Aziz, aprono la competizione per la successione all’interno della famiglia reale; ciò potrebbe avere delle conseguenze a livello regionale, e soprattutto in Libano dove gli sforzi siro-sauditi cercano di impedire una nuova esplosione di violenza nel paese
***
C’è attesa nelle capitali arabe e internazionali per i possibili sviluppi in Arabia Saudita in conseguenza del viaggio compiuto dal monarca saudita, re Abdullah bin Abdul Aziz, a New York per ricevere delle cure a causa di alcuni problemi di salute.
L’indisposizione dell’ottantaseienne monarca saudita, accompagnata dalla malattia del suo erede al trono, anch’egli ottuagenario, ripropone la questione della successione nel regno, e della distribuzione delle più alte e importanti cariche – le quali controllano la grandiosa ricchezza del paese, le sue politiche sociali, i religiosi più influenti e le forze armate – e di come ciò condizionerà le relazioni del regno, che ha una grande influenza politica nella regione, sugli avvenimenti e sugli sviluppi del Medio Oriente.
Gli sforzi siro-sauditi stanno compiendo una corsa contro il tempo per contenere le conseguenze dell’atteso rinvio a giudizio che il tribunale internazionale incaricato del dossier dell’assassinio del primo ministro libanese Rafiq Hariri dovrebbe emettere a breve, secondo tutte le aspettative.
Ma, mentre non è ancora arrivato l’inviato saudita (il principe Abdul Aziz bin Abdullah, che accompagna suo padre nel proprio viaggio di cura) il quale avrebbe dovuto incontrare la leadership siriana per discutere il piano d’azione da rendere effettivo prima del rinvio a giudizio, ambienti siriani hanno confermato che è cresciuta enormemente l’attesa di conoscere l’andamento degli affari interni sauditi, relativamente alla distribuzione delle posizioni di governo ed alla competizione tra i membri della famiglia reale, nelle sue due componenti della prima e seconda generazione.
Questi ambienti sono arrivati a dire che: “La stabilità del regno è la cosa migliore in questa fase, soprattutto in relazione al coordinamento siro-saudita”.
In un analogo contesto, osservatori a Damasco ritengono che il “ventilato” ritorno del principe Bandar bin Sultan ad una posizione di primo piano nella struttura del potere saudita (dopo un suo completo allontanamento, che era arrivato ai limiti della scomparsa definitiva) potrebbe non essere opportuno in questo preciso momento.
Tali osservatori sembrano temere le imprevedibili conseguenze del ritorno di Bandar, le quali potrebbero gettare un’ombra sul progresso degli sforzi compiuti in relazione al dossier libanese. Questi ambienti precisano tuttavia che il ritorno di Bandar bin Sultan è una faccenda che riguarda la famiglia saudita.
Gli esperti ritengono che la monarchia saudita stia vivendo attualmente una fase delicata a causa della malattia del re e dell’erede al trono, e a causa delle aspirazioni dei giovani principi, che ritengono di dover cogliere l’occasione per partecipare alla guida del governo. Il principe Bandar bin Sultan bin Abdul Aziz – segretario generale del Consiglio per la sicurezza nazionale – era arrivato a Riyadh dall’estero, ed era stato ricevuto in aeroporto dal principe Muqrin bin Abdul Aziz, capo dei servizi segreti, e da un gruppo di importanti principi dell’Arabia Saudita. E’ stato riferito che Bandar bin Sultan avrebbe giocato un ruolo di primo piano nel deterioramento delle relazioni tra Damasco e Riyadh all’indomani dell’assassinio di Hariri, e negli anni successivi.
Le parti libanesi fanno affidamento sui risultati della coordinamento siro-saudita per porre fine alla scottante crisi politica libanese, la quale potrebbe evolversi ulteriormente dopo l’emissione del rinvio a giudizio da parte del tribunale internazionale, col rischio di conflitti confessionali nel caso in cui il rinvio a giudizio dovesse tradursi in un’incriminazione di Hezbollah.
Gli osservatori libanesi hanno sottolineato che il principe Abdul Aziz bin Abdullah – il figlio del re saudita incaricato dei contatti con la Siria e il Libano – è partito anch’egli per Washington per accompagnare suo padre. Il che significa che sarà necessario aspettare fino al loro ritorno – che potrebbe farsi attendere – per riprendere le consultazioni e i contatti sulla faccenda libanese.
Il regno arabo saudita sta vivendo una situazione di incertezza politica senza precedenti. L’assenza del re saudita e l’improvviso ritorno dell’erede al trono dal Marocco occupano i discorsi nei forum e negli incontri politici.
Facebook e Twitter hanno assistito a numerose discussioni e commenti su questa difficile fase della storia del regno, e su come riorganizzare il potere ed evitare lotte tra le fazioni rivali all’interno della famiglia.
Circola un articolo del dott. Mohammed Abdul Karim, professore di diritto religioso all’Università al-Imam, che parla della necessità che i cittadini prendano parte alla scelta di chi dovrà rappresentarli. Questo articolo è stato pubblicato su numerosi siti web.
Nel suo articolo Abdul Karim si domanda: “Se la famiglia regnante dovesse cadere a causa di fattori interni (lotte interne alla famiglia) o esterni, il destino del’unità e del popolo continuerà a dipendere da conflitti interni ed esterni, e dalla presenza o meno della famiglia reale?”.
Poi egli aggiunge: “Restituite valore al popolo, all’uguaglianza tra le sue componenti, ad una sua reale direzione dello stato, a vere consultazioni, ad un popolo reale, e non ad un popolo immaginario dall’unità apparente e puramente esteriore, esposto alla dissoluzione semplicemente a causa di divergenze all’interno del regime”.
Nel regno saudita molti si sono soffermati sugli annunci di felicitazioni pubblicati dalla maggior parte dei giornali sauditi in occasione del ritorno del principe Salman bin Abdul Aziz – governatore della regione di Riyadh – che ha subito ripreso le proprie funzioni ed ha ricevuto le persone che si congratulavano del suo ritorno. Alcuni hanno interpretato queste congratulazioni come una “campagna elettorale” che rispecchierebbe le aspirazioni del principe Salman ad assumere un incarico importante all’interno dello stato, che potrebbe essere la posizione di principe ereditario.
La situazione interna saudita, e la questione della successione in particolare, hanno avuto ripercussioni nella regione del Golfo, i cui abitanti aspettano con ansia la rappresentanza saudita al vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo che si terrà agli inizi del mese prossimo a Abu Dhabi.
Molti osservatori prevedono che a capo della delegazione saudita ci sarà il principe Nayef bin Abdul Aziz – il secondo vice primo ministro – a causa dell’assenza del re saudita e della malattia del principe Sultan bin Abdul Aziz, attuale erede al trono.
A meno che il principe Sultan non decida di essere a capo della delegazione nella seduta di apertura e per un breve periodo, per poi lasciare il vertice, consegnando la presidenza al principe Saud al-Faisal, attuale ministro degli esteri.
Un esperto di questioni saudite, residente nei paesi del Golfo, ha dichiarato ad “al Quds al-arabi” che, se il principe Nayef dovesse assumere la presidenza della delegazione, ciò significherebbe che la questione della successione è stata decisa e che egli sarà designato come erede al trono nel caso in cui questa posizione dovesse diventare vacante.
Kamal Saqr
http://www.medarabnews.com/2010/11/28/incertezza-in-siria-in-libano-e-nei-paesi-del-golfo-per-i-preparativi-alla-successione-in-arabia-saudita/
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C’è attesa nelle capitali arabe e internazionali per i possibili sviluppi in Arabia Saudita in conseguenza del viaggio compiuto dal monarca saudita, re Abdullah bin Abdul Aziz, a New York per ricevere delle cure a causa di alcuni problemi di salute.
L’indisposizione dell’ottantaseienne monarca saudita, accompagnata dalla malattia del suo erede al trono, anch’egli ottuagenario, ripropone la questione della successione nel regno, e della distribuzione delle più alte e importanti cariche – le quali controllano la grandiosa ricchezza del paese, le sue politiche sociali, i religiosi più influenti e le forze armate – e di come ciò condizionerà le relazioni del regno, che ha una grande influenza politica nella regione, sugli avvenimenti e sugli sviluppi del Medio Oriente.
Gli sforzi siro-sauditi stanno compiendo una corsa contro il tempo per contenere le conseguenze dell’atteso rinvio a giudizio che il tribunale internazionale incaricato del dossier dell’assassinio del primo ministro libanese Rafiq Hariri dovrebbe emettere a breve, secondo tutte le aspettative.
Ma, mentre non è ancora arrivato l’inviato saudita (il principe Abdul Aziz bin Abdullah, che accompagna suo padre nel proprio viaggio di cura) il quale avrebbe dovuto incontrare la leadership siriana per discutere il piano d’azione da rendere effettivo prima del rinvio a giudizio, ambienti siriani hanno confermato che è cresciuta enormemente l’attesa di conoscere l’andamento degli affari interni sauditi, relativamente alla distribuzione delle posizioni di governo ed alla competizione tra i membri della famiglia reale, nelle sue due componenti della prima e seconda generazione.
Questi ambienti sono arrivati a dire che: “La stabilità del regno è la cosa migliore in questa fase, soprattutto in relazione al coordinamento siro-saudita”.
In un analogo contesto, osservatori a Damasco ritengono che il “ventilato” ritorno del principe Bandar bin Sultan ad una posizione di primo piano nella struttura del potere saudita (dopo un suo completo allontanamento, che era arrivato ai limiti della scomparsa definitiva) potrebbe non essere opportuno in questo preciso momento.
Tali osservatori sembrano temere le imprevedibili conseguenze del ritorno di Bandar, le quali potrebbero gettare un’ombra sul progresso degli sforzi compiuti in relazione al dossier libanese. Questi ambienti precisano tuttavia che il ritorno di Bandar bin Sultan è una faccenda che riguarda la famiglia saudita.
Gli esperti ritengono che la monarchia saudita stia vivendo attualmente una fase delicata a causa della malattia del re e dell’erede al trono, e a causa delle aspirazioni dei giovani principi, che ritengono di dover cogliere l’occasione per partecipare alla guida del governo. Il principe Bandar bin Sultan bin Abdul Aziz – segretario generale del Consiglio per la sicurezza nazionale – era arrivato a Riyadh dall’estero, ed era stato ricevuto in aeroporto dal principe Muqrin bin Abdul Aziz, capo dei servizi segreti, e da un gruppo di importanti principi dell’Arabia Saudita. E’ stato riferito che Bandar bin Sultan avrebbe giocato un ruolo di primo piano nel deterioramento delle relazioni tra Damasco e Riyadh all’indomani dell’assassinio di Hariri, e negli anni successivi.
Le parti libanesi fanno affidamento sui risultati della coordinamento siro-saudita per porre fine alla scottante crisi politica libanese, la quale potrebbe evolversi ulteriormente dopo l’emissione del rinvio a giudizio da parte del tribunale internazionale, col rischio di conflitti confessionali nel caso in cui il rinvio a giudizio dovesse tradursi in un’incriminazione di Hezbollah.
Gli osservatori libanesi hanno sottolineato che il principe Abdul Aziz bin Abdullah – il figlio del re saudita incaricato dei contatti con la Siria e il Libano – è partito anch’egli per Washington per accompagnare suo padre. Il che significa che sarà necessario aspettare fino al loro ritorno – che potrebbe farsi attendere – per riprendere le consultazioni e i contatti sulla faccenda libanese.
Il regno arabo saudita sta vivendo una situazione di incertezza politica senza precedenti. L’assenza del re saudita e l’improvviso ritorno dell’erede al trono dal Marocco occupano i discorsi nei forum e negli incontri politici.
Facebook e Twitter hanno assistito a numerose discussioni e commenti su questa difficile fase della storia del regno, e su come riorganizzare il potere ed evitare lotte tra le fazioni rivali all’interno della famiglia.
Circola un articolo del dott. Mohammed Abdul Karim, professore di diritto religioso all’Università al-Imam, che parla della necessità che i cittadini prendano parte alla scelta di chi dovrà rappresentarli. Questo articolo è stato pubblicato su numerosi siti web.
Nel suo articolo Abdul Karim si domanda: “Se la famiglia regnante dovesse cadere a causa di fattori interni (lotte interne alla famiglia) o esterni, il destino del’unità e del popolo continuerà a dipendere da conflitti interni ed esterni, e dalla presenza o meno della famiglia reale?”.
Poi egli aggiunge: “Restituite valore al popolo, all’uguaglianza tra le sue componenti, ad una sua reale direzione dello stato, a vere consultazioni, ad un popolo reale, e non ad un popolo immaginario dall’unità apparente e puramente esteriore, esposto alla dissoluzione semplicemente a causa di divergenze all’interno del regime”.
Nel regno saudita molti si sono soffermati sugli annunci di felicitazioni pubblicati dalla maggior parte dei giornali sauditi in occasione del ritorno del principe Salman bin Abdul Aziz – governatore della regione di Riyadh – che ha subito ripreso le proprie funzioni ed ha ricevuto le persone che si congratulavano del suo ritorno. Alcuni hanno interpretato queste congratulazioni come una “campagna elettorale” che rispecchierebbe le aspirazioni del principe Salman ad assumere un incarico importante all’interno dello stato, che potrebbe essere la posizione di principe ereditario.
La situazione interna saudita, e la questione della successione in particolare, hanno avuto ripercussioni nella regione del Golfo, i cui abitanti aspettano con ansia la rappresentanza saudita al vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo che si terrà agli inizi del mese prossimo a Abu Dhabi.
Molti osservatori prevedono che a capo della delegazione saudita ci sarà il principe Nayef bin Abdul Aziz – il secondo vice primo ministro – a causa dell’assenza del re saudita e della malattia del principe Sultan bin Abdul Aziz, attuale erede al trono.
A meno che il principe Sultan non decida di essere a capo della delegazione nella seduta di apertura e per un breve periodo, per poi lasciare il vertice, consegnando la presidenza al principe Saud al-Faisal, attuale ministro degli esteri.
Un esperto di questioni saudite, residente nei paesi del Golfo, ha dichiarato ad “al Quds al-arabi” che, se il principe Nayef dovesse assumere la presidenza della delegazione, ciò significherebbe che la questione della successione è stata decisa e che egli sarà designato come erede al trono nel caso in cui questa posizione dovesse diventare vacante.
Kamal Saqr
http://www.medarabnews.com/2010/11/28/incertezza-in-siria-in-libano-e-nei-paesi-del-golfo-per-i-preparativi-alla-successione-in-arabia-saudita/
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