L'annuncio del vicepresidente
Suleiman. E la piazza festeggia
CAIRO
Il vicepresidente egiziano Omar Suleiman ha annunciato in televisione che il presidente Hosni Mubarak ha rinunciato al suo mandato presidenziale e ha incaricato le forze armate di gestire gli affari dello stato.
Scene di giubilo e di gioia sono scoppiate a Medan Tahrir al Cairo subito dopo l'annuncio da parte di Suleiman. Decine di migliaia di persone che affollano la piazza del centro della capitale egiziana, sventolano esultanti la bandiera egiziana. La folla ha reagito con un immenso boato.
«Solo la Storia potrà giudicare il nostro presidente Mohammad Hosni Mubarak», ha commentato la tv di Stato egiziana. «Il presidente Mubarak si è dimesso e questa è stata la principale richiesta dei manifestanti», ha aggiunto l’annunciatore. «Fino alla fine il nostro rais si è dimostrato saggio e lungimirante nel fare la scelta migliore per la nostra cara patria», ha detto, mentre una voce in sottofondo proveniente dal suo auricolare gli dettava le frasi da ripetere ai telespettatori.
Mubarak ha lasciato questa mattina il Cairo per recarsi, insieme alla famiglia, nella sua residenza di Sharm-el-Sheikh. L’aereo del presidente egiziano è atterrato all’aeroporto mentre era in corso la preghiera del venerdì islamico. Il capo di stato si è recato «sotto un ingente dispiegamento di uomini della sicurezza verso il palazzo presidenziale di Sharm, a pochi passi da un importante hotel della zona. Poco dopo è atterrato nell’aeroporto locale anche un elicottero carico di bagagli che sono stati portati con l’ausilio di 3 auto verso il palazzo presidenziale». Fonti sostengono che Mubarak era accompagnato da un alto ufficiale dell’esercito ma non dai suoi familiari. Secondo il sito «il fatto che abbia portato molte valigie può voler dire che dovrebbe espatriare direttamente dall’aeroporto di Sharm».
http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/388616/
La minaccia del terrorismo internazionale connota l'attuale fase di trasformazione del sistema politico internazionale. Una ricostruzione delle vicende storico-politiche che hanno scosso l'intero pianeta. Da una parte lo Stato d'Israele e dall'altra la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese, dietro l'affermarsi del terrorismo.
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venerdì 11 febbraio 2011
sabato 5 febbraio 2011
"Errori sull'Egitto come con l'Iran" Su Obama lo spettro di Carter
Le accusa di idealismo affiorano nei commenti di stampa e sui blog specializzati. Nuova apertura del presidente Usa ai manifestanti: "Sentiamo la vostra voce"
di VITTORIO ZUCCONI
C'È uno spettro che si aggira nella Casa Bianca: il suo nome è Jimmy Carter. È il volto dell'uomo che incarnò dolorosamente i limiti delle buone intenzioni. A ogni ora che sgocciola via senza uno happy ending in Egitto, Obama deve camminare al buio, grazie a servizi di intelligence ancora una volta addormentati e colti di sorpresa, come nella Russia del dopo Breznev, come nell'Iran dello Scià, come nell'Egitto di Mubarak, sul filo esilissimo teso fra le pressioni per cambiare l'amico di ieri e la sensazione che l'America voglia cucirsi un dopo-regime su misura, sapendo che non esistono opzioni militari da sganciare sul Cairo per cambiare regime a forza.
Il ricordo del disastro del 1979, che come oggi ha visto la Cia e i servizi di spionaggio clamorosamente colti alla sprovvista da un evento epocale, torna come brividi di una febbre che puntualmente riaffiora quando Washington misura la distanza che corre fra predicare la democrazia in casa altrui e ottenerla. Sono giorni che qui ricordano troppo da vicino il trono dello Scià spazzato via dalle piazze in rivolta a Teheran, e l'Iran trasformato dal più solido alleato americano nella regione al mortale nemico dell'Occidente satanico, mentre Carter esitava e si torceva impotente le mani, fino alla cattura degli ostaggi e alla disastrosa spedizione per liberarli. Gli eventi che diedero il colpo di grazia alla vacillante presidenza di Carter.
Comincia, sulle pagine dei giornali, nelle chat e nei blog della Rete, nelle domande dei giornalisti che ieri sera hanno confrontato
il Presidente in diretta teletrasmessa, a riaffiorare la maledizione di una domanda che ricorre a ogni crisi internazionale, dagli anni della vittoria dei comunisti di Mao Zedong sui nazionalisti di Chang Kaishek in Cina (altra "sorpresa"): chi ha perso l'Egitto? Per ora, sulle pubblicazioni come il National Journal o nei blog degli esperti di cose mediorientali come il professor Juan Cole, la risposta è ancora negativa, o cauta. Barack Obama non è Jimmy Carter, l'Egitto non è l'Iran, la piazza del Cairo non è pilotata dai chierici sciiti fondamentalisti e, soprattutto, l'Egitto non è ancora stato perso da nessuno.
Anzi, la sterzata che Obama e Hillary Clinton hanno impresso alla posizione americana passando dall'attendismo pilatesco e chiaramente spiazzato delle prime ore alla richiesta pubblica di andarsene subito, ripetuta anche ieri sera a Mubarak, fanno credere che questa volta, a differenza di trentadue anni or sono, l'America abbia virato per non trovarsi a veleggiare controvento.
Ma il confine fra invocare l'intervento politico degli Usa e maledirne l'ingerenza nel resto del mondo, è sempre labilissimo, perché i precedenti contano. Nell'identificazione fra il detestato regime del "Pavone", il trono dei Pahlavi, e quell'America che aveva organizzato il rovesciamento del presidente eletto, Mossadeq, per controllare il petrolio iraniano, immediatamente collocò Washington fra i demoni da esorcizzare. Anche nell'Egitto del 2011 i trent'anni di sostegno a Hosni Mubarak appannano la credibilità della Casa Bianca, come quella degli europei.
"Sentiamo la vostra voce", ha ripetuto ieri Obama. Per ora, anche l'opposizione repubblicana a Obama si affida alle scelte del Presidente senza contestarle, come ha fatto uno dei massimi leader repubblicani, il senatore Mitch O'Connell. Emergono, ma senza acuti isterici o scatti di islamofobia, le paure per il movimento dei Fratelli Mussulmani, la sola grande forza organizzata nell'opposizione a Mubarak. Si sa, e rassicura, che l'Egitto, con modeste riserve di greggio, per sopravvivere deve necessariamente affidarsi al resto del mondo e ai suoi buoni rapporti internazionali, così come il suo esercito si regge sui due milioni di dollari americani annui per esistere.
Eppure, un elemento in comune fra il 2011 e il 1979 che spalancò la porta a Reagan dopo l'umiliazione di Carter esiste e inquieta i giorni della Casa Bianca. Come Carter, uomo di impeccabile reputazione e di immensa buona volontà tradotte nella pace di Camp David fra Begin e Sadat, anche Obama appare come un uomo mosso dalle migliori intenzioni, ma incapace di tradurle in azione. Israele, con Netanyahu troppo debole in casa propria, gli ha sbattuto la porta in faccia alla richiesta di congelare la propria espansione nelle terre che dovrebbero formare il futuro stato palestinese. L'Iran ha continuato a muoversi sulla strada dell'energia nucleare. La Cina non dà alcun segno di allentare la morsa sul dissenso né di permettere alla propria moneta di flottare sui mercati e quindi di ridurre la competitività delle sue esportazioni drogata dal basso valore del renminbi.
Obama predica bene, come bene predicava il devotissimo insegnante di dottrina georgiano, Jimmy Carter, ma il mondo non ascolta. Resta la sincera, solenne invocazione alla "democrazia" ripetuta anche ieri sera, senza sapere che cosa la democrazia possa produrre. Negli anni del dopoguerra, quando in Grecia si tennero libere elezioni che i comunisti sembravano certi di vincere, fu chiesto al presidente Eisenhower se si rendesse conto del rischio. "È il rischio della democrazia - rispose imperturbabile il vecchio generale - quando la si invoca, poi di deve essere pronti a vivere con i suoi risultati".
(05 febbraio 2011) http://www.repubblica.it/esteri/2011/02/05/news/errori_sull_egitto_come_con_l_iran_su_obama_lo_spettro_di_carter-12081081/?ref=HREA-1
di VITTORIO ZUCCONI
C'È uno spettro che si aggira nella Casa Bianca: il suo nome è Jimmy Carter. È il volto dell'uomo che incarnò dolorosamente i limiti delle buone intenzioni. A ogni ora che sgocciola via senza uno happy ending in Egitto, Obama deve camminare al buio, grazie a servizi di intelligence ancora una volta addormentati e colti di sorpresa, come nella Russia del dopo Breznev, come nell'Iran dello Scià, come nell'Egitto di Mubarak, sul filo esilissimo teso fra le pressioni per cambiare l'amico di ieri e la sensazione che l'America voglia cucirsi un dopo-regime su misura, sapendo che non esistono opzioni militari da sganciare sul Cairo per cambiare regime a forza.
Il ricordo del disastro del 1979, che come oggi ha visto la Cia e i servizi di spionaggio clamorosamente colti alla sprovvista da un evento epocale, torna come brividi di una febbre che puntualmente riaffiora quando Washington misura la distanza che corre fra predicare la democrazia in casa altrui e ottenerla. Sono giorni che qui ricordano troppo da vicino il trono dello Scià spazzato via dalle piazze in rivolta a Teheran, e l'Iran trasformato dal più solido alleato americano nella regione al mortale nemico dell'Occidente satanico, mentre Carter esitava e si torceva impotente le mani, fino alla cattura degli ostaggi e alla disastrosa spedizione per liberarli. Gli eventi che diedero il colpo di grazia alla vacillante presidenza di Carter.
Comincia, sulle pagine dei giornali, nelle chat e nei blog della Rete, nelle domande dei giornalisti che ieri sera hanno confrontato
il Presidente in diretta teletrasmessa, a riaffiorare la maledizione di una domanda che ricorre a ogni crisi internazionale, dagli anni della vittoria dei comunisti di Mao Zedong sui nazionalisti di Chang Kaishek in Cina (altra "sorpresa"): chi ha perso l'Egitto? Per ora, sulle pubblicazioni come il National Journal o nei blog degli esperti di cose mediorientali come il professor Juan Cole, la risposta è ancora negativa, o cauta. Barack Obama non è Jimmy Carter, l'Egitto non è l'Iran, la piazza del Cairo non è pilotata dai chierici sciiti fondamentalisti e, soprattutto, l'Egitto non è ancora stato perso da nessuno.
Anzi, la sterzata che Obama e Hillary Clinton hanno impresso alla posizione americana passando dall'attendismo pilatesco e chiaramente spiazzato delle prime ore alla richiesta pubblica di andarsene subito, ripetuta anche ieri sera a Mubarak, fanno credere che questa volta, a differenza di trentadue anni or sono, l'America abbia virato per non trovarsi a veleggiare controvento.
Ma il confine fra invocare l'intervento politico degli Usa e maledirne l'ingerenza nel resto del mondo, è sempre labilissimo, perché i precedenti contano. Nell'identificazione fra il detestato regime del "Pavone", il trono dei Pahlavi, e quell'America che aveva organizzato il rovesciamento del presidente eletto, Mossadeq, per controllare il petrolio iraniano, immediatamente collocò Washington fra i demoni da esorcizzare. Anche nell'Egitto del 2011 i trent'anni di sostegno a Hosni Mubarak appannano la credibilità della Casa Bianca, come quella degli europei.
"Sentiamo la vostra voce", ha ripetuto ieri Obama. Per ora, anche l'opposizione repubblicana a Obama si affida alle scelte del Presidente senza contestarle, come ha fatto uno dei massimi leader repubblicani, il senatore Mitch O'Connell. Emergono, ma senza acuti isterici o scatti di islamofobia, le paure per il movimento dei Fratelli Mussulmani, la sola grande forza organizzata nell'opposizione a Mubarak. Si sa, e rassicura, che l'Egitto, con modeste riserve di greggio, per sopravvivere deve necessariamente affidarsi al resto del mondo e ai suoi buoni rapporti internazionali, così come il suo esercito si regge sui due milioni di dollari americani annui per esistere.
Eppure, un elemento in comune fra il 2011 e il 1979 che spalancò la porta a Reagan dopo l'umiliazione di Carter esiste e inquieta i giorni della Casa Bianca. Come Carter, uomo di impeccabile reputazione e di immensa buona volontà tradotte nella pace di Camp David fra Begin e Sadat, anche Obama appare come un uomo mosso dalle migliori intenzioni, ma incapace di tradurle in azione. Israele, con Netanyahu troppo debole in casa propria, gli ha sbattuto la porta in faccia alla richiesta di congelare la propria espansione nelle terre che dovrebbero formare il futuro stato palestinese. L'Iran ha continuato a muoversi sulla strada dell'energia nucleare. La Cina non dà alcun segno di allentare la morsa sul dissenso né di permettere alla propria moneta di flottare sui mercati e quindi di ridurre la competitività delle sue esportazioni drogata dal basso valore del renminbi.
Obama predica bene, come bene predicava il devotissimo insegnante di dottrina georgiano, Jimmy Carter, ma il mondo non ascolta. Resta la sincera, solenne invocazione alla "democrazia" ripetuta anche ieri sera, senza sapere che cosa la democrazia possa produrre. Negli anni del dopoguerra, quando in Grecia si tennero libere elezioni che i comunisti sembravano certi di vincere, fu chiesto al presidente Eisenhower se si rendesse conto del rischio. "È il rischio della democrazia - rispose imperturbabile il vecchio generale - quando la si invoca, poi di deve essere pronti a vivere con i suoi risultati".
(05 febbraio 2011) http://www.repubblica.it/esteri/2011/02/05/news/errori_sull_egitto_come_con_l_iran_su_obama_lo_spettro_di_carter-12081081/?ref=HREA-1
sabato 29 gennaio 2011
Egitto, le paure della diplomazia "Se salta Mubarak cade il Nord Africa"
di VINCENZO NIGRO
Egitto, le paure della diplomazia "Se salta Mubarak cade il Nord Africa" Hosni Mubarak con Barack Obama
"Se cade Mubarak cade il Nord Africa". E' questo lo spirito catastrofico ma probabilmente realistico con cui i tradizionali sostenitori del governo egiziano (a partire da Stati Uniti, Italia, Francia e Germania) guardano a questo venerdì di preghiere e proteste al Cairo e in tutto l'Egitto. Il sistema di polizia egiziano non è come quello tunisino, non dipende da una limitata cricca familiare stretta intorno agli affari della famiglia di Ben Alì. E soprattutto, allertati dai segnali arrivati da Tunisia e Algeria, i generali del Cairo sono pronti alla battaglia di questo venerdì 28 gennaio.
Al momento sono stati bloccati Internet e i social network attraverso i quali i manifestanti si coordinano nelle proteste. Ma tagliare i telefoni, le comunicazioni, non riuscirà a modificare le condizioni di protesta politica e popolare che hanno portato anche l'Egitto a protestare contro il suo governo. L'unica possibilità per un'evoluzione non catastrofica della situazione in Egitto è che, assieme ad esercito, polizia e servizi segreti, il regime Mubarak mobiliti rapidamente un'azione politica, un'iniziativa che governi il cambiamento.
In Algeria ci sono voci di un rapido cambio di ministri all'interno del governo. Ma per l'Egitto non basterà un rimpasto, soprattutto se le manifestazioni di oggi rafforzeranno un'ondata di protesta che grazie alla rabbia accumulata è in grado di durare per giorni e giorni. Se salta Mubarak è il caos: 80 milioni di egiziani fuori controllo al confine di
Israele e al confine marittimo dell'Europa sono una seria incognita. Forse il regime non salterà. Ma se Mubarak dura, se la repressione continuerà immutabile, anche il caos continuerà. L'unica speranza è che i segnali di un vero cambiamento arrivino presto, siano rapidi, concreti e che riescano a convincere il popolo egiziano.
http://www.repubblica.it/esteri/2011/01/28/news/egitto_mubarak-11759895/
Egitto, le paure della diplomazia "Se salta Mubarak cade il Nord Africa" Hosni Mubarak con Barack Obama
"Se cade Mubarak cade il Nord Africa". E' questo lo spirito catastrofico ma probabilmente realistico con cui i tradizionali sostenitori del governo egiziano (a partire da Stati Uniti, Italia, Francia e Germania) guardano a questo venerdì di preghiere e proteste al Cairo e in tutto l'Egitto. Il sistema di polizia egiziano non è come quello tunisino, non dipende da una limitata cricca familiare stretta intorno agli affari della famiglia di Ben Alì. E soprattutto, allertati dai segnali arrivati da Tunisia e Algeria, i generali del Cairo sono pronti alla battaglia di questo venerdì 28 gennaio.
Al momento sono stati bloccati Internet e i social network attraverso i quali i manifestanti si coordinano nelle proteste. Ma tagliare i telefoni, le comunicazioni, non riuscirà a modificare le condizioni di protesta politica e popolare che hanno portato anche l'Egitto a protestare contro il suo governo. L'unica possibilità per un'evoluzione non catastrofica della situazione in Egitto è che, assieme ad esercito, polizia e servizi segreti, il regime Mubarak mobiliti rapidamente un'azione politica, un'iniziativa che governi il cambiamento.
In Algeria ci sono voci di un rapido cambio di ministri all'interno del governo. Ma per l'Egitto non basterà un rimpasto, soprattutto se le manifestazioni di oggi rafforzeranno un'ondata di protesta che grazie alla rabbia accumulata è in grado di durare per giorni e giorni. Se salta Mubarak è il caos: 80 milioni di egiziani fuori controllo al confine di
Israele e al confine marittimo dell'Europa sono una seria incognita. Forse il regime non salterà. Ma se Mubarak dura, se la repressione continuerà immutabile, anche il caos continuerà. L'unica speranza è che i segnali di un vero cambiamento arrivino presto, siano rapidi, concreti e che riescano a convincere il popolo egiziano.
http://www.repubblica.it/esteri/2011/01/28/news/egitto_mubarak-11759895/
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