Il drammatico dato è stato diffuso dal vicesegretatio generale dell'Onu Ivan Simanovic. Nello stesso tempo, la situazione degli oltre 1,8 milioni di rifugiati siriani resta la peggiore dal genocidio del Ruanda del 1994. Ad affermarlo è l'Alto Commissario dell'Onu per i Rifugiati, Antonio Guterres. Si segnalano 9 persone "giustiziate" tra le quali un bambino
NEW YORK - Sono cinquemila i siriani che muoiono ogni mese in Siria, in un conflitto tanto sanguinoso, quanto ancora lontano da una seppur minima tregua. Il dato è stato riferito al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, riunito proprio sulla crisi siriana, da Ivan Simanovic, vice-segretario generale delle Nazioni Unite, uno dei responsabili per i diritti umani del Palazzo di Vetro. "Il tasso estremamente alto di morti - ha detto - testimonia il drammatico deterioramento del conflitto".
Le difficoltà di aiutare i profughi. Nello stesso tempo, la situazione degli oltre 1,8 milioni di rifugiati siriani continua ad essere la peggiore crisi umanitaria dal genocidio del Ruanda del 1994. Ad affermarlo è l'Alto Commissario dell'Onu per i Rifugiati, Antonio Guterres. Valerie Amos, sottosegretaria per gli affari umanitari delle Nazioni Unite, ha lanciato un appello affinché venga concesso un passaggio sicuro per i convogli umanitari e il cessate il fuoco, quanto meno durante il periodo del Ramadan.
Il racconto di 8 adulti e un bambino "giustiziati". Nove siriani, tra cui un bambino, sarebbero stati "giustiziati" dalle forze del regime del presidente Bashar al-Assad a un checkpoint nella provincia di Damasco. Lo hanno riferito gli attivisti dell'Osservatorio siriano per i diritti umani. L'episodio, si legge sulla loro pagina Facebook, è avvenuto ieri sera a Qara, nei pressi della città di Qalamun. Un video girato dagli attivisti, la cui autenticità non può essere garantita, mostra i corpi delle presunte vittime della strage, coperti parzialmente con un telo di plastica e stesi su un pavimento bianco di una stanza. Secondo l'Osservatorio, i nove sarebbero stati uccisi con colpi d'arma da fuoco alla testa o al petto.
Un patrimonio distrutto. L'Unesco ha provveduto ad annunciare i danni subiti dal Krac dei Cavalieri - la Fortezza dei Curdi, un presidio militare siriano, nei pressi di Homs, considerato il castello medievale per eccellenza d'età crociata, uno dei siti del patrimonio mondiale. I due castelli che formano la fortezza, situata nell'ovest del paese, sono "esempi eccezionali dell'architettura corciata della regione, che si è sviluppata fra l'11° e il 13° secolo", ha fatto sapere la direttrice generale dell'Unesco Irina Bokova. Nel corso della sessione del comitato del patrimonio mondiale, che si è tenuta in Cambogia a giugno, i sei siti del patrimonio mondiale siriano sono stati iscritti sulla lista dei patrimoni in pericolo. "Distruggere l'eredità del passato, prezioso per le generazioni future - ha detto Irina Bokova - non fa che accentuare la spirale dell'odio e della disperazione, indebolendo sempre di più i fondamenti della coesione della società siriana".
http://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2013/07/16/news/siria_cinquemila_morti_al_mese_la_guerra_che_non_finisce_mai-63113349/
La minaccia del terrorismo internazionale connota l'attuale fase di trasformazione del sistema politico internazionale. Una ricostruzione delle vicende storico-politiche che hanno scosso l'intero pianeta. Da una parte lo Stato d'Israele e dall'altra la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese, dietro l'affermarsi del terrorismo.
martedì 16 luglio 2013
domenica 30 giugno 2013
Egitto nel caos, 22 milioni di firme contro Morsi
Via lo staff Usa dopo gli scontri
di venerdì. Oggi l’opposizione
protesta in piazza Tahrir
di venerdì. Oggi l’opposizione
protesta in piazza Tahrir
francesca paci
inviata al cairo
A piazza Tahrir sono tornate le tende. Non quelle cupe dei
senza tetto che nei mesi dopo la rivoluzione del 2011 avevano
approfittato della deriva anarcoide del post Mubarak per dividersi la
terra di nessuno con malviventi, provocatori islamisti o nostalgici del
regime e giovanissimi demoni dostoevskiani.
Le tende che oggi accoglieranno con caffè caldo i manifestanti in arrivo da ogni angolo del Cairo e dell’Egitto per contestare il primo anniversario della detestata presidenza Morsi hanno l’entusiasmo di due anni e mezzo fa, quando un paese coraggioso ma incosciente e ingenuo riuscì in 18 giorni ad aver ragione del trentennale regime del Faraone.
«Allora chiedevamo pane, libertà, dignità per i poveri e trasparenza politica, adesso vogliamo che se ne vadano i nuovi potenti responsabili del fallimento di quel programma, ossia i Fratelli Musulmani» spiega Sherif Abdel Monem nella sede scalcinata di Tamarod, in arabo ribellione, il movimento che in tre mesi ha calamitato almeno 10 mila volontari e raccolto oltre 22 milioni di firme contro Morsi, 9 milioni in più dei voti ottenuti dal primo presidente islamista d’Egitto. Sherif, 30 anni, un posto in banca e una lunga militanza politica a sinistra, registra le schede con nome, cognome, documento e autografo che continua a ricevere: «Quando abbiamo iniziato non ci credevamo. Con Mubarak non sarebbe stato possibile, eravamo terrorizzati perfino dal criticarne la camicia, invece la rivoluzione ci ha dato coraggio e la mediocrità di Morsi ci ha rafforzato».
Il morale è alto e lo spirito vivace, come testimoniano le t-shirt in vendita a Tahrir con Morsi che scappa travolto dal tifone «Tamarod» o gli onnipresenti cartellini rossi su cui, alla maniera calcistica, è scritto «espulsione». Ma se la prima rivoluzione è costata quasi mille vittime, la seconda potrebbe non essere meno violenta, almeno a giudicare dal bilancio degli ultimi tre giorni a Alessandria, Port Said e Mansura con 8 morti (tra cui l’americano Andrew Pochter), 606 feriti, 5 donne aggredite sessualmente.
«Ci aspettiamo scontri, ma la presenza dell’esercito e della polizia, ostili ai Fratelli Musulmani, incoraggeranno molte persone a scendere in piazza nonostante la paura» osserva Ayman Alkadi, attivista di Dustur, il partito dell’ex capo dell’Aiea el Baradei nonché una delle principali sigle del cartello delle opposizioni Fronte di Salvezza Nazionale. Per vedere i blindati in postazione bisogna andare alla sede della televisione di stato, al palazzo presidenziale o vicino all’ambasciata statunitense che, contrariamente all’invito al dialogo della Casa Bianca, resta un tabù tanto per gli islamisti radicali (unici alleati dei Fratelli Musulmani) quanto per piazza Tahrir, dove uno striscione accusa Obama di sostenere «i terroristi» con la sua indulgenza verso Morsi. Ma seppure in borghese i militari sono ovunque, pronti a impedire «il caos» come annunciato sibillinamente dal ministro della difesa el Sissi.
«Aspettiamo che dopo averci messo da parte il paese ci richiami per essere protetto dai Fratelli Musulmani, in fondo, per esempio, siamo noi che stiamo mettendo in difficoltà Morsi con Hamas distruggendo i tunnel del contrabbando a Gaza» racconta una fonte dell’esercito. Il presidente islamista in realtà ha i suoi bei guai anche in casa dove la disoccupazione ha superato il 13%, la crescita è la più bassa degli ultimi vent’anni, la valuta estera come il turismo è in fuga e il prestito di 4,8 miliardi di dollari atteso dal Fondo Monetario Internazionale rischia di rivelarsi un boomerang per via dei tagli necessari ai sussidi di cui vive il Paese. Ma i militari pensano assai più strategicamente di quanto stiano provando di saper fare i Fratelli Musulmani, avidi di potere con la foga dei parvenue. E lavorano per mantenere il controllo sulla politica accaparratosi dai tempi di Muhammad Ali.
A differenza del 2011 gli egiziani sono più consapevoli, confondono ancora l’opposizione con la protesta ma avanzano richieste concrete: dimissioni del presidente, governo provvisorio, nuove elezioni. Donne velate e non, cristiani, musulmani, tutti convinti che la partita non sia «il gioco a somma zero» vaticinato dall’analista Khalil Anani.
«Stiamo preparando i nostri attivisti a non rispondere se saranno attaccati» chiosa Sherif. La violenza è un gorgo e i ragazzi di «Tamarod» non vogliono annegare con gli ex amici barbuti.
http://www.lastampa.it/2013/06/30/esteri/egitto-nel-caos-milioni-di-firme-contro-morsi-wij8N2yihc9BwDP11RbAiJ/pagina.html
Le tende che oggi accoglieranno con caffè caldo i manifestanti in arrivo da ogni angolo del Cairo e dell’Egitto per contestare il primo anniversario della detestata presidenza Morsi hanno l’entusiasmo di due anni e mezzo fa, quando un paese coraggioso ma incosciente e ingenuo riuscì in 18 giorni ad aver ragione del trentennale regime del Faraone.
«Allora chiedevamo pane, libertà, dignità per i poveri e trasparenza politica, adesso vogliamo che se ne vadano i nuovi potenti responsabili del fallimento di quel programma, ossia i Fratelli Musulmani» spiega Sherif Abdel Monem nella sede scalcinata di Tamarod, in arabo ribellione, il movimento che in tre mesi ha calamitato almeno 10 mila volontari e raccolto oltre 22 milioni di firme contro Morsi, 9 milioni in più dei voti ottenuti dal primo presidente islamista d’Egitto. Sherif, 30 anni, un posto in banca e una lunga militanza politica a sinistra, registra le schede con nome, cognome, documento e autografo che continua a ricevere: «Quando abbiamo iniziato non ci credevamo. Con Mubarak non sarebbe stato possibile, eravamo terrorizzati perfino dal criticarne la camicia, invece la rivoluzione ci ha dato coraggio e la mediocrità di Morsi ci ha rafforzato».
Il morale è alto e lo spirito vivace, come testimoniano le t-shirt in vendita a Tahrir con Morsi che scappa travolto dal tifone «Tamarod» o gli onnipresenti cartellini rossi su cui, alla maniera calcistica, è scritto «espulsione». Ma se la prima rivoluzione è costata quasi mille vittime, la seconda potrebbe non essere meno violenta, almeno a giudicare dal bilancio degli ultimi tre giorni a Alessandria, Port Said e Mansura con 8 morti (tra cui l’americano Andrew Pochter), 606 feriti, 5 donne aggredite sessualmente.
«Ci aspettiamo scontri, ma la presenza dell’esercito e della polizia, ostili ai Fratelli Musulmani, incoraggeranno molte persone a scendere in piazza nonostante la paura» osserva Ayman Alkadi, attivista di Dustur, il partito dell’ex capo dell’Aiea el Baradei nonché una delle principali sigle del cartello delle opposizioni Fronte di Salvezza Nazionale. Per vedere i blindati in postazione bisogna andare alla sede della televisione di stato, al palazzo presidenziale o vicino all’ambasciata statunitense che, contrariamente all’invito al dialogo della Casa Bianca, resta un tabù tanto per gli islamisti radicali (unici alleati dei Fratelli Musulmani) quanto per piazza Tahrir, dove uno striscione accusa Obama di sostenere «i terroristi» con la sua indulgenza verso Morsi. Ma seppure in borghese i militari sono ovunque, pronti a impedire «il caos» come annunciato sibillinamente dal ministro della difesa el Sissi.
«Aspettiamo che dopo averci messo da parte il paese ci richiami per essere protetto dai Fratelli Musulmani, in fondo, per esempio, siamo noi che stiamo mettendo in difficoltà Morsi con Hamas distruggendo i tunnel del contrabbando a Gaza» racconta una fonte dell’esercito. Il presidente islamista in realtà ha i suoi bei guai anche in casa dove la disoccupazione ha superato il 13%, la crescita è la più bassa degli ultimi vent’anni, la valuta estera come il turismo è in fuga e il prestito di 4,8 miliardi di dollari atteso dal Fondo Monetario Internazionale rischia di rivelarsi un boomerang per via dei tagli necessari ai sussidi di cui vive il Paese. Ma i militari pensano assai più strategicamente di quanto stiano provando di saper fare i Fratelli Musulmani, avidi di potere con la foga dei parvenue. E lavorano per mantenere il controllo sulla politica accaparratosi dai tempi di Muhammad Ali.
A differenza del 2011 gli egiziani sono più consapevoli, confondono ancora l’opposizione con la protesta ma avanzano richieste concrete: dimissioni del presidente, governo provvisorio, nuove elezioni. Donne velate e non, cristiani, musulmani, tutti convinti che la partita non sia «il gioco a somma zero» vaticinato dall’analista Khalil Anani.
«Stiamo preparando i nostri attivisti a non rispondere se saranno attaccati» chiosa Sherif. La violenza è un gorgo e i ragazzi di «Tamarod» non vogliono annegare con gli ex amici barbuti.
http://www.lastampa.it/2013/06/30/esteri/egitto-nel-caos-milioni-di-firme-contro-morsi-wij8N2yihc9BwDP11RbAiJ/pagina.html
mercoledì 20 marzo 2013
La questione di Cipro
Geograficamente situata in Asia, l’isola di Cipro dista circa 70 km
dalle coste dell’Anatolia, 100 km da quelle del Vicino Oriente e quasi
400 da quelle africane.
Nel corso dei secoli numerosi popoli ed imperi si sono succeduti nel controllo dell’isola: nell’antichità i Micenei, l’Egitto dei faraoni, l’Impero Persiano Achemenide, l’Impero di Alessandro Magno, l’Egitto della dinastia ellenistica dei Lagidi (Tolomei) e Roma; nel Medioevo: l’Impero Bizantino, gli Arabi, l’Ordine dei Templari e la dinastia francese dei Lusignano; in epoca moderna la Repubblica di Venezia, l’Impero Ottomano ed infine in epoca contemporanea l’Impero Britannico. La particolare collocazione geografica ha fatto si che fin dall’antichità l’isola risultasse determinante per il controllo del Mediterraneo orientale.
L’importanza geostrategica di Cipro aumentò con l’apertura del Canale di Suez (1869) che consentiva la navigazione dall’Europa all’Asia senza dovere più circumnavigare l’Africa; ciò destò l’interesse britannico che nel 1878 ottenne dalla Sublime Porta il permesso di occupare ed amministrare l’isola.
Durante la dominazione britannica le tensioni, alimentate ad arte da Londra, tra le due comunità, quella di lingua greca maggioritaria che puntava all’unione (énosis) con la Grecia e quella di lingua turca minoritaria che invece optava per la separazione (taksim), spinse sia Atene che Ankara ad intromettersi negli affari interni dell’isola.
L’adesione della Grecia e della Turchia alla NATO (1952) e l’indipendenza di Cipro (1960) non stemperarono le tensioni tra i due paesi e tra le due comunità isolane che anzi aumentarono fino a sfociare in violenti scontri interetnici che richiesero nel 1964 l’invio di una missione ONU; la UNFICYP (United Nations Peacekeeping Force in Cyprus).
Nel luglio del 1974, per contrastare un colpo di Stato dei radicali greco-ciprioti sostenuti dalla giunta militare dei colonnelli di Atene che aveva come obiettivo l’annessione di Cipro alla Grecia, l’esercito turco invase la parte nord dell’isola (Operazione Attila) occupando circa un terzo dell’intero territorio e cacciando oltre centomila residenti greco-ciprioti verso sud.
Posta davanti alle coste mediterranee dell’Anatolia, quasi a formare una naturale barriera difensiva da eventuali attacchi provenienti da sud, l’importanza geostrategica di Cipro non poteva certo sfuggire ad Ankara che in questo modo si assicurava il controllo del lato nord dell’isola prospiciente le coste anatoliche.
L’intervento militare turco ricevette l’implicito avallo degli USA e dalla Gran Bretagna (la quale manteneva sull’isola le due basi militari di Akrotiri e Dhekelia) che mal tolleravano l’adesione di Cipro al Movimento dei Paesi Non Allineati per opera del primo presidente l’Arcivescovo Makarios III.
Nel 1983 la parte nord dell’isola si auto proclamò indipendente col nome di Repubblica Turca di Cipro Nord (TRNC). La dichiarazione di indipendenza, riconosciuta solo da Ankara, fu dichiarata “non valida dal punto di vista giuridico” dalle Risoluzioni 541 (1983) e 550 (1984) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Ma è solo negli ultimi sette anni, con l’adesione della Repubblica di Cipro all’Unione Europea, il fallimento del piano Annan e la ripresa delle trattative tra le due comunità nel 2008, che la questione cipriota ha riacquistato nuova visibilità ed interesse a livello internazionale.
Il fallimento del piano Annan, la ripresa del dialogo, la vittoria di Eroğlu e gli ultimi risvolti di gennaio 2011
Il 24 aprile 2004 sia nella parte greca che in quella turca di Cipro si svolse il referendum sull’ultima versione del Piano per la riunificazione dell’isola presentato dal segretario dell’Onu Kofi Annan.
Il Piano Annan prevedeva la creazione di una Repubblica Unita di Cipro, con bandiera nazionale ed inno unificati. La nuova entità politica sarebbe stata retta da un governo federale composto da due Stati costituenti, con un senato federale formato da ventiquattro turco-ciprioti e ventiquattro greco-ciprioti che avrebbe dovuto costituire l’assemblea legislativa comune. La presidenza, a rotazione, prevedeva che ad un presidente greco-cipriota si sarebbe dovuto affiancare un vice-presidente turco-cipriota. Il Piano stabiliva una suddivisione tra materie federali e materie riservate alle due comunità ed una progressiva smilitarizzazione dell’isola.
Il 75% dei greco-ciprioti votarono contro il Piano mentre il 64% dei turco-ciprioti si espressero a favore. Uno dei punti più controversi, che aveva spinto i tre quarti dell’elettorato greco-cipriota a respingere il Piano Annan, prevedeva che i costi della riunificazione sarebbero stati in gran parte a carico della comunità greco-cipriota. Inoltre secondo i greco-ciprioti il Piano non fissava una precisa tabella per il ritiro degli oltre trentacinquemila militari di Ankara stanziati nella TRNC.
Lo stesso presidente della Repubblica di Cipro Tassos Papadopoulos, considerando l’accordo troppo sbilanciato a favore dei turchi e approfittando del fatto che l’esito del referendum non avrebbe influito sull’ingresso della Repubblica di Cipro nell’Unione Europea, prevista per il 1º maggio, si schierò a favore della bocciatura del Piano.
La vittoria del no nella parte greco-cipriota suscitò profonda delusione nella parte turco-cipriota e l’irritazione dell’intera comunità internazionale in particolare dell’Onu che si era spesa in prima persona con la presentazione di un Piano. Per quasi quattro anni, dal referendum fino alle elezioni presidenziali nella Repubblica di Cipro, le Nazioni Unite si disinteressarono alla questione cipriota in attesa di tempi migliori.
Per una ripresa del dialogo tra le due comunità bisognerà attendere il 2008. Intanto nel 2005 era stato eletto presidente della TRNC Mehmet Ali Talat leader del Partito Turco Repubblicano e già primo ministro ai tempi del referendum del 2004 per il quale si era schierato a favore del si. Il 24 febbraio 2008 venne eletto presidente della Repubblica di Cipro Dimitris Christofias leader di AKEL (Partito Progressista dei Lavoratori) lo storico partito comunista dell’isola. Entrambi di sinistra e giovani rispetto alla generazione protagonista del conflitto (Rauf Denktaş, Glafkos Klerides, Spyros Kyprianou, Tassos Papadopoulos) Talat e Christofias erano uniti dalla sincera volontà di perseguire la riunificazione dell’isola.
Il 21 marzo, a meno di un mese dall’elezione di Christofias, ebbe luogo il primo incontro tra i due presidenti. Come segno della rinnovata fiducia tra le parti il 3 aprile veniva aperto un varco a Ledra Street, la principale via pedonale di Nicosia lungo la quale corre la Green Line (Linea Verde) che divide in due la città e l’isola. Negli incontri successivi, tra marzo e luglio 2008, le due parti maturarono la decisione di avviare nuove trattative e stabilirono che un eventuale accordo sarebbe stato sottoposto ad entrambe le comunità mediante referendum.
I due leader dichiararono di voler dare vita ad una federazione bi-zonale e bi-comunitaria “con eguaglianza politica.” Inoltre stabilirono che la Federazione doveva avere una “singola sovranità e cittadinanza.”
Una prima sessione di incontri si svolse tra settembre 2008 ed agosto 2009. La questione più complessa da risolvere riguardava la struttura dello Stato.
Il primo ostacolo riguardava la presidenza ed i poteri da conferire allo Stato federale. L’altro grande ostacolo era rappresentato dalla genesi del nuovo Stato. I greco-ciprioti sostenevano che esso dovesse essere il diretto erede della Repubblica di Cipro poiché temevano che alla comunità turca fosse riconosciuto il diritto alla secessione. Per l’ipotesi contraria propendevano i turco-ciprioti.
I greco-ciprioti, inoltre, volevano la piena libertà di lavorare, risiedere e acquistare in tutta l’isola; i turco-ciprioti puntavano a limitare queste libertà nel nord per evitare il ritorno degli sfollati greci. Altro grande problema era quello delle proprietà.
A giugno 2009 il presidente Christofias manifestò segni di insoddisfazione per l’andamento delle trattative e per gli scarsi risultati conseguiti, segno dell’estrema complessità delle questioni poste sul tavolo.
Tra settembre 2009 e marzo 2010 si svolse una seconda sessione di incontri. Le trattative vennero interrotte dalle elezioni presidenziali nella TRNC, previste per il 18 aprile 2010, che videro l’affermazione con il 50,38% dei voti di Derviş Eroğlu leader del Partito di Unità Nazionale.
Il nuovo capo di stato dichiarava di voler puntare non alla riunificazione dell’isola bensì ad una sua divisione in due Stati. L’uscita di scena di Talat, sostenitore dell’unificazione e di più stretti rapporti con l’Unione Europea, ha rappresentato un duro colpo per il processo di riunificazione. Le cause della sua sconfitta vanno ricercate nella difficile situazione economica in cui versa la TRNC dovuta all’isolamento internazionale cui è sottoposta e agli scarsi progressi compiuti nel processo di riunificazione.
Le elezioni presidenziali nella TRNC hanno evidenziato una netta spaccatura all’interno della comunità turco-cipriota. Determinante per la vittoria di Eroğlu è stato il sostegno dei coloni anatolici inviati dalla Turchia dopo il 1974 al fine di aumentare la percentuale dei turchi sull’isola ma la cui presenza non è accettata come legittima dalle autorità della Repubblica di Cipro. Più sensibili al discorso nazionalista questa parte della comunità è orientata alla definitiva partizione dell’isola. Viceversa Talat ha ottenuto il sostegno dei turchi autoctoni favorevoli alla riunificazione in virtù di una secolare convivenza con la comunità greca.
Diversamente da quanto si prevedeva in un primo momento, la vittoria del nazionalista Eroğlu non ha segnato una discontinuità, almeno sotto il profilo formale, anche per merito di Ankara che ha esercitato pressioni affinché la nuova leadership turco-cipriota continuasse le trattative al fine di non compromettere il suo già difficile cammino di adesione alla UE. È innegabile che con l’uscita di scena di Talat è venuto meno quell’entusiasmo e quella genuina ricerca di un accordo che accomunava entrambe le leadership.
I lavori su richiesta di Christofias sono ripresi dal capitolo delle proprietà, il più complesso poiché quello che presenta le maggiori difficoltà di natura politica, economica e tecnica. Ma nel corso del 2010 il negoziato intercipriota, giunto prossimo allo stallo, ha richiesto l’intervento diretto del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che ha invitato a New York, per il 18 novembre 2010, i leader delle due comunità, Dimitris Christofias e Derviş Eroğlu. Entrambi hanno ribadito la volontà di intensificare le trattative per superare i punti di maggiore disaccordo: proprietà, aggiustamento territoriali e garanzie.
Il Segretario Generale ha dato appuntamento ai due leader a Ginevra per la fine di gennaio 2011. Ma come era facile prevedere l’incontro di Ginevra non ha prodotto passi in avanti. Inoltre le elezioni legislative del 22 maggio nella Repubblica di Cipro e quelle del 12 giugno in Turchia comporteranno un ulteriore stallo nel prosieguo del negoziato.
L’insuperabile ostacolo di Cipro
La questione di Cipro rappresenta un vero e proprio nodo gordiano per la politica estera di Ankara. La necessità di trovare una soluzione che risulti soddisfacente per tutte le parti coinvolte nella disputa (le comunità greco e turco-cipriota, la Grecia e la Turchia) è diventata ancora più impellente alla luce delle nuove ambizioni in politica estera del paese anatolico.
Attualmente Cipro è all’origine del congelamento dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea ed un forte limite alla nuova politica estera promossa dal governo del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, teorizzata dal ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu.
Senza un accordo che ponga fine alla questione cipriota, Ankara non potrà ambire ad entrare nell’Unione Europea. Nicosia, in qualità di paese membro della UE, può esercitare il diritto di veto sull’ingresso di Ankara che da parte sua non riconosce la Repubblica di Cipro come soggetto internazionale. Come diretta conseguenza 8 dei 35 capitoli negoziali tra Ankara e Bruxelles sono fermi dal 2006 a causa del rifiuto turco di aprire i porti e gli aeroporti alle navi ed agli aerei greco-ciprioti. Ufficialmente questa posizione è motivata dal fatto che la Turchia vuole che la UE onori la promessa di porre fine all’isolamento della TRNC come ricompensa per l’accettazione del Piano Annan; in realtà l’apertura degli scali navali ed aeroportuali significherebbe per il governo di Ankara un automatico riconoscimento della Repubblica di Cipro ed una implicita condanna dell’operazione militare che nel 1974 portò all’occupazione della parte settentrionale dell’isola ed all’espulsione dei greco-ciprioti.
Per il governo dell’AKP, come per qualsiasi altro governo turco, le conseguenze di un simile gesto sarebbero disastrose in termini elettorali.
Da sempre, infatti, la questione cipriota è uno dei temi di politica estera che più infiammano il dibattito politico e l’opinione pubblica turca. Per trent’anni, fino all’avvento dell’AKP, essa ha di fatto monopolizzato la politica estera del paese che si limitava al suo ruolo all’interno della NATO, alle sue aspirazioni europee ed all’estenuante confronto con la Grecia all’interno del quale si colloca la questione cipriota.
Paese profondamente nazionalista, la questione di Cipro Nord tocca un nervo particolarmente sensibile capace di eccitare il nazionalismo turco trasversale ai partiti ed alla stessa società turca. Ciò spiega la forte reticenza dei governi ad assumere qualsiasi iniziativa che possa apparire come una concessione alla parte avversa. Ogni qual volta che i negoziatori trovano un accordo su una questione che sembra propendere verso la parte rivale, la stampa e le forze politiche contrarie al dialogo scatenano una campagna propagandistica che rappresenta la più minima delle concessioni alla controparte come una sconfitta ed uno smacco all’orgoglio ed al prestigio della Nazione.
La propaganda nazionalista, avversa al dialogo, diventa particolarmente pressante con l’approssimarsi delle campagne elettorali; anche questa volta c’è d’aspettarsi che Cipro sarà uno dei temi che maggiormente infiammeranno l’imminente campagna elettorale in vista delle elezioni legislative del 12 giugno. Ciò si traduce in uno stallo delle trattative tra greco e turco-ciprioti.
La nuova politica estera di Ankara si basa sul concetto di “profondità strategica.” Si tratta di una vasta area geografica (Balcani, Vicino Oriente, Caucaso, Mar Nero, Mediterraneo Orientale) nella quale la Turchia dovrebbe fungere da elemento di moderazione e di stabilizzazione. Dal concetto di “profondità strategica” deriva il principio geopolitico di “zero problemi con i vicini.” Per Davutoğlu la politica estera turca deve impegnarsi a creare lungo i propri confini un’area di stabilità e di pace tale da permetterle di dispiegare il proprio soft power che si esprime mediante l’aumento dell’interscambio commerciale, la firma di accordi energetici con i paesi confinanti e prossimi e la promozione dell’eredità culturale ottomana. Ma questo principio geopolitico presuppone una normalizzazione delle relazioni con la Repubblica di Cipro, rientrante nella “profondità strategica.”
In un paese democratico i partiti politici tendano ad evitare quelle scelte politiche che possano danneggiarle in termini elettorali. Il timore di perdere il consenso di quella fetta dell’elettorato più sensibile al discorso nazionalista a tutto vantaggio del CHP (Partito Repubblicano del Popolo) e degli ultranazionalisti dell’MHP (Partito del Movimento Nazionalista) in parte spiega perché la nuova politica estera del governo dell’AKP nel caso di Cipro manca di quella dinamicità e capacità propositiva evidente soprattutto nei rapporti con i paesi arabi e con l’Iran.
In vista delle elezioni l’AKP sembra aver deciso di giocare la carta nazionalista in modo da sottrarre voti all’MHP ed al CHP ed ottenere una maggioranza parlamentare il più ampia possibile; l’obiettivo sarebbe la maggioranza dei due terzi dei seggi in parlamento per far approvare una nuova Costituzione senza dover ricorrere all’appoggio di altri partiti.
In questo modo su Cipro il governo dimostra come l’elemento nazionalista sia ancora in grado di condizionare pesantemente le sue scelte. La questione curda, i rapporti con l’Armenia e Cipro, sono i limiti più evidenti in politica interna ed estera di un governo che, se è riuscito a scrollarsi di dosso l’opprimente tutela dei militari, non sembra ancora maturo per affrancarsi dal condizionamento del “dogma nazionalista.”
Nessun governo turco si azzarderà mai a fare delle scelte su un tema così scottante, come Cipro, senza un’adeguata contropartita che può essere concessa solo dalla UE.
Il ruolo di Bruxelles finirebbe con l’essere strategico al fine di trovare una soluzione che risulti soddisfacente per tutte le parti e per offrire al governo turco quell’aiuto esterno necessario per superare le pressioni e le resistenze interne.
In realtà la questione cipriota è il paravento dietro il quale si nascondono gli oppositori dell’ingresso di Ankara nella UE. Al momento gli unici paesi che si sono dichiarati apertamente contrari ad un eventuale ingresso della Turchia sono la Francia e la Germania. Ciò ha permesso ad una folta schiera di paesi (Austria, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Svezia, Lussemburgo, accumunati dalla presenza al loro interno di una folta comunità di immigrati anatolici) di mantenere una posizione ambigua. Trovare una soluzione al problema di Cipro costringerebbe la UE a dover fare chiarezza sulle sue reali intenzioni, schiodando diversi paesi da un atteggiamento incerto ed obbligandoli così ad assumere una posizione chiara.
Presenti sull’isola dal 1964 con la missione UNFICYP (United Nations Peacekeeping Force in Cyprus) le Nazioni Unite sono da quasi mezzo secolo impegnate nel tentativo di trovare un accordo. La UE ha sempre mantenuto un atteggiamento defilato in una disputa per essa tanto più importante poiché coinvolge paesi membri dell’Unione Europea ed altri che ambiscono ad entrarvi.
Un’interpretazione maliziosa suggerisce che all’interno dell’Europa c’è chi non ha fretta di raggiungere un accordo. Francia e Germania, che insistono sul fatto che la Turchia dovrebbe avere un partenariato privilegiato ma non piena adesione all’Unione Europea, sono ben felici di nascondersi dietro le obiezioni su Cipro.
Da parte sua Bruxelles pone sul tavolo una serie di problematiche (l’insoddisfacente deficit democratico, la questione curda, i rapporti con l’Armenia ed il riconoscimento del genocidio armeno, la difficoltà ad assimilare l’acquis comunitario) che Ankara non ha fretta di affrontare senza una dichiarazione di Bruxelles su un suo eventuale ingresso in un arco di tempo che risulti ragionevole. D’altro canto Bruxelles, in mancanza di sostanziali passi in avanti di Ankara nel campo delle riforme richieste, non può sbilanciarsi nel fissare alcuna data. Inoltre dopo gli allargamenti del 2004 e del 2008 i vertici della UE non sembrano affatto intenzionati ad accelerare i tempi per l’adesione turca.
Il nuovo attivismo in politica estera della Turchia ha inserito un ulteriore elemento di complessità. La “riscoperta” della sua dimensione vicino orientale come conseguenza della sua penetrazione economica nei mercati della regione (facilitati da accordi come la recente Unione Doganale con Siria, Libano e Giordania, primo passo verso la creazione di un più vasto spazio economico che coinvolga tutti i paesi dell’area) stanno creando quell’alternativa “orientale” che disincentiva l’impegno turco nel perseguire l’integrazione europea e la risoluzione del problema di Cipro.
La stessa Repubblica di Cipro, nonostante le trattative in corso e le dichiarazioni di buona volontà, non sembra impaziente di unirsi alla sua povera metà settentrionale. Ora che Nicosia è diventata un membro dell’Unione Europea ed ha aderito all’euro (2008), un eventuale riunificazione con la TRNC la costringerebbe a massicci investimenti nella parte turco-cipriota.
La Grecia, alle prese con una pesantissima crisi finanziaria, teme che il suo potente vicino anatolico possa approfittare delle sue difficoltà, di conseguenza non ha fretta di raggiungere un accordo che potrebbe sbloccare il suo cammino vero la UE.
Ma è soprattutto la TRNC a subire in questa fase di stallo le conseguenze più pesanti essendo la parte più debole. La difficile situazione economica che la rende totalmente dipendente dalla madrepatria e la prospettiva di riunificazione che si allontana sempre più, hanno spinto i turco-ciprioti per la prima volta dall’invasione del 1974 a scendere in piazza a protestare. Le manifestazioni del 28 gennaio e del 2 marzo sono state originate dalle misure d’austerità imposte dalla Turchia (che fornisce annualmente 700 milioni di dollari in aiuti) e dalla richiesta di riunificazione dell’isola. È probabile,quindi, che nel breve e medio termine sarà soprattutto la comunità turco-cipriota ad esercitare maggiori pressioni per il prosieguo delle trattative.
La questione cipriota si lega alla vicenda del Kosovo la cui indipendenza (17 febbraio 2008) riconosciuta dagli USA e da una buona parte dei paesi della UE, ha aperto la strada ad un preoccupante precedente con potenziali conseguenze che potrebbero estendersi da Cipro al Caucaso.
L’indipendenza del Kosovo, infatti, è stato il precedente utilizzato dalla Russia per riconoscere l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud a seguito della sciagurata guerra scatenata dalla Georgia di Mikheil Saakashvili, il cui unico risultato è stato quello di frantumare, forse irrimediabilmente, l’integrità territoriale del paese caucasico.
L’indipendenza ed il riconoscimento internazionale (sebbene non unanime) del Kosovo, dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, in teoria potrebbero essere il precedente utilizzato anche dalla Turchia per spingere verso un definitivo riconoscimento internazionale della Repubblica Turca di Cipro Nord. L’eventuale riconoscimento della TRNC avrebbe conseguenze negative su un’altra questione particolarmente delicata per la Turchia; il Nagorno-Karabakh/Artsakh, l’enclave armena in territorio azero autoproclamatasi indipendente ed anch’essa non riconosciuta a livello internazionale.
Molto probabilmente nel caso in cui l’indipendenza della TRNC venisse riconosciuta da altre nazioni le tensioni della Turchia con la Repubblica di Cipro e con la Grecia finirebbero per compromettere la sua penetrazione nei Balcani (area anch’essa rientrante nella dottrina della profondità strategica) e la sua integrazione nella UE.
Come reazione altri paesi (in primis la Repubblica di Cipro e l’Armenia) potrebbero essere spinti a riconoscere l’indipendenza del Nagorno-Karabakh/Artsakh con il rischio di provocare un nuovo conflitto tra Baku e Yerevan che avrebbe ricadute deleterie per gli interessi geopolitici e geoeconomici della Turchia nella Transcaucasia ed in Asia Centrale. La stessa politica estera di Ankara, incentrata sulla dottrina della profondità strategica e sul principio di “zero problemi con i vicini” ne risulterebbe seriamente compromessa.
Qualunque sarà l’esito delle elezioni legislative in Turchia del 12 giugno (la vittoria dell’AKP è data per certa) l’approccio del governo turco alla questione cipriota rimarrà immutato. Il governo Erdoğan non ha interesse a riconoscere l’indipendenza della TRNC. A quasi trentasette anni dall’invasione, l’indipendenza della parte nord dell’isola di Afrodite è una realtà di fatto. Sebbene riconosciuta solo dalla Turchia la TRNC è un membro della TURKOY (l’Organizzazione internazionale della cultura turca) ed è osservatore dell’OCI (Organizzazione per la Conferenza Islamica) il che equivale ad un implicito riconoscimento della sua indipendenza da parte dei paesi islamici e turcofoni. Inoltre le nuove generazioni greco e turco-cipriote, non avendo memoria dei tempi in cui l’isola era unificata, percepiscono la divisione come qualcosa di immutabile. Più che le divisioni politiche sembra essere la forte sperequazione economica a rendere irrealistica, almeno nel breve e medio periodo, la riunificazione. In trentasette anni le due parti hanno percorso strade differenti che hanno portato la TRNC a diventare di fatto l’ottantaduesima provincia turca con un grado di sviluppo paragonabile a quello delle più arretrate province dell’Anatolia; Viceversa la Repubblica di Cipro si è affermata come una delle più ambite mete turistiche del Mediterraneo. Inoltre i servizi finanziari off-shore offerti dalle sue banche attraggono importanti flussi di denaro spesso di dubbia provenienza o destinati a finalità poco trasparenti.
Nel corso dei secoli numerosi popoli ed imperi si sono succeduti nel controllo dell’isola: nell’antichità i Micenei, l’Egitto dei faraoni, l’Impero Persiano Achemenide, l’Impero di Alessandro Magno, l’Egitto della dinastia ellenistica dei Lagidi (Tolomei) e Roma; nel Medioevo: l’Impero Bizantino, gli Arabi, l’Ordine dei Templari e la dinastia francese dei Lusignano; in epoca moderna la Repubblica di Venezia, l’Impero Ottomano ed infine in epoca contemporanea l’Impero Britannico. La particolare collocazione geografica ha fatto si che fin dall’antichità l’isola risultasse determinante per il controllo del Mediterraneo orientale.
L’importanza geostrategica di Cipro aumentò con l’apertura del Canale di Suez (1869) che consentiva la navigazione dall’Europa all’Asia senza dovere più circumnavigare l’Africa; ciò destò l’interesse britannico che nel 1878 ottenne dalla Sublime Porta il permesso di occupare ed amministrare l’isola.
Durante la dominazione britannica le tensioni, alimentate ad arte da Londra, tra le due comunità, quella di lingua greca maggioritaria che puntava all’unione (énosis) con la Grecia e quella di lingua turca minoritaria che invece optava per la separazione (taksim), spinse sia Atene che Ankara ad intromettersi negli affari interni dell’isola.
L’adesione della Grecia e della Turchia alla NATO (1952) e l’indipendenza di Cipro (1960) non stemperarono le tensioni tra i due paesi e tra le due comunità isolane che anzi aumentarono fino a sfociare in violenti scontri interetnici che richiesero nel 1964 l’invio di una missione ONU; la UNFICYP (United Nations Peacekeeping Force in Cyprus).
Nel luglio del 1974, per contrastare un colpo di Stato dei radicali greco-ciprioti sostenuti dalla giunta militare dei colonnelli di Atene che aveva come obiettivo l’annessione di Cipro alla Grecia, l’esercito turco invase la parte nord dell’isola (Operazione Attila) occupando circa un terzo dell’intero territorio e cacciando oltre centomila residenti greco-ciprioti verso sud.
Posta davanti alle coste mediterranee dell’Anatolia, quasi a formare una naturale barriera difensiva da eventuali attacchi provenienti da sud, l’importanza geostrategica di Cipro non poteva certo sfuggire ad Ankara che in questo modo si assicurava il controllo del lato nord dell’isola prospiciente le coste anatoliche.
L’intervento militare turco ricevette l’implicito avallo degli USA e dalla Gran Bretagna (la quale manteneva sull’isola le due basi militari di Akrotiri e Dhekelia) che mal tolleravano l’adesione di Cipro al Movimento dei Paesi Non Allineati per opera del primo presidente l’Arcivescovo Makarios III.
Nel 1983 la parte nord dell’isola si auto proclamò indipendente col nome di Repubblica Turca di Cipro Nord (TRNC). La dichiarazione di indipendenza, riconosciuta solo da Ankara, fu dichiarata “non valida dal punto di vista giuridico” dalle Risoluzioni 541 (1983) e 550 (1984) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Ma è solo negli ultimi sette anni, con l’adesione della Repubblica di Cipro all’Unione Europea, il fallimento del piano Annan e la ripresa delle trattative tra le due comunità nel 2008, che la questione cipriota ha riacquistato nuova visibilità ed interesse a livello internazionale.
Il fallimento del piano Annan, la ripresa del dialogo, la vittoria di Eroğlu e gli ultimi risvolti di gennaio 2011
Il 24 aprile 2004 sia nella parte greca che in quella turca di Cipro si svolse il referendum sull’ultima versione del Piano per la riunificazione dell’isola presentato dal segretario dell’Onu Kofi Annan.
Il Piano Annan prevedeva la creazione di una Repubblica Unita di Cipro, con bandiera nazionale ed inno unificati. La nuova entità politica sarebbe stata retta da un governo federale composto da due Stati costituenti, con un senato federale formato da ventiquattro turco-ciprioti e ventiquattro greco-ciprioti che avrebbe dovuto costituire l’assemblea legislativa comune. La presidenza, a rotazione, prevedeva che ad un presidente greco-cipriota si sarebbe dovuto affiancare un vice-presidente turco-cipriota. Il Piano stabiliva una suddivisione tra materie federali e materie riservate alle due comunità ed una progressiva smilitarizzazione dell’isola.
Il 75% dei greco-ciprioti votarono contro il Piano mentre il 64% dei turco-ciprioti si espressero a favore. Uno dei punti più controversi, che aveva spinto i tre quarti dell’elettorato greco-cipriota a respingere il Piano Annan, prevedeva che i costi della riunificazione sarebbero stati in gran parte a carico della comunità greco-cipriota. Inoltre secondo i greco-ciprioti il Piano non fissava una precisa tabella per il ritiro degli oltre trentacinquemila militari di Ankara stanziati nella TRNC.
Lo stesso presidente della Repubblica di Cipro Tassos Papadopoulos, considerando l’accordo troppo sbilanciato a favore dei turchi e approfittando del fatto che l’esito del referendum non avrebbe influito sull’ingresso della Repubblica di Cipro nell’Unione Europea, prevista per il 1º maggio, si schierò a favore della bocciatura del Piano.
La vittoria del no nella parte greco-cipriota suscitò profonda delusione nella parte turco-cipriota e l’irritazione dell’intera comunità internazionale in particolare dell’Onu che si era spesa in prima persona con la presentazione di un Piano. Per quasi quattro anni, dal referendum fino alle elezioni presidenziali nella Repubblica di Cipro, le Nazioni Unite si disinteressarono alla questione cipriota in attesa di tempi migliori.
Per una ripresa del dialogo tra le due comunità bisognerà attendere il 2008. Intanto nel 2005 era stato eletto presidente della TRNC Mehmet Ali Talat leader del Partito Turco Repubblicano e già primo ministro ai tempi del referendum del 2004 per il quale si era schierato a favore del si. Il 24 febbraio 2008 venne eletto presidente della Repubblica di Cipro Dimitris Christofias leader di AKEL (Partito Progressista dei Lavoratori) lo storico partito comunista dell’isola. Entrambi di sinistra e giovani rispetto alla generazione protagonista del conflitto (Rauf Denktaş, Glafkos Klerides, Spyros Kyprianou, Tassos Papadopoulos) Talat e Christofias erano uniti dalla sincera volontà di perseguire la riunificazione dell’isola.
Il 21 marzo, a meno di un mese dall’elezione di Christofias, ebbe luogo il primo incontro tra i due presidenti. Come segno della rinnovata fiducia tra le parti il 3 aprile veniva aperto un varco a Ledra Street, la principale via pedonale di Nicosia lungo la quale corre la Green Line (Linea Verde) che divide in due la città e l’isola. Negli incontri successivi, tra marzo e luglio 2008, le due parti maturarono la decisione di avviare nuove trattative e stabilirono che un eventuale accordo sarebbe stato sottoposto ad entrambe le comunità mediante referendum.
I due leader dichiararono di voler dare vita ad una federazione bi-zonale e bi-comunitaria “con eguaglianza politica.” Inoltre stabilirono che la Federazione doveva avere una “singola sovranità e cittadinanza.”
Una prima sessione di incontri si svolse tra settembre 2008 ed agosto 2009. La questione più complessa da risolvere riguardava la struttura dello Stato.
Il primo ostacolo riguardava la presidenza ed i poteri da conferire allo Stato federale. L’altro grande ostacolo era rappresentato dalla genesi del nuovo Stato. I greco-ciprioti sostenevano che esso dovesse essere il diretto erede della Repubblica di Cipro poiché temevano che alla comunità turca fosse riconosciuto il diritto alla secessione. Per l’ipotesi contraria propendevano i turco-ciprioti.
I greco-ciprioti, inoltre, volevano la piena libertà di lavorare, risiedere e acquistare in tutta l’isola; i turco-ciprioti puntavano a limitare queste libertà nel nord per evitare il ritorno degli sfollati greci. Altro grande problema era quello delle proprietà.
A giugno 2009 il presidente Christofias manifestò segni di insoddisfazione per l’andamento delle trattative e per gli scarsi risultati conseguiti, segno dell’estrema complessità delle questioni poste sul tavolo.
Tra settembre 2009 e marzo 2010 si svolse una seconda sessione di incontri. Le trattative vennero interrotte dalle elezioni presidenziali nella TRNC, previste per il 18 aprile 2010, che videro l’affermazione con il 50,38% dei voti di Derviş Eroğlu leader del Partito di Unità Nazionale.
Il nuovo capo di stato dichiarava di voler puntare non alla riunificazione dell’isola bensì ad una sua divisione in due Stati. L’uscita di scena di Talat, sostenitore dell’unificazione e di più stretti rapporti con l’Unione Europea, ha rappresentato un duro colpo per il processo di riunificazione. Le cause della sua sconfitta vanno ricercate nella difficile situazione economica in cui versa la TRNC dovuta all’isolamento internazionale cui è sottoposta e agli scarsi progressi compiuti nel processo di riunificazione.
Le elezioni presidenziali nella TRNC hanno evidenziato una netta spaccatura all’interno della comunità turco-cipriota. Determinante per la vittoria di Eroğlu è stato il sostegno dei coloni anatolici inviati dalla Turchia dopo il 1974 al fine di aumentare la percentuale dei turchi sull’isola ma la cui presenza non è accettata come legittima dalle autorità della Repubblica di Cipro. Più sensibili al discorso nazionalista questa parte della comunità è orientata alla definitiva partizione dell’isola. Viceversa Talat ha ottenuto il sostegno dei turchi autoctoni favorevoli alla riunificazione in virtù di una secolare convivenza con la comunità greca.
Diversamente da quanto si prevedeva in un primo momento, la vittoria del nazionalista Eroğlu non ha segnato una discontinuità, almeno sotto il profilo formale, anche per merito di Ankara che ha esercitato pressioni affinché la nuova leadership turco-cipriota continuasse le trattative al fine di non compromettere il suo già difficile cammino di adesione alla UE. È innegabile che con l’uscita di scena di Talat è venuto meno quell’entusiasmo e quella genuina ricerca di un accordo che accomunava entrambe le leadership.
I lavori su richiesta di Christofias sono ripresi dal capitolo delle proprietà, il più complesso poiché quello che presenta le maggiori difficoltà di natura politica, economica e tecnica. Ma nel corso del 2010 il negoziato intercipriota, giunto prossimo allo stallo, ha richiesto l’intervento diretto del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che ha invitato a New York, per il 18 novembre 2010, i leader delle due comunità, Dimitris Christofias e Derviş Eroğlu. Entrambi hanno ribadito la volontà di intensificare le trattative per superare i punti di maggiore disaccordo: proprietà, aggiustamento territoriali e garanzie.
Il Segretario Generale ha dato appuntamento ai due leader a Ginevra per la fine di gennaio 2011. Ma come era facile prevedere l’incontro di Ginevra non ha prodotto passi in avanti. Inoltre le elezioni legislative del 22 maggio nella Repubblica di Cipro e quelle del 12 giugno in Turchia comporteranno un ulteriore stallo nel prosieguo del negoziato.
L’insuperabile ostacolo di Cipro
La questione di Cipro rappresenta un vero e proprio nodo gordiano per la politica estera di Ankara. La necessità di trovare una soluzione che risulti soddisfacente per tutte le parti coinvolte nella disputa (le comunità greco e turco-cipriota, la Grecia e la Turchia) è diventata ancora più impellente alla luce delle nuove ambizioni in politica estera del paese anatolico.
Attualmente Cipro è all’origine del congelamento dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea ed un forte limite alla nuova politica estera promossa dal governo del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, teorizzata dal ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu.
Senza un accordo che ponga fine alla questione cipriota, Ankara non potrà ambire ad entrare nell’Unione Europea. Nicosia, in qualità di paese membro della UE, può esercitare il diritto di veto sull’ingresso di Ankara che da parte sua non riconosce la Repubblica di Cipro come soggetto internazionale. Come diretta conseguenza 8 dei 35 capitoli negoziali tra Ankara e Bruxelles sono fermi dal 2006 a causa del rifiuto turco di aprire i porti e gli aeroporti alle navi ed agli aerei greco-ciprioti. Ufficialmente questa posizione è motivata dal fatto che la Turchia vuole che la UE onori la promessa di porre fine all’isolamento della TRNC come ricompensa per l’accettazione del Piano Annan; in realtà l’apertura degli scali navali ed aeroportuali significherebbe per il governo di Ankara un automatico riconoscimento della Repubblica di Cipro ed una implicita condanna dell’operazione militare che nel 1974 portò all’occupazione della parte settentrionale dell’isola ed all’espulsione dei greco-ciprioti.
Per il governo dell’AKP, come per qualsiasi altro governo turco, le conseguenze di un simile gesto sarebbero disastrose in termini elettorali.
Da sempre, infatti, la questione cipriota è uno dei temi di politica estera che più infiammano il dibattito politico e l’opinione pubblica turca. Per trent’anni, fino all’avvento dell’AKP, essa ha di fatto monopolizzato la politica estera del paese che si limitava al suo ruolo all’interno della NATO, alle sue aspirazioni europee ed all’estenuante confronto con la Grecia all’interno del quale si colloca la questione cipriota.
Paese profondamente nazionalista, la questione di Cipro Nord tocca un nervo particolarmente sensibile capace di eccitare il nazionalismo turco trasversale ai partiti ed alla stessa società turca. Ciò spiega la forte reticenza dei governi ad assumere qualsiasi iniziativa che possa apparire come una concessione alla parte avversa. Ogni qual volta che i negoziatori trovano un accordo su una questione che sembra propendere verso la parte rivale, la stampa e le forze politiche contrarie al dialogo scatenano una campagna propagandistica che rappresenta la più minima delle concessioni alla controparte come una sconfitta ed uno smacco all’orgoglio ed al prestigio della Nazione.
La propaganda nazionalista, avversa al dialogo, diventa particolarmente pressante con l’approssimarsi delle campagne elettorali; anche questa volta c’è d’aspettarsi che Cipro sarà uno dei temi che maggiormente infiammeranno l’imminente campagna elettorale in vista delle elezioni legislative del 12 giugno. Ciò si traduce in uno stallo delle trattative tra greco e turco-ciprioti.
La nuova politica estera di Ankara si basa sul concetto di “profondità strategica.” Si tratta di una vasta area geografica (Balcani, Vicino Oriente, Caucaso, Mar Nero, Mediterraneo Orientale) nella quale la Turchia dovrebbe fungere da elemento di moderazione e di stabilizzazione. Dal concetto di “profondità strategica” deriva il principio geopolitico di “zero problemi con i vicini.” Per Davutoğlu la politica estera turca deve impegnarsi a creare lungo i propri confini un’area di stabilità e di pace tale da permetterle di dispiegare il proprio soft power che si esprime mediante l’aumento dell’interscambio commerciale, la firma di accordi energetici con i paesi confinanti e prossimi e la promozione dell’eredità culturale ottomana. Ma questo principio geopolitico presuppone una normalizzazione delle relazioni con la Repubblica di Cipro, rientrante nella “profondità strategica.”
In un paese democratico i partiti politici tendano ad evitare quelle scelte politiche che possano danneggiarle in termini elettorali. Il timore di perdere il consenso di quella fetta dell’elettorato più sensibile al discorso nazionalista a tutto vantaggio del CHP (Partito Repubblicano del Popolo) e degli ultranazionalisti dell’MHP (Partito del Movimento Nazionalista) in parte spiega perché la nuova politica estera del governo dell’AKP nel caso di Cipro manca di quella dinamicità e capacità propositiva evidente soprattutto nei rapporti con i paesi arabi e con l’Iran.
In vista delle elezioni l’AKP sembra aver deciso di giocare la carta nazionalista in modo da sottrarre voti all’MHP ed al CHP ed ottenere una maggioranza parlamentare il più ampia possibile; l’obiettivo sarebbe la maggioranza dei due terzi dei seggi in parlamento per far approvare una nuova Costituzione senza dover ricorrere all’appoggio di altri partiti.
In questo modo su Cipro il governo dimostra come l’elemento nazionalista sia ancora in grado di condizionare pesantemente le sue scelte. La questione curda, i rapporti con l’Armenia e Cipro, sono i limiti più evidenti in politica interna ed estera di un governo che, se è riuscito a scrollarsi di dosso l’opprimente tutela dei militari, non sembra ancora maturo per affrancarsi dal condizionamento del “dogma nazionalista.”
Nessun governo turco si azzarderà mai a fare delle scelte su un tema così scottante, come Cipro, senza un’adeguata contropartita che può essere concessa solo dalla UE.
Il ruolo di Bruxelles finirebbe con l’essere strategico al fine di trovare una soluzione che risulti soddisfacente per tutte le parti e per offrire al governo turco quell’aiuto esterno necessario per superare le pressioni e le resistenze interne.
In realtà la questione cipriota è il paravento dietro il quale si nascondono gli oppositori dell’ingresso di Ankara nella UE. Al momento gli unici paesi che si sono dichiarati apertamente contrari ad un eventuale ingresso della Turchia sono la Francia e la Germania. Ciò ha permesso ad una folta schiera di paesi (Austria, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Svezia, Lussemburgo, accumunati dalla presenza al loro interno di una folta comunità di immigrati anatolici) di mantenere una posizione ambigua. Trovare una soluzione al problema di Cipro costringerebbe la UE a dover fare chiarezza sulle sue reali intenzioni, schiodando diversi paesi da un atteggiamento incerto ed obbligandoli così ad assumere una posizione chiara.
Presenti sull’isola dal 1964 con la missione UNFICYP (United Nations Peacekeeping Force in Cyprus) le Nazioni Unite sono da quasi mezzo secolo impegnate nel tentativo di trovare un accordo. La UE ha sempre mantenuto un atteggiamento defilato in una disputa per essa tanto più importante poiché coinvolge paesi membri dell’Unione Europea ed altri che ambiscono ad entrarvi.
Un’interpretazione maliziosa suggerisce che all’interno dell’Europa c’è chi non ha fretta di raggiungere un accordo. Francia e Germania, che insistono sul fatto che la Turchia dovrebbe avere un partenariato privilegiato ma non piena adesione all’Unione Europea, sono ben felici di nascondersi dietro le obiezioni su Cipro.
Da parte sua Bruxelles pone sul tavolo una serie di problematiche (l’insoddisfacente deficit democratico, la questione curda, i rapporti con l’Armenia ed il riconoscimento del genocidio armeno, la difficoltà ad assimilare l’acquis comunitario) che Ankara non ha fretta di affrontare senza una dichiarazione di Bruxelles su un suo eventuale ingresso in un arco di tempo che risulti ragionevole. D’altro canto Bruxelles, in mancanza di sostanziali passi in avanti di Ankara nel campo delle riforme richieste, non può sbilanciarsi nel fissare alcuna data. Inoltre dopo gli allargamenti del 2004 e del 2008 i vertici della UE non sembrano affatto intenzionati ad accelerare i tempi per l’adesione turca.
Il nuovo attivismo in politica estera della Turchia ha inserito un ulteriore elemento di complessità. La “riscoperta” della sua dimensione vicino orientale come conseguenza della sua penetrazione economica nei mercati della regione (facilitati da accordi come la recente Unione Doganale con Siria, Libano e Giordania, primo passo verso la creazione di un più vasto spazio economico che coinvolga tutti i paesi dell’area) stanno creando quell’alternativa “orientale” che disincentiva l’impegno turco nel perseguire l’integrazione europea e la risoluzione del problema di Cipro.
La stessa Repubblica di Cipro, nonostante le trattative in corso e le dichiarazioni di buona volontà, non sembra impaziente di unirsi alla sua povera metà settentrionale. Ora che Nicosia è diventata un membro dell’Unione Europea ed ha aderito all’euro (2008), un eventuale riunificazione con la TRNC la costringerebbe a massicci investimenti nella parte turco-cipriota.
La Grecia, alle prese con una pesantissima crisi finanziaria, teme che il suo potente vicino anatolico possa approfittare delle sue difficoltà, di conseguenza non ha fretta di raggiungere un accordo che potrebbe sbloccare il suo cammino vero la UE.
Ma è soprattutto la TRNC a subire in questa fase di stallo le conseguenze più pesanti essendo la parte più debole. La difficile situazione economica che la rende totalmente dipendente dalla madrepatria e la prospettiva di riunificazione che si allontana sempre più, hanno spinto i turco-ciprioti per la prima volta dall’invasione del 1974 a scendere in piazza a protestare. Le manifestazioni del 28 gennaio e del 2 marzo sono state originate dalle misure d’austerità imposte dalla Turchia (che fornisce annualmente 700 milioni di dollari in aiuti) e dalla richiesta di riunificazione dell’isola. È probabile,quindi, che nel breve e medio termine sarà soprattutto la comunità turco-cipriota ad esercitare maggiori pressioni per il prosieguo delle trattative.
La questione cipriota si lega alla vicenda del Kosovo la cui indipendenza (17 febbraio 2008) riconosciuta dagli USA e da una buona parte dei paesi della UE, ha aperto la strada ad un preoccupante precedente con potenziali conseguenze che potrebbero estendersi da Cipro al Caucaso.
L’indipendenza del Kosovo, infatti, è stato il precedente utilizzato dalla Russia per riconoscere l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud a seguito della sciagurata guerra scatenata dalla Georgia di Mikheil Saakashvili, il cui unico risultato è stato quello di frantumare, forse irrimediabilmente, l’integrità territoriale del paese caucasico.
L’indipendenza ed il riconoscimento internazionale (sebbene non unanime) del Kosovo, dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, in teoria potrebbero essere il precedente utilizzato anche dalla Turchia per spingere verso un definitivo riconoscimento internazionale della Repubblica Turca di Cipro Nord. L’eventuale riconoscimento della TRNC avrebbe conseguenze negative su un’altra questione particolarmente delicata per la Turchia; il Nagorno-Karabakh/Artsakh, l’enclave armena in territorio azero autoproclamatasi indipendente ed anch’essa non riconosciuta a livello internazionale.
Molto probabilmente nel caso in cui l’indipendenza della TRNC venisse riconosciuta da altre nazioni le tensioni della Turchia con la Repubblica di Cipro e con la Grecia finirebbero per compromettere la sua penetrazione nei Balcani (area anch’essa rientrante nella dottrina della profondità strategica) e la sua integrazione nella UE.
Come reazione altri paesi (in primis la Repubblica di Cipro e l’Armenia) potrebbero essere spinti a riconoscere l’indipendenza del Nagorno-Karabakh/Artsakh con il rischio di provocare un nuovo conflitto tra Baku e Yerevan che avrebbe ricadute deleterie per gli interessi geopolitici e geoeconomici della Turchia nella Transcaucasia ed in Asia Centrale. La stessa politica estera di Ankara, incentrata sulla dottrina della profondità strategica e sul principio di “zero problemi con i vicini” ne risulterebbe seriamente compromessa.
Qualunque sarà l’esito delle elezioni legislative in Turchia del 12 giugno (la vittoria dell’AKP è data per certa) l’approccio del governo turco alla questione cipriota rimarrà immutato. Il governo Erdoğan non ha interesse a riconoscere l’indipendenza della TRNC. A quasi trentasette anni dall’invasione, l’indipendenza della parte nord dell’isola di Afrodite è una realtà di fatto. Sebbene riconosciuta solo dalla Turchia la TRNC è un membro della TURKOY (l’Organizzazione internazionale della cultura turca) ed è osservatore dell’OCI (Organizzazione per la Conferenza Islamica) il che equivale ad un implicito riconoscimento della sua indipendenza da parte dei paesi islamici e turcofoni. Inoltre le nuove generazioni greco e turco-cipriote, non avendo memoria dei tempi in cui l’isola era unificata, percepiscono la divisione come qualcosa di immutabile. Più che le divisioni politiche sembra essere la forte sperequazione economica a rendere irrealistica, almeno nel breve e medio periodo, la riunificazione. In trentasette anni le due parti hanno percorso strade differenti che hanno portato la TRNC a diventare di fatto l’ottantaduesima provincia turca con un grado di sviluppo paragonabile a quello delle più arretrate province dell’Anatolia; Viceversa la Repubblica di Cipro si è affermata come una delle più ambite mete turistiche del Mediterraneo. Inoltre i servizi finanziari off-shore offerti dalle sue banche attraggono importanti flussi di denaro spesso di dubbia provenienza o destinati a finalità poco trasparenti.
http://www.eurasia-rivista.org/la-turchia-alle-prese-con-la-questione-cipriota/9430/
sabato 9 febbraio 2013
La sottile linea rossa che separa la Tunisia dal baratro. Parla Jourchi, ex consulente della Clinton
«Con l'assassinio di Choukri Belaid abbiamo
oltrepassato la linea rossa», dice Salaheddine Jourchi, giornalista,
ricercatore, uno dei maggiori esperti della politica tunisina, che negli
anni '70 fu militante del partito islamico Ennhada e in anni recenti
consulente anche dell'ex segretario di Stato Hillary Clinton. Pochi conoscono come lui dall'interno le dinamiche storiche e attuali del movimento islamico.
«La lotta politico-ideologico tra gli islamisti da una parte e i laici e i nazionalisti dall'altra si è spinta troppo avanti: anche il popolo tunisino è diviso su fronti contapposti, con gravi problemi quotidiani per la sicurezza del Paese». Una soluzione politica per rimpiazzare l'attuale governo con uno più ampio, magari includendo l'opposizione, non è semplice: il nuovo esecutivo dovrebbe concludere i lavori dell'Assemblea per la nuova costituzione e fissare la data delle elezioni parlamentari, due traguardi indispensabili per dare un minimo di stabilità ma che in questo momento appaiono lontani.
La crisi istituzionale, se non verrà risolta in tempi accettabili, rischia di affondare lo stato ereditato dal vecchio regime con la rivoluzione dei gelsomini. «Perché qui è in gioco - spiega Jourchi - una partita essenziale, quella dell'unità nazionale, una questione centrale che vale per la Tunisia come per il resto del mondo arabo dove sono cadute o stanno e per cadere le dittature, dall'Egitto alla Siria». Dopo l'indipendenza dalla Francia, ottenuta senza spargimento di sangue, il padre della patria Habib Bourghiba fondò negli anni Cinquanta uno stato secolarista dove la religione veniva messa da parte, occultata. Non si celebrava neppure il Ramadan e Bourghiba, grande ammiratore di Ataturk, chiuse anche la Zitouna, la più antica università musulmana del Nordafrica: la religione venne relegata nelle moschee e gli islamici non potevano fare politica.
Il successore Ben Alì affrontò l'ascesa del movimento di Rashid Gannouchi con la repressione, lasciando di fatto ai margini gran parte del Paese. L'unità nazionale era imposta da uno stato poliziesco e quando è crollato il regime le divisioni nascoste dall'autocrazia e dalla retorica del raìs sono affiorate per diventare adesso eclatanti. Lo stesso movimento islamico è diviso, non solo tra Ennahda e i salafiti, i più radicali e violenti, ma anche al suo interno, come dimostra la sconfessione del primo ministro Jebali. «Una parte - dice Jourchi - vuole affermare l'egemonia di Ennahda come partito di maggioranza al potere, un'altra si rende conto dell'impasse ed è disponibile a condividere il potere andando oltre l'attuale coalizione di tre partiti».
Una divisione che conferma anche Feysal Nasser, portavoce del partito: «In Ennahda ci sono sempre state posizioni diverse. Non c'è da stupirsi, fa parte delle dinamiche nel confronto tra idee. Nonostante la propaganda dell'opposizione, ci vantiamo di essere un partito democratico: dovreste leggere almeno uno dei 15 libri scritti da Gannouchi sull'argomento, ma ci criticano senza averlo mai fatto». Anche se, aggiungiamo noi, lo sceicco Rashid Gannouchi, il fondatore e il numero due dell'egiziano Yousuf Qaradawi nell'internazionale dei Fratelli Musulmani, in oltre trent'anni non ha mai fatto passi indietro, fagocitando gli oppositori.
Meno efficace è stato Gannouchi nel frenare radicali e salafiti, la vera ragione del fallimento di Ennahda come partito di governo che ha portato all'esplosione della rivolta dopo l'assassinio di Belaid. «È stato compiuto da professionisti, mi sembra chiaro - dice Jourchi - anche se non sappiamo quanto siano fondate le ipotesi di collegamento ai salafiti o Al Qaida. Certo che se in Tunisia sono scesi in campo i jihadisti non sarà quello di Belaid l'ultimo assassinio politico». Ed è esattamente questa la sottile ma decisiva "linea rossa" che separa la Tunisia dal baratro.
«La lotta politico-ideologico tra gli islamisti da una parte e i laici e i nazionalisti dall'altra si è spinta troppo avanti: anche il popolo tunisino è diviso su fronti contapposti, con gravi problemi quotidiani per la sicurezza del Paese». Una soluzione politica per rimpiazzare l'attuale governo con uno più ampio, magari includendo l'opposizione, non è semplice: il nuovo esecutivo dovrebbe concludere i lavori dell'Assemblea per la nuova costituzione e fissare la data delle elezioni parlamentari, due traguardi indispensabili per dare un minimo di stabilità ma che in questo momento appaiono lontani.
La crisi istituzionale, se non verrà risolta in tempi accettabili, rischia di affondare lo stato ereditato dal vecchio regime con la rivoluzione dei gelsomini. «Perché qui è in gioco - spiega Jourchi - una partita essenziale, quella dell'unità nazionale, una questione centrale che vale per la Tunisia come per il resto del mondo arabo dove sono cadute o stanno e per cadere le dittature, dall'Egitto alla Siria». Dopo l'indipendenza dalla Francia, ottenuta senza spargimento di sangue, il padre della patria Habib Bourghiba fondò negli anni Cinquanta uno stato secolarista dove la religione veniva messa da parte, occultata. Non si celebrava neppure il Ramadan e Bourghiba, grande ammiratore di Ataturk, chiuse anche la Zitouna, la più antica università musulmana del Nordafrica: la religione venne relegata nelle moschee e gli islamici non potevano fare politica.
Il successore Ben Alì affrontò l'ascesa del movimento di Rashid Gannouchi con la repressione, lasciando di fatto ai margini gran parte del Paese. L'unità nazionale era imposta da uno stato poliziesco e quando è crollato il regime le divisioni nascoste dall'autocrazia e dalla retorica del raìs sono affiorate per diventare adesso eclatanti. Lo stesso movimento islamico è diviso, non solo tra Ennahda e i salafiti, i più radicali e violenti, ma anche al suo interno, come dimostra la sconfessione del primo ministro Jebali. «Una parte - dice Jourchi - vuole affermare l'egemonia di Ennahda come partito di maggioranza al potere, un'altra si rende conto dell'impasse ed è disponibile a condividere il potere andando oltre l'attuale coalizione di tre partiti».
Una divisione che conferma anche Feysal Nasser, portavoce del partito: «In Ennahda ci sono sempre state posizioni diverse. Non c'è da stupirsi, fa parte delle dinamiche nel confronto tra idee. Nonostante la propaganda dell'opposizione, ci vantiamo di essere un partito democratico: dovreste leggere almeno uno dei 15 libri scritti da Gannouchi sull'argomento, ma ci criticano senza averlo mai fatto». Anche se, aggiungiamo noi, lo sceicco Rashid Gannouchi, il fondatore e il numero due dell'egiziano Yousuf Qaradawi nell'internazionale dei Fratelli Musulmani, in oltre trent'anni non ha mai fatto passi indietro, fagocitando gli oppositori.
Meno efficace è stato Gannouchi nel frenare radicali e salafiti, la vera ragione del fallimento di Ennahda come partito di governo che ha portato all'esplosione della rivolta dopo l'assassinio di Belaid. «È stato compiuto da professionisti, mi sembra chiaro - dice Jourchi - anche se non sappiamo quanto siano fondate le ipotesi di collegamento ai salafiti o Al Qaida. Certo che se in Tunisia sono scesi in campo i jihadisti non sarà quello di Belaid l'ultimo assassinio politico». Ed è esattamente questa la sottile ma decisiva "linea rossa" che separa la Tunisia dal baratro.
venerdì 8 febbraio 2013
Tunisia, più di un milione ai funerali di Belaid. Scontri, sciopero generale, paese paralizzato
Disordini nella capitale, a Sfax, a Soussa, a Gafsa, mentre migliaia di persone hanno partecipato alle esequie del leader dell'opposizione laica assassinato. Crisi di governo aperta: Ennahda ricusa il premier che aveva aperto a un governo tecnico. Al Arabiya: aggredito un altro esponente dell'opposizione.
TUNISI - Nel cimitero di Djellaz, per il funerale del leader dell'opposizione Chokri Belaid, ucciso mercoldì in un agguato nei pressi della propria abitazione, ci sarebbe oltre un milione di persone. La stima, secondo Nessma Tv, è del ministero dell'Interno tunisino. Stando ad una comunicazione ufficiale del ministero, le persone presenti a Djellaz potrebbero essere un milione e 400 mila. In serata, Al Arabiya dà notizia di una nuova aggressione ai danni di un esponente dell'opposizione, Ahmed Nejib Chebbi, il fondatore del Partito Democratico Progressista.
Il rito funebre di Belaid è l'evento che segna un venerdì di tensione e di disordini in Tunisia, dove il principale sindacato del paese, l'Union tunisienne generale du travail (Ugtt), ha proclamato uno sciopero generale in segno di protesta per la morte del leader dell'opposizione Chokri Belaid, ucciso mercoldì in un agguato nei pressi della propria abitazione. E dove tutti i voli da e per la Tunisia per la giornata di oggi sono stati annullati.
I funerali di Belaid. Con una decisione di enorme valore simbolico, perché sancisce il rango di "martire" del Paese dell'esponente politico assassinato, la salma di Chokri Belaid è
stata portata dalla casa dei genitori, a Djebel Jelloud, al cimitero di Djellaz, a bordo di un camion scoperto dell'Esercito, sul cui pianale hanno preso posto uomini della polizia militare. Nel tragitto il camion è stato seguito da una vettura sulla quale c'erano la moglie dell'esponente ucciso, Bassma, e i figli. Dietro la macchina con i familiari, una lunga coda di vetture.
Tutto il tragitto percorso dal corteo è stato controllato da due elicotteri dell'esercito, che sono rimasti in volo anche dopo l'arrivo del feretro nel cimitero dove, ad attenderlo, c'erano già migliaia di persone, che battevano le mani e scandivano slogan per ricordare il leader scomparso e contro il partito di governo Ennahda. Una massa umana cresciuta a dismisura di minuto in minuto. Solo uomini, nel rispetto delle prescrizioni del Corano. Tanto che al rito funebre non ha potuto assistere neanche la moglie Bassma. Le donne potranno rendere omaggio alla tomba a partire da domani.
Gli scontri. Come si temeva, a margine delle esequie e della tradizionale preghiera islamica del venerdì, si sono verificati incidenti. All'esterno del cimitero si segnalano lanci di lacrimogeni e tafferugli. Secondo la tv privata Nessma, approfittando della presenza di migliaia di persone e di centinaia di vetture parcheggiate davanti al cimitero di Djellaz, bande di giovinastri mascherati si sono lasciate andare ad atti di vandalismo e furti dalle automobili. La polizia è intervenuta in modo massiccio e ha disperso i vandali operando anche dei fermi.
Il centro di Tunisi è blindato con i mezzi dell'esercito e polizia in assetto antisommossa schierati sull'Avenue Bourguiba, già teatro di scontri nei giorni scorsi e dove le forze dell'ordine sono intervenute anche oggi con manganelli e lacrimogeni contro giovani manifestanti che gridavano "vattene, vattene". Tra i manifestanti che partecipano alle manifestazioni in ricordo di Belaid, risuonano anche slogan dedicati al generale Rachid Ammar, capo delle Forze armate tunisine, chiedendogli di intervenire. Ammar è famosissimo in Tunisia per essersi opposto alla richiesta di Ben Ali di schierare l'esercito contro chi chiedeva la caduta della dittatura.
Sostenitori di Ennahda stanno confluendo verso la sede del partito, nel quartiere di Montplaisir, temendo che possa essere attaccata dai dimostranti scesi in piazza dopo l'uccisione di Chokri Belaid. L'iniziativa, che secondo il sito Tunisie Numerique, pare essera stata presa d'intesa con i vertici del partito, è conseguenza delle notizie che vengono da altri punti della città (tra cui la non distante avenue Bourghiba) e che riferiscono di assembramenti di gente contraria ad Ennahda.
Disordini a Gafsa, dove la polizia ha usato i lacrimogeni per disperdere i manifestanti armati di pietre e bottiglie molotov.
A Sfax, migliaia di persone stanno attraversando le vie principali della città per un funerale simbolico di Chokri Belaid. Gridando slogan contro il governo ed Ennahda, la folla segue una bara vuota, sulla quale sono state poste la bandiera tunisina e una foto dell'uomo politico ucciso. Massiccia la presenza delle forze di sicurezza per il timore di incidenti, perché i sostenitori di Ennahda hanno organizzata una contro-manifestazione. I due cortei si lambiranno, probabilmente vicino alla grande moschea di Lakhmi, da tempo controllata dagli islamici più radicali.
Violenti scontri sono scoppiati a Sousse, dove forze di sicurezza e manifestanti si stanno affrontando duramente nelle strade del centro cittadino. La polizia sta facendo uso massiccio di gas lacrimogeno e, riferisce il sito Tunisie Numerique, diverse persone sono state portate in ospedale perché intossicate dal fumo delle granate.
Il palazzo del governatore di Jendouba è stato preso d'assalto da centinaia di persone, anche se gli organizzatori della manifestazione, che doveva essere pacifica, hanno tentato in tutti i modi di impedire che la folla facesse irruzione. In punti diversi della città sono segnalati scontri tra manifestanti e polizia, con sassaiole e lancio di lacrimogeni. Tra le centinaia di persone che hanno manifestato per ricordare Chokri Belaid si sono infiltrate decine di giovani, che approfittando dalla confusione, hanno attaccato dei negozi tentando di saccheggiarli. Testimoni citati dalle radio locali sostengono che i giovani, dopo essere stati respinti dalla polizia, si stanno organizzando con l'obiettivo di bloccare le strade della città. Alcuni di loro stanno ammassando pneumatici nelle principali strade d'accesso a Jendouba per incendiarli. Alcune persone, che hanno avuto dei malori per il fitto fumo dei lacrimogeni, hanno raggiunto l'ospedale per le prime cure.
Sul fronte istituzionale, la crisi resta aperta: ieri il partito islamista Ennahda ha sconfessato il primo ministro Hamadi Jebali, che ha forzato la mano annunciando lo scioglimento dell'esecutivo per aprire la strada ad un governo tecnico. L'iniziativa, prontamente respinta dalla presidenza, ha provocato una spaccatura interna tra le fila del movimento islamico, seguita dalle accuse mosse dalla famiglia dei Belaid nei confronti del suo leader storico, Rached Ghannouchi, reo di essere "il mandante dell'esecuzione".
Il giorno dopo, nelle ore successive ai funerali di Belaid, Jebali ha ribadito le sue posizioni, dicendosi deciso a formare un governo di tecnici, nonostante la contestazione di Ennhada. "Resto sulla mia decisione di formare un governo di tecnici e non avrò bisogno dell'avallo dell'assemblea costituente", ha affermato Jebali, citato dall'agenzia ufficiale Tap.
Nella notte, ai disordini è giunta la ferma condanna del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, secondo cui, pur essendoci stati progressi importanti nella transizione del paese "resta ancora molto da fare per quanto riguarda il processo costituzionale e per soddisfare le esigenze economiche e sociali della popolazione". A Ban si unisce l'appello congiunto dell'alto rappresentante per la politica estera Ue, Catherine Ashton, e del commissario europeo alla politica di vicinato, Stefan Fule, a fermare le violenze: "In Tunisia occorre fare tutto il possibile per mettere fine agli atti di violenza politica commessi dagli estremisti, che minacciano il processo di transizione democratica".
(08 febbraio 2013)
venerdì 7 dicembre 2012
La Costituzione che divide l'Egitto
La Primavera araba torna rovente. Gli eventi del Cairo influenzeranno la Tunisia, prigioniera di un inquietante risveglio. La Rivoluzione contesa tra laici e Fratelli musulmani. E l'incognita resta l'esercito
di BERNARDO VALLI
Nelle rivoluzioni il compromesso, soluzione principe della politica, tarda ad arrivare. È quel che accade in queste ore in Egitto dove due forze si contendono in aperta tenzone, a muso duro, la "primavera" cominciata nel gennaio dell'anno scorso in piazza Tahrir, nel cuore del Cairo. Entrambe rivendicano di fatto, separatamente, il diritto di esercitare il potere, poiché ciascuna si considera appunto l'unica autentica rappresentante della rivoluzione da cui quel potere deriva.
Da un lato i laici, i liberali, i cristiani, raccolti in un Fronte nazionale di salvezza dai confini incerti, accusano il presidente Mohammed Morsi, espressione di un vago, ampio fronte islamico, di essere un usurpatore; dall'altro i Fratelli musulmani difendono la legittimità di Morsi e delle prerogative che si attribuisce, in quanto capo dello Stato eletto al suffragio universale.
L'esercito avrebbe gli strumenti per decidere la sorte della rivoluzione contesa. Ma a parte l'inevitabile impegno di alcune unità d'élite, incaricate della protezione del capo dello Stato, rafforzate per l'occasione da qualche carro armato parcheggiato davanti alla presidenza, nel quartiere di Heliopolis, al fine di tenere a distanza i manifestanti, a parte queste essenziali precauzioni, i militari sono rimasti fuori dalla mischia. Si sono ben guardati dall'intervenire in appoggio di una delle parti a confronto.
In agosto i generali più giovani hanno esautorato i loro colleghi anziani, compromessi col vecchio regime, hanno concluso un'alleanza con i Fratelli musulmani, e quindi hanno appoggiato Mohammed Morsi appena eletto alla presidenza della Repubblica. In cambio hanno conservato, e conserveranno, i privilegi riservati da più di sessant'anni alla società militare. Ma non hanno venduto del tutto la loro anima. Un'anima tutt'altro che omogenea, poiché nel corpo ufficiali prevale un tradizionale spirito laico, risalente ai primi anni Cinquanta, quando fu proclamata la repubblica; mentre la truppa, in cui sono in maggioranza i coscritti provenienti dalle diseredate periferie urbane, e dalle province ancora rurali, è sotto una forte, altrettanto tradizionale influenza religiosa. Quindi i soldati sono tendenzialmente per i Fratelli Musulmani, o per i salafiti, più estremisti. Insomma l'esercito, per ora, resta un enigma.
E' invece evidente che la "primavera araba" data per morta, sommersa dall'ondata islamica, è ancora rovente, e non solo nella sua versione egiziana. La Tunisia, che ha conosciuto la prima rivolta contro i raìs, e che poi è rimasta prigioniera di un prepotente, inquietante risveglio islamico, sarà influenzata, come altre società arabe, dagli avvenimenti del Cairo, principale capitale mediorientale. Dove i laici, i liberali, i progressisti, all'origine della insurrezione di piazza Tahrir, dopo essere stati emarginati dalla tardiva ma incontenibile irruzione sulle sponde del Nilo dei Fratelli musulmani, sono adesso riemersi in forza per far valere le loro esigenze democratiche. E contrastare la svolta autoritaria di Mohammed Morsi. Il quale, in attesa di una Costituzione, si è aggiudicato poteri definiti dai laici "uguali o superiori a quelli che aveva Mubarak", il raìs destituito. Adesso i promotori della "primavera araba" vorrebbero ridarle i colori iniziali. Il loro programma è vasto e di difficile applicazione. E' tuttavia la prova che la rivoluzione continua. La posta in gioco è la futura Costituzione. Vale a dire la natura politica dell'Egitto di domani. I due fronti, il laico e l'islamico, non usano le stesse armi. I primi, i laici, all'inizio chiedevano libere elezioni, ma si sono accorti molto presto che essendo frantumati in numerosi movimenti sarebbero stati facilmente sopraffatti nelle urne dai Fratelli musulmani, dotati di un partito ben organizzato (Libertà e giustizia), e di una rete sociale che abbraccia l'intero Egitto.
Sono stati dunque gli islamici, non per vocazione democratica ma per motivi tattici, ad adottare le elezioni come armi politiche. Ed infatti hanno vinto tutte le consultazioni, quelle parlamentari annullate, come quelle presidenziali che hanno portato Mohammed Morsi alla massima carica dello Stato.
Morsi è tuttavia un presidente senza Costituzione, poiché quella del vecchio regime è stata annullata, e quella nuova dovrebbe essere sottoposta il 15 dicembre a un referendum. Al quale il fronte laico si oppone; e sul quale i giudici, indignati dai poteri giudiziari che il presidente si è attribuito, non vogliono soprintendere come la legge esigerebbe. Non è dunque sicuro che lo si possa tenere.
Il testo costituzionale preparato dai Fratelli musulmani, nel caso si dovesse votare tra una settimana, non correrebbe comunque troppi rischi, perché sul terreno elettorale i Fratelli musulmani sono imbattibili. I numeri sono per loro. Per questo i laici, i progressisti, i cristiani si oppongono a un voto che renderebbe legittima la svolta islamica del paese attraverso la nuova Costituzione.
Secondo Human Rights Watch il progetto di magna charta presentato da Morsi è difettoso e contraddittorio, ma non catastrofico. È ambiguo. Si presta a varie letture. La nuova Costituzione non disegna uno Stato teocratico, ma lascia aperte molte porte a un'evoluzione conservatrice rigorosa. Le libertà individuali sono garantite, ma al tempo stesso si affida a un'autorità religiosa, l'università islamica di Al Azhar, le decisione di interpretare, senza appello, i principi della sharia (le leggi coraniche) da applicare. Viene così esclusa curiosamente da questo compito qualsiasi altra autorità, giuridica o legislativa. E abbandonata alle variabili tendenze teologiche, agli umori religiosi, la facoltà di regolare le libertà dei cittadini. Per il capitolo essenziale delle donne è stata abbandonata una prima versione salafita, che puntava sulla lettura più intransigente del Corano. Ed è stata adottata la generica formula che riconosce "l'uguaglianza tra tutti gli egiziani". Anche se poi si esplicita che la donna "deve trovare un equilibrio tra i suoi doveri familiari e professionali". La libertà di culto è assicurata alle tre religioni monoteistiche, ma non è estesa a tutte le religioni.
Mohammed Morsi non può agire come i vecchi raìs. Lui è condizionato dai salafiti, ala radicale dell'islamismo e concorrenti dei Fratelli musulmani. Non può disporre liberamente, almeno per ora, dell'esercito che vuole tenersi fuori dalla mischia. Non può usare con spregiudicatezza la polizia e annessi per reprimere le manifestazioni perché è sotto sorveglianza del Fondo Monetario internazionale dal quale aspetta quattro miliardi e mezzo di dollari, che dovrebbero impedire il fallimento economico del paese. E deve tener conto dello sguardo, sia pur non troppo severo degli americani, che danno un miliardo e mezzo all'anno alle forze armate.
Il 22 novembre Mohammed Morsi ha tuttavia compiuto quel che può essere considerato un colpo di Stato. Ha proibito qualsiasi tipo di ricorso contro le sue decisioni e contro la Costituente, assumendosi così tutti i poteri. Compreso quello di scrivere una Costituzione su misura. Si è messo al di sopra delle leggi e ha eliminato via via tutti gli ostacoli alla conquista del potere da parte dei Fratelli musulmani. L'operazione ha colpito anche numerosi uomini del vecchio regime, in particolare nell'amministrazione della giustizia, spingendo verso l'opposizione funzionari epurati perché un tempo al servizio del deposto raìs. Questo non favorisce l'immagine del movimento laico e liberale.
(07 dicembre 2012)
venerdì 16 novembre 2012
Netanyahu: «Israele non intende tollerare attacchi di razzi su un quinto della sua popolazione»
“Nelle settimane e nei giorni scorsi Hamas e le altre organizzazioni terroristiche della striscia di Gaza avevano reso impossibile la vita di più di un milione di cittadini israeliani nel sud del paese. Nessun governo tollererebbe una situazione che vede un quinto della propria popolazione vivere sotto un incessante fuoco di fila di razzi e missili. E Israele non intende tollerarla”.
Inizia con queste parole una dichiarazione che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rilasciato giovedì pomeriggio alla stampa estera. “Questo è il motivo per cui il mio governo – ha proseguito Netanyahu – ha dato istruzione alle Forze di Difesa israeliane di condurre raid chirurgici mirati contro le strutture terroristiche a Gaza. Per lo stesso motivo Israele continuerà a intraprendere tutte le iniziative necessarie per difendere la propria popolazione. Voglio ricordare che sette anni fa Israele si è ritirato da Gaza fino all'ultimo centimetro quadrato. Poi Hamas ha preso il controllo delle aree sgomberate. E che cosa ha fatto? Anziché costruire un futuro migliore per gli abitanti di Gaza, i capi di Hamas, sostenuti dall'Iran, hanno trasformato Gaza in una roccaforte del terrorismo. Hanno sparato migliaia di razzi sulle nostre città e cittadine, sui nostri civili, sui nostri bambini. Hanno introdotto clandestinamente a Gaza migliaia di razzi e missili, li hanno piazzati deliberatamente nelle aree civili: nelle case, nelle scuole, a ridosso degli ospedali. Solo dall'inizio di quest’anno hanno sparato più di mille razzi e missili contro Israele, compresi i duecento lanciati in queste ultime ventiquattro ore. Sottolineo tutto questo perché è importante capire un punto molto semplice: non c’è alcuna simmetria morale, non c’è alcuna equivalenza morale fra Israele e le organizzazioni terroristiche della striscia di Gaza. I terroristi commettono un doppio crimine di guerra: sparano sui civili israeliani e si nascondo dietro ai civili palestinesi. Israele, al contrario, adotta ogni misura possibile per cercare di evitare vittime civili. Ho visto oggi la foto di un bambino sanguinante. È un’immagine che dice tutto: Hamas prende deliberatamente di mira i nostri bambini e piazza deliberatamente i suoi razzi in mezzo ai loro bambini. Nonostante questa realtà di fatto, ed è una realtà di fatto estremamente difficile, Israele continuerà a fare tutto quanto in suo potere per evitare vittime civili".
"Devo dire – ha concluso il primo ministro israeliano – che dai miei colloqui coi leader del mondo traggo la convinzione che capiscono bene questo stato di cose. Ieri ho parlato col presidente Obama e l’ho informato sulle operazioni di Israele. Voglio esprimere ancora una volta apprezzamento al presidente Obama per il suo inequivocabile sostegno al diritto di Israele di difendersi. Così come voglio esprimere apprezzamento agli altri leader con cui ho avuto occasione di parlare nelle ultime ventiquattro ore: il presidente francese Hollande, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, il ministro degli esteri dell’Unione Europea Catherine Ashton, il rappresentante del Quartetto Tony Blair. Desidero ringraziarli per la loro comprensione della necessità e del diritto che ha Israele di difendersi. Nelle ultime ventiquattro ore Israele ha messo in chiaro che non intende tollerare attacchi di razzi e missili sui suoi civili. Mi auguro che Hamas e le altre organizzazioni terroristiche di Gaza abbiano recepito il messaggio. In caso contrario, Israele è pronto a prendere ogni iniziativa necessaria per difendere la propria popolazione”.
(Da: MFA, 15.11.12)
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