di Lucio Caracciolo
La Libia non esiste più. E forse non esisterà mai più. Sono bastate poche settimane di guerra per dividerne il territorio in due parti: la Tripolitania, in mano a Gheddafi, e la Cirenaica, in buona parte ancora controllata dai ribelli. Questo confine non è accidentale.
Le due macroregioni libiche hanno storia, cultura e basi economiche alquanto diverse. Fummo noi italiani, infatti, a riunirle negli anni Trenta, dopo aver sottratto Tripolitania e Cirenaica al pur teorico controllo di Costantinopoli. Oggi sembra che la creatura reinventata dal fascismo sia destinata a separarsi lungo quelle linee che sotto il Duce volemmo riunire.
Se non interverranno fattori esterni, Tripoli non potrà più governare Bengasi né Bengasi Tripoli. Non si tratta solo del regime di Gheddafi contro i ribelli. Indipendentemente da chi potrà un giorno subentrare al Colonnello e dal tipo di potere che si consoliderà in Cirenaica, le differenze strutturali tra i due pezzi di Libia paiono inconciliabili. Oggi la guerra è un avanti e indietro lungo la via litoranea che collega Tripoli a Bengasi. La posta in gioco prioritaria è il controllo dei terminali petroliferi da cui dipende l'esportazione della principale ricchezza di quei territori.
Sotto questo profilo, Gheddafi è in nettissimo vantaggio. Suoi sono infatti oltre nove decimi delle risorse energetiche del paese. Suoi anche tutti i terminali di export, meno Tobruk. Ciò vuol dire che nel medio periodo, il governo di Tripoli potrà fruire di risorse economiche inattingibili per i ribelli.
Dopo avere scatenato l'intervento “umanitario” che avrebbe dovuto proteggere le popolazioni locali dalla repressione del Colonnello e possibilmente provocarne la caduta, i paesi Nato sono in panne. Il segretario generale di quel che resta dell'Alleanza Atlantica, il danese Rasmussen, ammette che “non c'è una soluzione militare, ma solo politica”. Ma quale potrebbe essere questa soluzione dal momento che abbiamo posto come precondizione a qualsiasi accordo la resa di Gheddafi e il suo trasferimento presso la Corte penale internazionale? Al momento, non se ne vede l'ombra.
La delegazione dell'Unione Africana, presieduta dal leader sudafricano Jacob Zuma, ha ottenuto da Gheddafi l'approvazione del suo piano di cessate il fuoco accompagnato da alcune riforme. Ma il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi si rifiuta di scendere a patti con il Colonnello. In questo facendosi forte dell'appoggio dei principali paesi occidentali. Bisognerà vedere fino a che punto questi paesi continueranno a sostenere la rivolta. Perché presto potrebbero sentirsi costretti a scegliere fra due alternative assai poco appetibili: la pace con Gheddafi, più o meno riabilitato, o l'intervento militare diretto sul terreno per sconfiggere il Colonnello.
Per quest'ultima ipotesi scarseggiano sia la volontà politica che le risorse militari ed economiche. La prima ipotesi equivale invece a perdere la faccia. È molto probabile che ci inventeremo qualche terza via, tanto per guadagnare tempo. Dopodiché ci ritroveremo al bivio fra le due stesse “alternative del diavolo” che avremo voluto schivare. Sempre che nel frattempo Gheddafi non sia riuscito a sconfiggere militarmente i ribelli.
http://temi.repubblica.it/limes/la-libia-non-esiste-piu/22647
La minaccia del terrorismo internazionale connota l'attuale fase di trasformazione del sistema politico internazionale. Una ricostruzione delle vicende storico-politiche che hanno scosso l'intero pianeta. Da una parte lo Stato d'Israele e dall'altra la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese, dietro l'affermarsi del terrorismo.
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domenica 17 aprile 2011
mercoledì 23 febbraio 2011
Il Colonnello e lo spettro del golpe
PROSPETTA QUESTO SCENARIO il centro studi americano Stratfor
Gheddafi e la Libia: come è avvenuto a Tunisi e al Cairo, anche a Tripoli si potrebbero verificare cambi di alleanza.
WASHINGTON – Un gruppo di ufficiali potrebbe rovesciare Muammar Gheddafi? Gli esperti di questioni libiche dubitano che le forze armate ne abbiano la capacità ma il centro studi americano Stratfor, con buoni agganci nel mondo dell’intelligence, ha prospettato questo scenario. Il primo passo sarebbe l’imposizione da parte dell’Onu della no-fly zone sui cieli della Libia. Misura che impedirebbe a Gheddafi di usare i caccia e, soprattutto, gli elicotteri. A questo punto i golpisti uscirebbero allo scoperto, costituendo un comitato simile a quello che portò alla deposizione del re e alla salita al potere di Gheddafi nel lontano 1969. Quella di Stratfor è una teoria in un quadro piuttosto confuso, dove le informazioni sicure sono poche. Come è avvenuto a Tunisi e al Cairo, anche a Tripoli si potrebbero verificare cambi di alleanza.
L’EST – Nelle regioni orientali, al confine con l’Egitto, ci sono i ribelli: giovani, attivisti, professionisti e veterani della politica (monarchici compresi). Controllano importanti sezioni degli impianti petroliferi e del gas. Al loro fianco reparti dell’esercito ammutinatisi dopo i primi giorni di violenza. A Derna e Al Bayda è marcata la presenza degli islamisti, sia moderati che radicali.
L’OVEST – Nelle regioni occidentali Gheddafi ha un controllo parziale. Gli scontri in alcuni quartieri di Tripoli dimostrano che anche la capitale è a rischio. La residenza di Bab El Azizia, da dove il Colonnello lancia i suoi proclami, rappresenta l’ultima trincea. Un secondo avamposto è invece nel Fezzan, dove si troverebbe Khamis, il figlio del raìs, comandante dell’omonima Brigata.
LE TRIBÙ – La maggioranza delle tribù sembra aver preso le distanze dal dittatore. Tra le “famiglie” dissidenti vi sono anche quelle che hanno offerto in questi anni gli uomini per le forze di sicurezza (come la Magariha). Gheddafi conta sul suo clan e spera di potersi comprare la fedeltà degli altri o comunque di dividerli.
L’ESERCITO – Sempre relegato in secondo piano, mai efficiente, diviso, ha dovuto cedere il passo alle molte polizie segrete. Negli ultimi giorni si è sostenuto che almeno dieci membri del consiglio militare avrebbero preso posizione contro il raìs. Un’insubordinazione accompagnata dal rifiuto di diverse unità (aeree, navali, terrestri) di partecipare al massacro. Clamoroso il caso del ministro dell’Interno Younes Al Obeidi: il dittatore lo ha dato per ammazzato a Bengasi, invece è vivo e si è dimesso invitando i militari a far fronte comune con i manifestanti. E’ in questa fronda crescente che – secondo alcuni – potrebbe nascere la spinta per un golpe.
I PRETORIANI – Gheddafi, nel suo discorso, ha usato termini da ultima battaglia. Per sostenerla può contare sugli apparati di sicurezza – ma non è chiaro quanti uomini gli siano rimasti fedeli – e sui mercenari fatti arrivare dai paesi arabi e africani (impossibile stimarne il numero). Come i figli di Saddam, anche quelli di Muammar hanno un compito nella difesa del regime. Khamis comanda la sua Brigata, così come il fratello rivale Muatassim che ha voluto costituire la sua milizia. C’è poi l’unità Al Saika e gli agenti del Mukhabarat. Un ruolo importante potrebbe avere Abdullah Al Senussi, l’uomo che da tempo gestisce i servizi. Le ultime notizie sostengono che sia stato lui a salvare Khamis circondato dai ribelli nell’aeroporto di Al Bayda.
Guido Olimpio
23 febbraio 2011
http://www.corriere.it/esteri/11_febbraio_23/libia-varie-posizioni-olimpio_cdd9ab38-3f17-11e0-ad3f-823f69a8e285.shtml
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