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lunedì 10 maggio 2010

Cosa aspettarsi dai colloqui indiretti israelo-palestinesi

Di Barry Rubin

La domanda del giorno è: i colloqui indiretti fra Israele e Autorità Palestinese faranno fare progressi al “processo di pace” o risulteranno un fallimento?
In effetti, c’è da domandarsi, a questo punto, quanti sono gli ingenui che credono che la pace sia a portata di mano, e quanti sono i disinformati indotti a pensare che la mancanza di pace sia colpa di Israele.
Quello che occorre, per capire la questione, è esattamente ciò che non viene spiegato da politici, accademici e da tanta parte dei mass-media: l’Autorità Palestinese non ha la volontà né la capacità di arrivare a un accordo di compromesso per la pace. L’estremismo fra i suoi ranghi e nella sua opinione pubblica, unitamente alla sfida sempre presente di Hamas, legano le mani di leader palestinesi che già di per sé non sono poi tanto moderati. Troppo forte è la tentazione di credere che, continuando a “lottare”, a dire “no” e a cercare di capovolgere il sostegno occidentale a Israele, finiranno per ottenere tutto quel che vogliono senza cedere nulla.
Ma questi specifici colloqui, in questo specifico momento, potranno portare un progresso o un insuccesso? Dipende da cosa si intende per “progresso” e da cosa si intende per “fallimento”. Se si pensa di arrivare a un accordo di pace globale, allora il risultato sarà un fallimento perché, tanto per cominciare, l’Autorità Palestinese non vuole un accordo globale: sia le sue politiche interne, sia l’inebriante convinzione che l’amministrazione Obama darà loro ciò che vogliono, tendono a produrre maggiore intransigenza. Se gli Stati Uniti intendono imporre una soluzione ad ogni costo, l’Autorità Palestinese, avendo sentore che questo atteggiamento non può che sfociare nel fallimento dei colloqui, non si sentirà in alcun modo incoraggiata ad accettare un accordo. A quel punto, qualunque tentativo di forzare le cose fatto da persone che in effetti – siamo onesti – non capiscono granché delle questioni in ballo, né di come funziona la politica in Medio Oriente, alla lunga potrà solo portare a un disastro.
Se invece più saggiamente si useranno questi colloqui per ridurre le tensioni fra le parti e affrontare problemi più immediati cui è possibile dare una risposta – crescita economica, cooperazione per la sicurezza, modalità per rendere l’Autorità Palestinese più stabile politicamente, migliore per la sua popolazione e capace di sopravvivere alla sfida di Hamas – allora questi colloqui potranno essere proficui.
Dal punto di vista dell’amministrazione Obama, se si accontenterà della “grande impresa” d’aver ottenuto colloqui indiretti (dopo che la sua politica ha contribuito a ritardarli tanto a lungo), allora potrà fare la lieta scoperta che tali colloqui possono avere un valore in se stessi. E si convincerà che quei colloqui possono rabbonire arabi e musulmani, rendendo più accessibili gli obiettivi della politica americana su altre questioni grazie al sostegno arabo, ad esempio, su ciò che gli Stati Uniti stanno facendo per le sanzioni all’Iran, o per il ritiro dall’Iraq, o per ridurre il terrorismo anti-americano. Il che è tutt’altro che certo, ma farà sentire meglio l’amministrazione Usa e forse i suoi elettori.
Se i colloqui diventeranno diretti il mondo se ne rallegrerà molto, dimenticando che questo ci riporta semplicemente alla situazione che c’era nel 2008, peraltro anche allora senza grandi progressi. In effetti, colloqui diretti fra israeliani e palestinesi sono andati avanti per diciassette anni, con Israele che per tutto quel periodo ha offerto uno stato palestinese come esito dei colloqui, e che già dieci anni fa offriva ai palestinesi la possibilità di costituire subito uno stato con capitale a Gerusalemme est e un territorio equivalente a tutta la Cisgiordania e la striscia di Gaza.
A proposito, quando finalmente si vedranno i più seguiti mass-media occidentali riportare con esattezza quelle che sono le vere richieste di Israele per una composizione di pace definitiva? E cioè: garanzie per la sicurezza, cessazione di ogni ulteriore rivendicazione palestinese, uno stato palestinese smilitarizzato senza eserciti stranieri sul suo suolo, reinsediamento dei profughi palestinesi nello stato palestinese, riconoscimento di Israele come stato ebraico in cambio del riconoscimento della Palestina come stato arabo? Non sono, questi punti, almeno altrettanti rilevanti delle richieste palestinesi circa uno stato, lo smantellamento degli insediamenti ebraici e le rivendicazioni territoriali? Finché i leader occidentali non capiranno perché non vi sono stati progressi e finché non imposteranno le loro politiche di conseguenza, come porrà esservi una svolta tale da risolvere la questione?

(Da: Global Research in International Affairs-GLORIA, 4.5.10)
(http://www.israele.net/articolo,2819.htm)

venerdì 31 luglio 2009

QUESTIONE DI GERUSALEMME

Il conflitto arabo-israeliano-palestinese nasce da uno scontro nazionale e religioso. Da un punto di vista nazionale il punto di partenza è lo scontro tra il sionismo e il nazionalismo arabo e poi palestinese. Invece da un punto di vista religioso la Terra assume una connotazione sacra tanto per l’ebraismo che per l’Islam. Terra inalienabile discendente da un patto con Dio quindi incontestabile. Sebbene, ad oggi il principio “due popoli per due Stati” sia il cardine sul quale far girare tutta la questione per trovare una giusta soluzione quest’ultima connotazione rappresenta un vero punto di scontro. In particolare la formula espressa di uno Stato d’Israele riconosciuto che viva con uno Stato di Palestina su Gaza e Cisgiordania, trova uno dei tanti suoi nodi sulla questione di Gerusalemme.
Gerusalemme è la Città Santa per eccellenza: santa per la religione ebraica, santa per la religione cristiana e santa per la religione islamica. Come dire il contrario se quel luogo rappresenta il patto tra popolo eletto e Dio per gli ebrei? la predicazione di Gesù e le sue entrate al Tempio? il viaggio del Profeta Maometto dove ricevette la rivelazione?
La Città di Gerusalemme da un punto di vista strategico non è fondamentale; essa è situata lontano dal mare, senza corsi d’acqua e sorge su una collina. Intorno all’anno 1000 a.c. re David ne cambio il destino dopo la sua decisione di erigere un altare al Signore; Salomone fece costruire il Tempio trasformando Gerusalemme in capitale politica a città santa ebraica. Intorno al 70 d.c. i romani rasero al suolo il Tempio e sessantacinque anni dopo fecero lo stesso con la città mutandone il nome in Aelia Capitolina. Non si limitarono al solo cambiamento del nome ma si attivarono per cacciare gli ebrei ed erigere un tempio a Giove. L’intento dei romani non produsse l’effetto sperato: cancellare l’identità ebraica, anzi il legame tra città e spiritualità ebraica rimase inalterato. Ben presto ripresero le lotte e le varie battaglie. Nel frattempo la Città era diventata il fulcro spirituale per i cristiani e gli islamici da qui le crociate, fino al 1517 quando, la città, diventò una provincia dell’Impero Ottomano fino alla sua disintegrazione durante il primo conflitto mondiale. Dopo la Dichiarazione Balfour del 1917 e la sostituzione dal dominio ottomano con quello inglese la situazione subì un inasprimento, dovuto alla paura araba di una costituzione di uno Stato ebraico e la rivendicazione della Terra o parte di essa per costituire un proprio Stato per gli ebrei. Gli inglesi decisero di passare tutto all’Organizzazione delle Nazioni Unite, che stabilirono con la Risoluzione 181 del 29 novembre del 1947 la creazione di due stati uno ebraico e l’altro arabo, trasformando la Città di Gerusalemme in un “corpo separato” da sottoporre sotto un’amministrazione internazionale. Al Consiglio di amministrazione veniva dato il potere di redigere uno statuto per la città, inoltre dopo 10 anni la popolazione avrebbe dovuto esprimersi per il futuro mediante un referendum.
Le cose andarono diversamente a seguito del primo conflitto arabo–israeliano, dove per gli ebrei si trattò della prima guerra d’indipendenza mentre per gli arabi palestinesi si trattò della Nakba ossia catastrofe. Sul terreno le cose cambiarono: Gerusalemme venne tenuta nella parte occidentale mentre la Legione araba penetrò nella parte orientale della città inclusa la Città Vecchia. Gli accordi di armistizio tra Israele e Giordania prevedevano il diritto degli ebrei a recarsi al Muro del Pianto e al Monte degli Ulivi, dove vi è il cimitero ebraico, in realtà i giordani non permisero l’applicazione di quanto stabilito collegando la questione al ritorno dei rifugiati palestinesi alle loro terre. Gli israeliani non poterono recarsi al Monte del Pianto e gli arabo israeliani non poterono recarsi alla Spianata delle Moschee. La posizione dei giordani si trasformò poi scempio quando il cimitero ebraico venne profanato.
Dal canto suo, Israele decise di trasferire i propri ministeri e il Parlamento, Knesset, in città dove nel 1950 con una risoluzione fu dichiarata capitale dello Stato.
Nel 1967 con la guerra dei Sei giorni le truppe israeliane penetrarono nella parte orientale e nella Città Vecchia. Il comandante dei paracadutisti, Motta Gur, fece sventolare la bandiera con la Stella di David sul Monte, ma Dayan ne ordinò subito il ritiro. Gli ebrei poterono andare a pregare liberamente al Muro del Pianto e gli arabi residenti in Israele alla Spianata. Il governo di Levi Eshkol rassicurò i credenti di tutti i culti che avrebbe garantito l’accesso libero a tutti i luoghi Santi, inoltre l’amministrazione della Spianata delle Moschee fu lasciata in mano ai capi spirituali musulmani, per non provocare i risentimenti del mondo musulmano. Nel frattempo furono rimosse le barriere di divisione tra le due parti della Città e di fronte al Muro del Pianto furono espropriate diverse abitazioni per permettere ad un maggiore numero di ebrei di pregare di fronte al Muro. Il 27 giugno la Knesset approvò varie leggi che estendevano il diritto e l’amministrazione israeliana su Gerusalemme Est, quindi la costruzione di insediamenti attorno alla Gerusalemme abitata dagli arabi, e il 30 giugno 1980 la Knesset approvò un’altra legge dove esplicitamente veniva dichiarato che Gerusalemme era la capitale indivisa dello Stato.
Quando partirono i colloqui, che porteranno alla Dichiarazione dei Principi, la questione di Gerusalemme (insieme ad altre come profughi, coloni, confini) venne derogata a varie commissioni di lavoro che agirono in gran segreto per evitare le pressioni delle proprie opinioni pubbliche.
Particolarmente interessante è l’accordo Beilin e Abu Mazen, che prende il nome dai due esponenti di rilievo delle due parti. Il piano avrebbe dovuto servire come cornice in vista di una pace definitiva. Il piano prevedeva una Città di Gerusalemme indivisa e aperta, con la costituzione di due municipalità con estensione sui vari insediamenti e aree palestinesi, con ampi poteri, l’organismo sarebbe stato eletto separatamente dagli abitanti dei quartieri palestinesi e israeliani.
Israele avrebbe riconosciuto la parte amministrata dai palestinesi come la capitale dello Stato Palestinese (Al Quds) e i palestinesi avrebbero riconosciuto la parte amministrata dagli israeliani come la capitale dello Stato d’Israele (Yerushalayim). La parte della Città Vecchia e le restanti sezioni della parte orientale sarebbero state oggetto di studio di varie commissioni. Sui Luoghi Santi le parti si impegnavano a riconoscere e garantire la libertà di culto e di accesso nonchè veniva previsto uno status speciale sulla Città Vecchia. Con responsabilità delle due municipalità, ai palestinesi sarebbe stata riconosciuta la sovranità extraterritoriale sul Haram Al Sharif con l’amministrazione del Consiglio musulmano (Waqf). L’accordo Beilin–Abu Mazen fu completato pochi giorni prima dell’uccisione di Rabin e sotto l’offensiva terroristica di Hamas e Hezbollah. Solo nel 2000 a Camp David la questione venne riproposta, il presidente Clinton arrivò a proporre un accordo in base al quale ai palestinesi sarebbe stato riconosciuto l’Haram e i quartieri musulmani e cristiani, mentre agl’israeliani sarebbe stato riconosciuto il Muro Occidentale e i quartieri ebraici e armeni.
Clinton usò espressioni di sovranità, autorità funzionale, simbolo di sovranità. Davanti alle resistenze di tutte le parti in causa con il fallimento del vertice si arrivò a nuovi incontri fino a sfociare nell’incontro di Taba del gennaio 2001 dove fu trovata l’intesa: i luoghi Santi arabi sotto controllo palestinese e i luoghi Santi ebraici sotto controllo israeliano con vari gradi di estensione (sotto e sopra i luoghi ). Ma oramai sotto l’impulso della violenza tutto si complicava fino a raggiungere la più totale stasi e riporre i suddetti programmi/accordi a giacere nella speranza di un futuro migliore; eppure quei vertici e quelle discussioni hanno infranto diversi tabù in maniera tale che ogni nuovo accordo definitivo deve necessariamente partire da quei punti discussi.

mercoledì 22 aprile 2009

IL BIVIO IRANIANO

di Salvatore Falzone (pubblicato su Obiettivo Affari&Notizie, Anno XXI - n. 368 - 23 aprile 2009)

Bisogna lavorare per la costruzione della pace nel mondo

L’apparizione del presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, alla Conferenza dell’ONU sul razzismo “Durban II”, ha lasciato il segno.

Ahmadinejad non ha perso occasione per attaccare Israele bollandolo come “Stato razzista che governa nella Palestina occupata”.

Il presidente iraniano, ovviamente, dimentica la Risoluzione ONU 181 del ’47 che prevedeva la spartizione della Palestina storica in due stati: Stato arabo di Palestina e Stato di Israele. E dimentica che tale Risoluzione fu rifiutata interamente dagli arabi i quali mossero guerra. Alla fine del primo conflitto arabo-israeliano la situazione dei palestinesi fu paradossale “anzi il popolo di Palestina si trovò pesantemente condizionato dalla presenza e dai calcoli politici delle nazioni alle quali chiese aiuto”. (Salvatore Falzone, Nel nostro tempo tra terrorismo e conflitto israelo-palestinese, ed. Bonfirraro 2007, pag. 39)

In realtà i leader della Repubblica Islamica non sono nuovi alle accuse contro Israele. Basti ricordare le diverse conferenze che Teheran ha promosso contro lo Stato ebraico. E’ dall’ottobre del 2005, prima Conferenza dell’era Ahmadinejad, Conferenza su “Un mondo senza sionismo”, che il presidente auspica la sparizione d’Israele dalla carta geografica del Medio Oriente in quanto lo paragona ora ad un elemento estraneo alla società mediorientale, ora ad un male incurabile che deve essere estirpato! E in occasione della “Quarta conferenza internazionale a sostegno della Palestina, modello di resistenza”, che si è tenuta a Teheran il 3 marzo scorso, sia la Guida spirituale, Alì Khamenei, che il Presidente Ahmadinejad, hanno pesantemente attaccato Israele con discorsi paragonabili alle follie e bestialità del regime nazista di Hitler.

“La missione del sionismo è quella di minacciare costantemente il mondo, di impedire il progresso delle nazioni, di preparare il terreno per la presa in possesso della regione e del resto del mondo da parte di quelle superpotenze, di seminare divisioni, di aprire al mercato delle armi occidentali, di depredare le risorse dei popoli oppressi ed anche di prendere il controllo sui popoli di Europa e America. In effetti il regime sionista è la spada avvelenata al servizio della rete del sionismo globale e delle arroganti potenze nella nostra regione e nel mondo intero.” (www.israele.net)

Una retorica che non aiuta per niente la stabilizzazione dell’intera regione e facilita l’attività di scontro messe in atto da Hamas e Hezbollah, organizzazioni appoggiate dall’Iran. La guerra d’estate 2006 tra Hezbollah e Israele e gli scontri durante l’Operazione “Pioggia d’estate del 2006 e l’Operazione “Piombo fuso” del 2008-2009 nascono da una volontà di perpetuare il circolo vizioso di attacco- rappresaglia –guerra.

Questa aggressività dipende dal fatto che oggi la Repubblica Islamica si trova in una situazione di isolamento internazionale e di avere gravi problemi interni quali l’alto tasso di disoccupazione, inflazione e una società, specie tra i più giovani, stanca della retorica del regime.

Una prova delle difficoltà in cui versa l’Iran è data dalle manifestazioni organizzate dai vari apparati che invocano “morte all’America e a Israele”. Esse non sono altro che delle manovre propagandistiche organizzate per dare un’apparenza di unità e mascherare il malcontento della gente. Nel mese di giugno si terranno le elezioni presidenziali alle quali la politica fallimentare di Ahmadinejad dovrà sottoporsi al giudizio popolare. Si spera che la popolazione partecipi senza lasciare il proprio diritto di decidere sul proprio futuro alle parti estremiste. Il popolo iraniano è chiamato a traghettare il paese verso quelle scelte pacifiche, tanto auspicate dal Presidente Usa Obama, per dimostrare la forza del popolo e la grandezza della civiltà iraniana.

mercoledì 11 marzo 2009

IL VERO VOLTO DI HAMAS

di Salvatore Falzone (pubblicato su Obiettivo Affari&Notizie Anno XXI - N. 364 - 12 febbraio 2009)

L’ultima guerra tra israeliani e palestinesi con l’Operazione “Piombo Fuso” è solo uno degli ultimi atti consequenziali dell’assenza di qualsiasi strategia politica da parte di Hamas. Occorre ripartire dalla guerra civile palestinese per meglio comprendere come l’organizzazione fondamentalista abbia imboccato una strada senza uscita, a meno di una svolta a tutto campo nella quale la politica e la realtà prendano il sopravvento. Di certo, per converso, non si può dimenticare che la guerra con tutti i suoi danni collaterali impone a tutte le parti di porre fine alla violenza e avviare dei veri negoziati nei quali si arrivi alla creazione di uno Stato di Palestina e il riconoscimento dello Stato di Israele. Si parla di guerra civile quando il potere sovrano di uno Stato diventa incompatibile con le aspirazioni del proprio popolo. In Palestina, ancora oggi, non esiste uno Stato con i suoi elementi caratteristici: territorio, popolo, sovranità. Il territorio che dovrebbe spettarle è diviso in due entità: Striscia di Gaza e Cisgiordania.

La loro divisione è sia territoriale, dove non c’è un corridoio di collegamento tra i due nonostante le richieste in questo senso dei palestinesi in ogni vertice con gli israeliani, che politica, dove Al Fatah comanda ed è ben insediata in Cisgiordania e la Striscia di Gaza oramai considerata sempre più la base politica e di potere di Hamas. La popolazione, a sua volta ripete lo stesso schema, si trova divisa territorialmente (considerando anche i palestinesi che vivono in Israele come arabo-israeliani), politicamente e una buona parte si trova disperso nei vari campi profughi nei Paesi arabi limitrofi. Infine, la sovranità intesa sia come ordinamento giuridico originario e indipendente che come supremazia dell’ordinamento statale sui vari ordinamenti minori non esiste. I palestinesi dovrebbero radunarsi, per cambiare questo stato di cose sotto un’ unica autorità e non disperdersi in bande e fazioni, che agiscono in nome e per conto del popolo (almeno così dichiarano) in uno scontro militare e politico tra nemici pronti a distruggersi. La situazione palestinese negli ultimi anni è stata sequestrata dal radicalismo islamico in uno scontro religioso, dove ogni compromesso appare impossibile a differenza dello scontro nazionale, dove con l’interesse delle parti e una diplomazia non di puro contenimento della situazione ma di risoluzione porterebbe ad un compromesso. Con queste premesse sul campo, principalmente a Gaza, la situazione scivolava orami nel profondo di una guerra civile.

Giustamente, da più parti, veniva bollata come la “follia dei palestinesi” di Hamas. Le fazioni armate rispondevano solo ai comandanti locali, i quali avrebbero preso gli ordini dai loro reclutatori nei paesi ostili al dialogo interno come l’Iran e la Siria, portavano il segno di una lotta fratricida.
Una Palestina dai mille problemi e in mille parti frammentata con clan tribali, famiglie pronte a condizionare qualsiasi esito sembrano mandare in frantumi un possibile Stato di Palestina. L’incapacità dei vari dirigenti, sia di al Fath che di Hamas, a compiere il necessario salto da guerriglieri a classe dirigente responsabile di uno Stato in formazione è latente. Tutto si svolge in accuse di corruzione e degrado morale per al Fath, discredito della vecchia dirigenza dell’OLP, capacità governative fallimentari per Hamas. Nelle parole di Khaled Hroub (Khaled Hroub, Hamas. Un movimento tra lotta armata e governo della Palestina raccontato da un giornalista di Al Jazeera, Bruno Mondadori 2006, pag. 98) giornalista di Al Jazeera, si intravedono le diversità del passato ed oggi ancor più vistose: “La questione fondamentale, fonte di maggiore attriti tra le due parti, è stata l’insistenza di Hamas nell’effettuare i propri attacchi militari contro obiettivi israeliani in un momento in cui l’Autorità palestinese, guidata da al-Fatah, cercava di concludere con Israele ulteriori accordi di pace. Il braccio armato del movimento è stato considerato dall’Autorità palestinese come una fazione priva di controllo e illegittimamente armata, di cui le forze di sicurezza palestinesi, alleate dall’Autorità, avrebbero dovuto assumere il controllo. […] La grande circolazione di armi e la presenza di diverse fazioni armate che agiscono caoticamente, senza una chiara leadership né obiettivi precisi, rendono la situazione palestinese particolarmente soggetta al rischio di una deriva verso la guerra civile.” Nel mese di giugno 2007 riprendevano i combattimenti tra le varie fazioni, il pomo della discordia era il solito: tutte le Forze di Sicurezza dovevano essere sottoposte al controllo governativo. Il Premier Haniyeh svolgeva ad interim anche le funzioni di Ministro degli Interni, quindi, questa richiesta assumeva il carattere di un vero colpo di mano finale. Inoltre la Forza Esecutiva creata da Hamas agiva sempre più in concorrenza e ostilità nei confronti della Forza Preventiva dell’ANP. Da tempo le parti in causa ventilavano delle accuse al proprio nemico di voler attuare un golpe. Verso la metà del mese il movimento dichiarava guerra aperta ai “traditori di Fatah” e a tutti coloro che erano vicini al Presidente Abu Mazen. Hamas chiamava a raccolta il popolo palestinese per la “seconda liberazione”, dopo la prima avvenuta nel 2005 quando ci fu lo sgombero israeliano. L’apice si tocca il 13 giugno quando i miliziani, dopo un ultimatum di consegnare le armi ai fedeli del Presidente, alzavano il tiro facendo saltare in aria il quartier generale delle forze palestinesi a Khan Yunis. In poco tempo, i miliziani attivano scontri cruenti in ogni angolo della Striscia impadronendosi di tutto ciò che rappresenta l’Autorità Nazionale Palestinese. Un corteo composto da palestinesi, che chiedevano la fine delle violenze, veniva fatto bersaglio di colpi d’arma da fuoco. Le vendette tra saccheggi e regolamenti di conti non risparmiavano nessuno. Le immagini che ci venivano trasmesse dalla Striscia ritraevano scene di un totale disordine e di miliziani che distruggevano, persino, le foto raffiguranti Yasser Arafat, l’uomo che ha rappresentato il popolo palestinese. Sotto il fuoco di Hamas, Abu Mazen dichiarava la stato d’emergenza e scioglieva il governo di Hamas, oramai si profilava un’Autorità divisa in due: ANP in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza. Sotto l’incalzare degli eventi l’ONU, con il Segretario Ban Ki-moon proponeva, facendo seguito alle richieste del Presidente Abu Mazen, di studiare la possibilità di schierare una Forza di Pace, ma i fondamentalisti di Hamas bollavano qualsiasi intervento esterno come una indebita ingerenza. E sull’ipotesi di una Forza di Pace la qualificavano come “truppe di occupazione” lasciando intendere che sarebbero pronti a scagliarsi contro di loro. Anche sul piano psicologico Hamas sembrava voler spiazzare completamente il nemico. Da parte dei vari dirigenti veniva data una lettura dei fatti che incolpava direttamente i capi di al Fath e soprattutto del capo della Forza Preventiva a Gaza, Mouhammad Dahlan reo di essersi accordato con gli Usa e gli israeliani per un “repulisti” nella Striscia. Quindi per gli uomini di Hamas si trattava non di un colpo di Stato ma di un’azione difensiva. Mentre la situazione precipitava a Gaza Abu Mazen si apprestava a varare un secondo governo palestinese retto dal nuovo Premier Salam Fayyad. Il programma di questo nuovo esecutivo veniva presentato come anti-Hamas. Veniva dato il proprio sostengo agli accordi precedenti di riconoscimento reciproco tra Israele e OLP, si esprimeva il pieno sostegno al piano di pace arabo e si ribadiva la volontà di creare uno Stato palestinese indipendente con le giuste risoluzioni dei vari contenziosi. Il governo Fayyad in mezzo al caos creato cercava, seppur in maniera sotterranea, di allacciar un minimo di dialogo ma i nodi sembravano un fertile terreno di scontro. Si parlava insistentemente di un disperato tentativo dell’Autorità palestinese di imporre la propria sovranità: Abu Mazen cercava di cambiare la legge elettorale subordinandola per i partecipanti alle prossime elezioni all’accettazione di una clausola di riconoscimento dei precedenti accordi di Oslo. Ma se tutto ciò potrebbe estromettere Hamas, in caso di non accettazione, l’organizzazione rispondeva adducendo la differenza tra il nuovo governo nella Striscia e la precedente gestione dell’Autorità palestinese.

La strategia di Hamas è di far percepire alla popolazione un cambiamento molto netto. Parole come “ripristino di un ordine nuovo” da contrapporsi al disordine precedente instaurato attraverso il malgoverno dell’Autorità palestinese aiutato da Israele sono martellanti attraverso la propaganda.
Il presidente del Consiglio legislativo palestinese, Ahamad Bahar (Umberto De Giovannangeli, Chi ha tradito la causa palestinese, in Limes 5/2007, pag. 107) è molto chiaro: “Hamas sta riportando ordina a Gaza. E questo significa anzitutto riorganizzare le forze di sicurezza anche in funzione della resistenza all’occupazione israeliana e ai suoi progetti di attacco. E’ molto grave che i propositi aggressivi di Israele siano sostenuti da elementi di Fatah, che credono così di potersi prendere una rivincita. Ma agendo in combutta con il nemico, costoro non fanno che rinsaldare il legame tra Hamas e la gente palestinese.” Ma la domanda rimane sempre la stessa: può la lotta interna palestinese favorire la causa dei palestinesi? Si può continuare ad accumulare potere solo pensando alla distruzione e allo scontro con Israele e dimenticando i problemi della gente?

martedì 10 febbraio 2009

Intervista al Primo Ministro Palestinese Salam Fayyad


Riporto un’ interessante intervista, apparsa su Famiglia Cristiana n 6/2009 a firma de giornalista Fulvio Scaglione, a Salam Fayyad premier dell’ANP. Emerge dalle parole del premier la giusta visione che solo la politica, i negoziati e l’implementazione degli stessi porteranno alla giusta soluzione di due popoli per due Stati.


Intervista al Primo Ministro Palestinese Salam Fayyad

“Basta con la violenza da entrambe le parti”

I razzi di Hamas sono inaccettabili e la reazione di Israele è sproporzionata: “Ma dobbiamo risorgere dalle ceneri”.

Ramallah

Forse solo uno che si è occupato di problemi planetari alla Banca mondiale (1985- 1995) e al Fondo monetario internazionale (1996-2001) poteva ritrovarsi a gestire uno Stato che non c’è. Salam Fayyad è dal 2007 primo ministro dell’Autorità palestinese. Dicono che abbia messo un argine ai mille rivoli che dissestavano, in dollari, la burocrazia di qui. Intanto, mi riceve con puntualità svizzera, in un ufficio dall’ordine teutonico. Gaza sembra lontana ed è invece vicinissima.

Signor primo ministro, che cosa c’è nei suoi pensieri in queste settimane?

“Tristezza. Il numero dei morti e l’ampiezza delle distruzioni sono senza precedenti , il mondo intero se n’è reso conto. Con il passare dei giorni, però dietro lo shock si affaccia un pensiero più inquietante: che sarà dei sopravvissuti? E i giovani, come reagiranno? Credo che i fatti di Gaza resteranno a lungo impressi nelle loro menti, e non senza conseguenze. E’ una grande preoccupazione per il futuro”.

Le proteste, le trattative, l’inviato di Obama che viene e va, gli aiuti per la Striscia di Gaza. Riesce ancora a governare?

“Certo che sì. Alcune cose sono troppo importanti, meritano comunque la precedenza: una maggiore coinvolgimento degli Usa, per esempio, è da ricercare con forza. Ma c’è molto più di questo nel mio lavoro. L’anno scorso ho convocato un convegno mondiale di imprenditori, per stimolare le attività economiche in Palestina. Lo slogan era: “C’è un party a Betlemme, siete tutti invitati”. Molti qui mugugnavano : “Ma come, c’è l’occupazione, il Muro, e tu parli di party…”. Però nella serata finale 1.300 persone mangiavano insieme , davanti alla basilica della Natività, allegre e serene”.

Sospetto che ci sia una morale?

“Eccola: risorgiamo dalle ceneri. Come possiamo superare una crisi come quella di Gaza se non trasformiamo tristezza e rabbia in energia e speranza? Non metteremo fine all’occupazione da parte di Israele sentendoci miserabili. E non arriveremo mai a uno Stato autonomo, che viva in pace con tutti i vicini, Israele incluso, inserito nella comunità mondiale, tollerante, aperto, se non crediamo nelle nostre possibilità”.

Una bella serata in piazza , però, non fa Stato…

“Ovvio. Lì c’era il simbolo. Nella realtà quotidiana bisogna scegliere la concretezza al posto dei discorsi o , peggio,delle avventure. Bisogna cambiare le cose sul terreno, in senso letterale: la prima condizione per far finire l’occupazione è che la nostra gente resti sulla terra, e per farla restare devi aiutarla a vivere meglio. Un Governo onesto, ospedali, linee elettriche, asili, scuole, ecco le cose che ci daranno un futuro”.

Ancor più frustante, quindi, vedere le macerie di Gaza. Là, inoltre, gli uomini fedeli al presidente Abu Mazen e al suo Governo se la stanno vedendo piuttosto brutta…

“E’ pazzesco . Ma c’è una lezione anche qui. Il nostro compito è fare l’opposto di ciò che ci ha portati a tutto questo. Distruggono? E noi ricostruiamo. Sparano? Rinunciamo alla violenza. Non si parlano? Parliamo con tutti . Solo così arriveremo a far capire che il problema è l’occupazione israeliana, punto. E non “l’occupazione israeliana, ma…”


Nella crisi di Gaza, però, ci sono alcuni dati certi. Uno è che c’era una tregua e Hamas l’ha denunciata, sparando poi centinaia di missili…

“La violenza di Hamas contro Israele è inaccettabile e ingiustificabile. In più, l’ho detto prima e lo ripeto, i palestinesi otterranno il loro scopo solo se i metodi saranno non violenti. Proprio per questo, però, dico che la reazione sproporzionata di Israele non solo non risolve il problema ma lo aggrava. Guardiamo a quel che è successo finora. Da ani un milione e mezzo di palestinesi vive a Gaza come una prigione. Questo ha forse contribuito a ridurre la violenza? No, la strategia israeliana ha provocato ancor più rabbia. E ha dato ai palestinesi di Gaza la sensazione di non aver nulla da perdere. Bisogna fare l’opposto: dare alla gente qualcosa da perdere per spingerla a scegliere la pace”.

Dal 2007 l’Autorità palestinese ha perso il controllo di Gaza. Una fetta non piccola del budget del suo Governo, però, va ancora alla Striscia…

“Là c’è la nostra gente . Hamas passerà, loro restano e noi dobbiamo aiutarli. Per questo ogni mese spendiamo a Gaza 120 milioni di dollari”.

E’ sicuro che tutti questi soldi non finiscono a Hamas?

“Abbiamo dei meccanismi di garanzia. Uno è far gestire gli interventi a organizzazioni di fiducia. E poi la Striscia ha esigenze particolari: per esempio, il 65 per cento dell’elettricità le arriva da Israele, il 25 dall’Egitto e solo il 10 è prodotto lì. Noi paghiamo i fornitori”.

Ancora l’estate scorsa molti pensavano che un accordo con Israele fosse possibile. Sono successi fatti gravi e tutto è cambiato. Le chiedo solo: si era davvero vicini?

“Devo deluderla . No, non ho mai pensato che fossimo vicini a un accordo. Il Governo uscente di Israele ha fatto molti bei discorsi diplomatici ma, come le devo, a me interessa ciò che avviene sul terreno. E lì ci sono stati più insediamenti e più posti di blocco, a dispetto di quanto era stato stabilito e ribadito ad Annapolis. Il problema è che la pace sia fa solo tra uguali. E noi questa uguale dignità dobbiamo ancora vedercela riconosciuta”.

giovedì 15 gennaio 2009

IN LIBRERIA

NEL NOSTRO TEMPO TRA TERRORISMO E CONFLITTO ISRAELO - PALESTINESE
  • Categoria: Saggistica
  • Autore: Salvatore Falzone
  • Editore: Salvo Bonfirraro
  • ISBN: 8862720009
  • ISBN-13: 9788862720007
  • Pagine: 144
  • Prezzo di copertina: 14,95 €
RECENSIONE

Una ricostruzione incisiva e chiara delle vicende storico-politiche che hanno scosso l’intero pianeta: lo Stato d’Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Lo Stato d’Israele che vede la luce nel maggio del ’48 dopo la Risoluzione 181 dell’ONU e gli Stati arabi che rifiutano, a tutto campo, qualsiasi decisione internazionale dichiarando immediatamente guerra. Ne segue un lungo periodo di guerre arabo – israeliane. Il libro descrive, molto saggiamente, la paradossale realtà palestinese: condizionamenti e calcoli politici nelle mani delle Nazioni che avevano rifiutato il piano di spartizione. Sullo sfondo il cambiamento e la presa di coscienza del popolo palestinese di essere responsabile del proprio destino, da qui l’evolversi da conflitto arabo – israeliano a arabo-palestinese-israeliano. Dietro l’emergere del terrorismo e l’analisi delle difficoltà connesse all’utilizzazione del termine, ai cambiamenti negli anni ‘90 davanti ad uno scenario nel quale i due leader politici delle due parti, Arafat e Rabin, si mostreranno molto più realisti. Scenario che porterà alla Dichiarazione dei Principi e alla nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese come una forma embrionale di Stato. Il libro poi descrive dettagliatamente il fallimento dello status finale tra i due contendenti con la conseguente seconda intifada e l’emergere di un terrorismo devastante che toccherà il culmine con gli attacchi dell’11 settembre 2001. L’autore nota come “la minaccia del terrorismo internazionale connota con i suoi vari attentati l’attuale fase di trasformazione del sistema politico internazionale in particolar modo per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, con il suo intreccio, al fenomeno terroristico e le sue ricadute planetarie”. Evidenzia, anche la parti dei messaggi di Al Qaeda che fanno espressamente riferimento alla situazione tra israeliani e palestinesi, utilizzata strumentalmente contro l’Occidente ed Israele, per cercare di legittimarsi come i veri difensori della causa araba o palestinese. Gli argomenti che sono trattati da questo libro si collocano tra la storia e la geopolitica; inoltre il testo è corredato da mappe e documenti che vanno da alcune Risoluzioni ONU sino alla Road Map, comprese le riserve israeliane. Il testo può essere definito come un´ interessante guida alla comprensione del nostro periodo carico di tante e troppe tensioni pronte a sfociare in nuove e sanguinose guerre. Un libro per tutti coloro che intendono avvicinarsi allo studio dei problemi di questa regione con le idee più chiare. D’altronde i fatti del Medio Oriente sono spesso nelle prime pagine dei telegiornali e dei quotidiani come una realtà molto vicina a noi. Non sono rare le immagini di cruda violenza, che scuotono la parte intima e profonda di una persona umana, e generano l’acceso dibattito politico e lo scontro sulle versioni contrastanti sui motivi che hanno portato a tutto ciò. La capacità di comprendere meglio il presente è un’esigenza per capire le varie posizioni delle varie parti in causa di un’area che resta uno dei tasselli fondamentali di un ordine internazionale turbato dai gravi fatti succedutisi sino ai nostri giorni. Una fotografia del nostro tempo, composta dai colori più variopinti, vista da un autore che è un appassionato di Storia contemporanea e attento osservatore degli eventi mediorientali.