sabato 29 ottobre 2011

Ma la storia di Ariel è solo da rivalutare






di Fiamma Nirenstein

Il migliore augurio che si può fare alla nuova biografia di Ariel Sharon, ad opera di uno dei suoi figli, Gilad, è che essa ristabilisca almeno una parte della verità su Sharon. Perch´ questo significherebbe ristabilire la verità su Israele, la cui intera storia di difesa e di utopia Arik incarnava perfettamente, significherebbe togliergli quella cappa di delegittimazione che si è accanita in maniera parossistica sulla sua figura come sul suo Paese.
È impossibile dimenticare la famosa vignetta che nel 2003 vinse la gara di Londra mostrando, à la Goya, uno Sharon che nudo divora, inzaccherandosi di sangue, teste di bambini palestinesi. Non fu mai perdonato a Sharon il semplice principio che la difesa di Israele fosse un indiscutibile dovere. Non gli fu mai perdonato anche di non essere di sinistra quanto è richiesto dal gusto corrente. Il libro di Gilad può aprire qualche nuova conoscenza: per esempio non sembra peregrina l'idea che Sharon abbia favorito una fronda di Abu Mazen contro Arafat, o almeno abbia sentito con favore dell'incontro di Abu Mazen con Shimon Peres. N´ sembra fuori luogo l'idea che abbia cercato di evitare la commissione su Sabra e Chatila, presago del fatto che la strage sarebbe diventata il parametro di un giudizio sballato contro di lui. Sharon non aveva istinti aggressivi contro i palestinesi, e si impegnò per «due stati per due popoli» con la road map del 2003. Era un grande amico di Rabin, come Rabin era un eroe civile ma anche militare, come lui non avrebbe mai accettato di dividere Gerusalemme, ma disse alla cronista in un'intervista nel novembre 2003: «Io solo posso fare la pace, e la farò». La sua ispirazione nasce da bambino in un villaggio comunitario Kfar Malal, dove giunsero da Brest Litovsk i suoi genitori negli anni '20, nella fame e nel lavoro disperato, ma nella più felice fedeltà all'ideale. Dalla guerra del '48 in avanti, quando ha fondato l'unità 101, il primo corpo speciale, lungo tutte le guerre che combatteva in prima linea, quando ha guidato nel Sinai il battaglione che nel '73 ha salvato Israele creando, ferito alla testa, un passaggio sulla riva occidentale del Canale di Suez, Sharon è stato un comandante umanista e amato dai suoi uomini. Ha reinventato la lotta contro il terrorismo quando Israele boccheggiava negli anni dell'Intifada. Ha fatto lo sgombero di Gaza e fondato Kadima. La cronista ha testimoniato in quegli anni lo strazio di un uomo attaccato dalla parte del Paese che gli era più cara, i disperati coloni di Gaza strappati dalle loro case, ma che non ha esitato a agire per quello che credeva il bene di Israele. Nel libro si parla della sua personale antipatia verso Netanyahu. È del tutto realistico che Arik abbia detto parole dure a Bibi che si opponeva al suo disegno per Gaza. Ma forse lo scontro non ha più senso oggi. Dicono di Arik anche che se sapesse che da Gaza da lui sgomberata sono piovuti solo missili e terrore, agirebbe subito per fermare lo scempio.

http://www.ilgiornale.it/esteri/ma_storia_ariel_e_solo_rivalutare/28-10-2011/articolo-id=553924-page=0-comments=1

martedì 18 ottobre 2011

Discorso del Primo Ministro Binyamin Netanyahu dopo la liberazione di Gilad Shalit

Cittadini di Israele, in questo giorno siamo tutti uniti nella gioia e nel dolore.


Due anni e mezzo fa ho assunto di nuovo l’incarico di Primo Ministro. Uno dei compiti principali e più difficili da svolgere che ho trovato sulla mia scrivania, e che ho riposto anche nel mio cuore, è stato quello di portare il nostro soldato rapito, Gilad Shalit, sano e salvo a casa. Oggi la missione è compiuta.


Ciò ha implicato una decisione difficile, molto difficile. Davanti a me si poneva la necessità di far tornare a casa chi viene inviato dallo Stato di Israele verso il campo di battaglia. Da soldato e comandante delle Forze di Difesa israeliane sono stato spesso inviato in missioni pericolose. Ma ho sempre saputo che, qualora io o i miei compagni fossimo stati fatti prigionieri, il governo israeliano avrebbe fatto del suo meglio per riportarci a casa; e questo è ciò che ho fatto adesso in qualità di Primo Ministro di Israele. Da leader che invia ogni giorno dei soldati a proteggere i cittadini di Israele, io credo che la “responsabilità reciproca” non sia solo uno slogan, ma che è una delle pietre angolari della nostra esistenza qui.


Ma mi si poneva di fronte anche un’altra necessità, quella di ridurre al minimo il pericolo per la sicurezza di Israele. E per questo sono stati posti due requisiti chiari. Il primo: la leadership di Hamas, che comprende dei pluriomicidi, rimarrà in carcere. Il secondo: la stragrande maggioranza dei detenuti rilasciati sarà espulsa o rimarrà al di fuori dei territori di Giudea e Samaria, in modo da impedire loro di essere in grado colpire i nostri cittadini.


Per anni Hamas ha fermamente contestato questi requisiti. Ma pochi mesi fa abbiamo ricevuto indicazioni chiare sulla disponibilità a ritirare le sue obiezioni. Per giorni e notti al Cairo è stato condotto un pervicace negoziato con la mediazione del governo egiziano. Siamo rimasti saldi sui nostri principi e, dal momento in cui è stata accolta la maggior parte dei nostri requisiti, ho dovuto prendere una decisione.


So bene che il dolore delle famiglie delle vittime del terrorismo è insopportabile. È molto difficile vedere i criminali che hanno ucciso le persone più care a queste famiglie, mentre vengono rilasciati prima di aver scontato a pieno la loro pena. Ma sapevo anche che con le circostanze politiche attuali questo era il miglior accordo che potessimo conseguire, e non vi era alcuna garanzia che le condizioni che hanno consentito il suo conseguimento vi sarebbero state anche in futuro. Allora probabilmente per Gilad non ci sarebbe stato più nulla da fare e, purtroppo, questa è un’eventualità che si è già verificata in passato.


Ho pensato a Gilad e ai cinque anni in cui ha languito in isolamento nelle celle di Hamas. Non volevo che il suo destino fosse come quello di Ron Arad. Ron è stato catturato esattamente 25 anni fa, e non è più ritornato. Mi sono ricordato della nobile Batya Arad, e della sua preoccupazione per il figlio, fino al momento in cui è mancata. Sapevo di portare una gravosa responsabilità. Conoscevo tutte le implicazioni della decisione. In momenti come questi un leader si ritrova da solo e deve prendere una decisione. Ho riflettuto e ho deciso. I Ministri del mio governo hanno sostenuto la decisione a larga maggioranza.


E oggi, in questo momento, Gilad torna a casa, dalla sua famiglia, dal suo popolo e al suo paese. Questo è il momento più emozionante. Pochi istanti fa l’ho abbracciato dopo la sua discesa dall'elicottero e l’ho accompagnato dai suoi genitori Aviva e Noam, ai quali ho detto: ho riportato vostro figlio a casa. Ma questa è anche una giornata difficile. Il prezzo pagato, seppur ridotto, è ancora pesante.


Voglio precisare: noi continueremo a combattere il terrorismo. E ogni terrorista rilasciato che dovesse tornare a compiere atti terroristici, è responsabile della propria vita. Lo Stato di Israele è differente dai suoi nemici. Qui non celebriamo il rilascio di assassini, non portando sulle spalle coloro che hanno reciso delle vite umane. Al contrario, noi crediamo nella sacralità della vita, noi santifichiamo la vita. Questa è l’antichissima tradizione del nostro popolo, il popolo ebraico.


Cittadini di Israele, negli ultimi giorni tutti noi abbiamo visto la coesione tra la gente, così come non si vedeva da tempo. E questa unità è fonte di forza per Israele, nel presente e per il futuro. Oggi tutti noi esultiamo per il ritorno di Gilad a casa, nel nostro libero paese, lo Stato di Israele. Domani celebriamo la vigilia di Simchàt Toràh. Sabato, nelle sinagoghe, assieme al brano settimanale della Genesi, leggeremo anche le parole del profeta Isaia (42,7): “Perché tu … faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. In questo giorno io posso dire, a nome di tutti noi cittadini di Israele, nello spirito degli eterni valori del popolo di Israele: “i figli sono tornati nei loro confini” (Geremia 31,17). ‘Am Israel chài! (Il popolo d’Israele vive!)

http://rome.mfa.gov.il/mfm/web/main/document.asp?DocumentID=201221&MissionID=41

mercoledì 12 ottobre 2011

Il Governo approva l'accordo per la liberazione di Gilad Shalit





12 ottobre 2011

Il Governo israeliano ha approvato l’accordo per la liberazione di Gilad Shalit a larga maggioranza (26 ministri a favore e 3 contrari).


Il Primo Ministro Netanyahu: “Riporto Gilad Shalit a casa, dai suoi genitori Noam e Aviva, da suo fratello Yoek, da sua sorella Hadas, da suo nonno Zvi, e al popolo d’Israele”.


Nel comunicato precedente alla seduta straordinaria di governo, Netanyahu aveva dichiarato: “Questa mattina ho invitato Noam Shalit nella mia residenza, e ho parlato al telefono con la madre Aviva e col nonno Zvi. Ho detto loro che sto mantenendo la promessa e sto riportando a casa il loro figlio e nipote. Sono felice di aver potuto adempiere con successo il precetto ebraico del “riscatto dei prigionieri” e, se tutto va come pianificato, nei prossimi giorni Gilad sarà di nuovo in Israele con la sua famiglia e con il suo popolo.


Israele è un popolo unico. Siamo tutti mutualmente responsabili l’uno dell’altro, e, come dissero i nostri saggi: “Colui che salva una vita, è come se salvasse il mondo intero”. Stasera io presento al Governo una prosta per salvare Gilad Shalit, e riportarlo finalmente a casa, in Israele, dopo cinque anni”.


Durante la seduta sono stati ascoltati i pareri dei vertici dei servizi di sicurezza, il direttore dello Shin Bet Yoram Cohen, il Capo di Stato Maggiore Benny Gantz, il direttore del Mossad Tamir Pardo, e l’inviato speciale del Primo Ministro per i negoziati David Meidan. I vertici dei servizi di sicurezza hanno presentato l’accordo e i suoi vari aspetti e hanno espresso il loro sostegno in merito.


Il Primo Ministro Netanyahu ha aggiunto: “Questa è una decisione difficile da prendere, ma una leadership è messa alla prova proprio in momenti come questi, per la sua capacità di prendere decisioni difficili”.


http://roma.mfa.gov.il/mfm/web/main/document.asp?DocumentID=201135&MissionID=41

martedì 4 ottobre 2011

Abu Mazen: "Nessuno potrà fermare la nascita della Palestina

«Se Obama mette il veto va contro i principi stessi dell’America»

RACHIDA DERGHAM

Presidente, come si è sentito a parlare davanti all’Assemblea Generale? Che cos’ha provato in un momento simile?


«Sentivo di essere testimone di un evento storico, di essere lì a presentare una richiesta giusta e sacrosanta: il diritto di ottenere uno Stato che sia a pieno titolo membro delle Nazioni Unite, come tutti gli altri. Mi è sembrato che se si fosse votato in quel momento avremmo avuto un appoggio unanime. Ma purtroppo ci sono persone che vogliono impedire al popolo palestinese di raggiungere questo traguardo e l’unica cosa da fare è essere pazienti».

Teme le reazioni? Pensa che quest’avventura possa avere conseguenze indesiderate?
«Non è un’avventura. Al contrario, è uno sforzo ben calcolato. Per oltre un anno abbiamo discusso la questione e l’abbiamo esaminata da ogni angolo. Ne abbiamo parlato con le altre nazioni arabe e con la Lega Araba, che sono sempre state al corrente di ogni nostro passo. Siamo stati chiari con tutti, senza trucchi. Nei nostri incontri e nelle nostre dichiarazioni, è sempre stata palese la nostra posizione».

L’eventuale veto degli Stati Uniti vi pone davanti a un bivio. State valutando delle alternative?
«Torneremo in patria e studieremo tutte le possibilità. Ogni proposta che riceveremo sarà presa attentamente in considerazione, ferme restando le condizioni che abbiamo posto. La realtà è che vogliamo tornare a negoziare. Ma senza il riconoscimento delle frontiere del 1967 e senza che gli insediamenti si fermino, non ci siederemo ad alcun tavolo. Attendiamo che la decisione del Consiglio di Sicurezza venga presa e tutti i passi formali. Ma rifiutiamo ogni gioco politico, ogni tentativo di fare ostruzionismo o temporeggiare».

Se la decisione del Consiglio di Sicurezza sarà rinviata, c’è la possibilità che per la Palestina vi sia un posto nell’Onu come «Stato osservatore»?
«Non è una soluzione che stiamo considerando in questo momento. Ripeto: rifiutiamo ogni tipo di rinvio o ostruzionismo.

Se il veto statunitense fosse confermato, la Palestina non sarà riconosciuta come Nazione e non potrà appellarsi alla Corte Penale Internazionale.
«Gli Stati Uniti, la roccaforte della democrazia, farebbero un torto al popolo palestinese negandogli la libertà e il diritto all'autodeterminazione. E dovrebbero rispondere di questa scelta».

Ma c’è chi dice: perché perdere l’appoggio di un presidente americano favorevole alla vostra causa?
«È stato il presidente degli Stati Uniti a parlare dello stop agli insediamenti, di confini del ‘67. Ora dovrebbe dare seguito alle sue parole».

Il presidente francese Sarkozy può essere l’alternativa giusta, se avanzerà delle proposte più dettagliate?
«Apprezziamo il suo impegno, ma daremo una risposta solo dopo aver consultato la leadership palestinese. Solo in quella sede verrà presa una decisione».

L'esperienza del Quartetto può dirsi conclusa? È deluso dalle sue posizioni?
«Purtroppo nell’ultimo anno il Quartetto non è riuscito a produrre alcun documento, come invece era avvenuto in passato. Quest’anno il Quartetto ha fallito, almeno fino ad oggi. È stato il Quartetto a rifiutare le proposte americane, non noi. La Russia, l’Europa e l’Onu hanno rifiutato le istanze americane e questo significa che erano inaccettabili per chiunque. Proposte che parlano di uno stato ebraico e del blocco degli insediamenti come se fossero un fatto compiuto e lasciano la gestione della sicurezza in mano israeliana. Di fatto è stato l’inviato del Quartetto, Tony Blair, a portare sul tavolo le idee che lo stesso Quartetto ha rigettato».

Sarkozy ha proposto di fissare un calendario per i negoziati.
«I negoziati sono la vera priorità, vengono prima della tempistica. Quello che conta è la sostanza. Se la sostanza è adeguata, allora siamo disposti a fissare una roadmap e una scadenza».

Hamas è stata critica con il suo discorso.
«Fin dall’inizio, Hamas ha detto che si sarebbe trattato di una mossa unilaterale. È vero, forse non li abbiamo consultati. Dicono “se tu non ci consulti, siamo contro di te”, ma è assurdo. Capisco il succo delle loro posizioni, ma ne hanno fatto una questione di orgoglio. Rifiutano ogni compromesso, anche con pretesti: sostengono che il discorso conteneva contraddizioni, quando invece tutto il mondo ha capito quello che abbiamo detto. È deprecabile».

Lei ha proposto qualcosa di simile a una nuova intifada.
«Non ho parlato di intifada, quella appartiene al passato. Oggi c’è invece una pacifica resistenza popolare a Bil’in, a Ni’lin e in altre città della Palestina vicine al Muro. È una resistenza condotta dai palestinesi, ma anche da israeliani e volontari internazionali. Queste proteste non violano alcuna legge internazionale, le appoggiamo perché si oppongono all’occupazione e solo finché saranno pacifiche. Ora, abbiamo imparato dai nostri fratelli arabi e dalla primavera araba. Le loro proteste pacifiche si sono dimostrate il metodo più efficace per ottenere i propri diritti».

Teme che Benjamin Netanyahu possa minacciare nuove misure?

«Dal punto di vista militare, anche senza minacce, Netanyahu può fare qualunque cosa: non siamo in grado di confrontarci con Israele su quel piano e non vogliamo farlo. Ma se lo vorrà, la nostra porta è aperta».

I primi a congratularsi con lei per il suo discorso sono stati il primo ministro turco Erdogan e l’Emiro del Qatar. Qual è la natura delle vostre relazioni, considerando la rivalità tra Iran e Turchia? E qual è il vostro rapporto con Iran e Siria?
«Qui a New York abbiamo incontrato la delegazione iraniana e quella siriana. Il ministro degli Esteri siriano Faisal Mekdad è venuto a congratularsi con me. Non siamo in alcun modo in cattivi rapporti. Per quanto riguarda Erdogan, la nostra relazione è eccellente, così come quella con l’Emiro del Qatar. Non abbiamo problemi con nessuno».

C’è qualcosa che teme?
«Di chi dovrei aver paura? Se Netanyahu vuole attaccarci, lo faccia. Se vuole annullare gli accordi, lo faccia. È libero di fare quello che preferisce perché è Israele la nazione occupante. Netanyahu occupa la nostra terra e può fare ciò che vuole. Ma non ci sottometteremo alla sua volontà. E ci opporremo con mezzi pacifici».
30.09.2011
http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/422696/

I palestinesi all' Onu sbagliano da uomo di pace vi spiego perché

Levy Bernard Henri

Da oltre quarant’ anni sono favorevole all’ avvento di uno Stato palestinese funzionante e alla soluzione «due popoli, due Stati». Per tutta la vita - fosse solo patrocinando il piano israelo-palestinese di Ginevra e accogliendo a Parigi, nel 2003, Yossi Beilin e Yasser Abed Rabbo, i suoi principali autori - non ho smesso di dire e ripetere che è l’ unica soluzione conforme alla morale non meno che alla causa della pace. Eppure, oggi sono ostile alla strana domanda di riconoscimento unilaterale che dovrà essere discussa nei prossimi giorni dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York, e sento il dovere di spiegare perché. La richiesta palestinese si fonda, innanzitutto, su una premessa falsa: la presunta «intransigenza» israeliana che non lascerebbe alla parte avversa altre possibilità se non di ricorrere a tale atto di forza. Non parlo dell’ opinione pubblica israeliana: un sondaggio dell’ Istituto Truman per la pace, all’ Università ebraica di Gerusalemme, ha appena ricordato che la maggioranza (il 70%) dà per scontata l’ idea di una spartizione del territorio. Parlo del governo israeliano stesso, e del cammino percorso dai tempi in cui il suo capo credeva ancora alle pericolose chimere del Grande Israele. Beninteso, oggi resta aperta la questione degli «insediamenti» in Cisgiordania. Ma il disaccordo, in questa vicenda, oppone coloro che, dietro a Mahmoud Abbas, esigono che essi siano congelati prima di tornare al tavolo dei negoziati e coloro che, con Netanyahu, rifiutano che si ponga come condizione ciò che dovrà essere uno degli oggetti di negoziato: esso non concerne né la questione stessa, né la necessità di giungere a un accordo. Ciascuno, io per primo, ha la propria opinione sull’ argomento. Ma presentare questa controversia come un rifiuto di negoziare è una contro-verità. La domanda palestinese si fonda, inoltre, su un’ idea preconcetta che è quella di un Mahmoud Abbas miracolosamente e integralmente convertito alla causa della pace. Lungi da me l’ idea di negare la strada che anch’ egli ha percorso dai tempi in cui esprimeva una «tesi», dai forti toni negazionisti, sulla «collusione fra sionismo e nazismo». Però ho letto il discorso che ha tenuto all’ Onu, a New York. E se pur vi trovo accenti di vera sincerità, se mi commuovo, come tutti, all’ evocazione del troppo lungo calvario palestinese, se intuisco perfino, fra le righe, come l’ uomo che l’ ha pronunciato potrebbe in effetti divenire, appena lo volesse e venisse incoraggiato, un Sadat palestinese, un Gorbaciov, non posso impedirmi di udire anche segnali più inquietanti. L’ omaggio insistente ad Arafat, per esempio. L’ evocazione, nella stessa sede Onu e nella stessa occasione, del «ramo d’ ulivo» brandito da chi, una volta almeno, a Camp David, nel 2000, rifiutò la pace concreta, a portata di mano, che gli era offerta. Poi, l’ assordante silenzio sull’ accordo che lui, Abbas, ha concluso cinque mesi fa con un Hamas la cui sola Carta basterebbe, ahimè, a chiudergli le porte dell’ Onu, che in linea di principio accetta solo «Stati pacifici» e contrari al terrorismo. È con questo uomo, certo, che Israele deve fare la pace. Ma non qui. Non così. Non con un colpo di teatro, con i silenzi, con le mezze verità. E poi la domanda palestinese suppone - peggio, esige - che sia spezzato, a colpi di magiche firme, il nodo più inestricabile del pianeta: il nodo di interessi antagonistici, di aporie diplomatiche, di contraddizioni geopolitiche. Parliamo davvero seriamente? Sono quarant’ anni che si discute, spesso in malafede ma non sempre, sulla questione delle frontiere giuste fra i due popoli, e sulla loro capitale. Quarant’ anni che si dibatte, fra gente che si gioca la propria vita e il proprio destino, sul modo meno peggiore di garantire la sicurezza di Israele in una regione che non gli ha mai riconosciuto, fino a oggi, la piena legittimità. Sono sessantatré anni che il mondo si chiede come considerare il torto fatto ai profughi palestinesi del 1948 senza, tuttavia, compromettere il carattere ebraico dello Stato di Israele. E si avrebbe la pretesa di sistemare tutto questo, arbitrare questi quasi insolubili dilemmi, imballare un pacco di complessità dove ogni cosa sta nei dettagli, con un gesto spettacolare, sbrigativo, basandosi su un’ infatuazione retorica e lirica? Ma andiamo! Che leggerezza! E che pessimo teatro! Che occorra aiutare i protagonisti di tale interminabile dramma ad innalzarsi al di sopra di se stessi e a portare a termine il processo che negli ultimi anni hanno solo abbozzato, è sicuro. Che la comunità internazionale debba indurli a intendersi o, come dice Amos Oz, ma è la stessa cosa, a divorziare, è evidente; del resto, è questo il senso della recente proposta francese e degli obblighi di calendario che essa impone. Ma nulla potrà evitare il doloroso e costoso faccia a faccia senza cui non c’ è mai, da nessuna parte, un vero riconoscimento reciproco; nulla e nessuno potrà far evitare ai due protagonisti quella mossa apparentemente semplice ma che sarà per entrambi il più lungo dei viaggi: il primo passo verso l’ altro, la mano tesa, il negoziato diretto. (traduzione di Daniela Maggioni) ] a oltre quarant' anni sono favorevole all' avvento di uno Stato palestinese funzionante e alla soluzione «due popoli, due Stati». Per tutta la vita - fosse solo patrocinando il piano israelo-palestinese di Ginevra e accogliendo a Parigi, nel 2003, Yossi Beilin e Yasser Abed Rabbo, i suoi principali autori - non ho smesso di dire e ripetere che è l' unica soluzione conforme alla morale non meno che alla causa della pace. Eppure, oggi sono ostile alla strana domanda di riconoscimento unilaterale che dovrà essere discussa nei prossimi giorni dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York, e sento il dovere di spiegare perché. La richiesta palestinese si fonda, innanzitutto, su una premessa falsa: la presunta «intransigenza» israeliana che non lascerebbe alla parte avversa altre possibilità se non di ricorrere a tale atto di forza. Non parlo dell' opinione pubblica israeliana: un sondaggio dell' Istituto Truman per la pace, all' Università ebraica di Gerusalemme, ha appena ricordato che la maggioranza (il 70%) dà per scontata l' idea di una spartizione del territorio. Parlo del governo israeliano stesso, e del cammino percorso dai tempi in cui il suo capo credeva ancora alle pericolose chimere del Grande Israele. Beninteso, oggi resta aperta la questione degli «insediamenti» in Cisgiordania. Ma il disaccordo, in questa vicenda, oppone coloro che, dietro a Mahmoud Abbas, esigono che essi siano congelati prima di tornare al tavolo dei negoziati e coloro che, con Netanyahu, rifiutano che si ponga come condizione ciò che dovrà essere uno degli oggetti di negoziato: esso non concerne né la questione stessa, né la necessità di giungere a un accordo. Ciascuno, io per primo, ha la propria opinione sull' argomento. Ma presentare questa controversia come un rifiuto di negoziare è una contro-verità. La domanda palestinese si fonda, inoltre, su un' idea preconcetta che è quella di un Mahmoud Abbas miracolosamente e integralmente convertito alla causa della pace. Lungi da me l' idea di negare la strada che anch' egli ha percorso dai tempi in cui esprimeva una «tesi», dai forti toni negazionisti, sulla «collusione fra sionismo e nazismo». Però ho letto il discorso che ha tenuto all' Onu, a New York. E se pur vi trovo accenti di vera sincerità, se mi commuovo, come tutti, all' evocazione del troppo lungo calvario palestinese, se intuisco perfino, fra le righe, come l' uomo che l' ha pronunciato potrebbe in effetti divenire, appena lo volesse e venisse incoraggiato, un Sadat palestinese, un Gorbaciov, non posso impedirmi di udire anche segnali più inquietanti. L' omaggio insistente ad Arafat, per esempio. L' evocazione, nella stessa sede Onu e nella stessa occasione, del «ramo d' ulivo» brandito da chi, una volta almeno, a Camp David, nel 2000, rifiutò la pace concreta, a portata di mano, che gli era offerta. Poi, l' assordante silenzio sull' accordo che lui, Abbas, ha concluso cinque mesi fa con un Hamas la cui sola Carta basterebbe, ahimè, a chiudergli le porte dell' Onu, che in linea di principio accetta solo «Stati pacifici» e contrari al terrorismo. È con questo uomo, certo, che Israele deve fare la pace. Ma non qui. Non così. Non con un colpo di teatro, con i silenzi, con le mezze verità. E poi la domanda palestinese suppone - peggio, esige - che sia spezzato, a colpi di magiche firme, il nodo più inestricabile del pianeta: il nodo di interessi antagonistici, di aporie diplomatiche, di contraddizioni geopolitiche. Parliamo davvero seriamente? Sono quarant' anni che si discute, spesso in malafede ma non sempre, sulla questione delle frontiere giuste fra i due popoli, e sulla loro capitale. Quarant' anni che si dibatte, fra gente che si gioca la propria vita e il proprio destino, sul modo meno peggiore di garantire la sicurezza di Israele in una regione che non gli ha mai riconosciuto, fino a oggi, la piena legittimità. Sono sessantatré anni che il mondo si chiede come considerare il torto fatto ai profughi palestinesi del 1948 senza, tuttavia, compromettere il carattere ebraico dello Stato di Israele. E si avrebbe la pretesa di sistemare tutto questo, arbitrare questi quasi insolubili dilemmi, imballare un pacco di complessità dove ogni cosa sta nei dettagli, con un gesto spettacolare, sbrigativo, basandosi su un' infatuazione retorica e lirica? Ma andiamo! Che leggerezza! E che pessimo teatro! Che occorra aiutare i protagonisti di tale interminabile dramma ad innalzarsi al di sopra di se stessi e a portare a termine il processo che negli ultimi anni hanno solo abbozzato, è sicuro. Che la comunità internazionale debba indurli a intendersi o, come dice Amos Oz, ma è la stessa cosa, a divorziare, è evidente; del resto, è questo il senso della recente proposta francese e degli obblighi di calendario che essa impone. Ma nulla potrà evitare il doloroso e costoso faccia a faccia senza cui non c' è mai, da nessuna parte, un vero riconoscimento reciproco; nulla e nessuno potrà far evitare ai due protagonisti quella mossa apparentemente semplice ma che sarà per entrambi il più lungo dei viaggi: il primo passo verso l' altro, la mano tesa, il negoziato diretto. (traduzione di Daniela Maggioni)

Pagina 60 (1 ottobre 2011) - Corriere della Sera

domenica 25 settembre 2011

Ecco l'intervento di Bibi Netanyahu alla Assemblea Generale dell'Onu

Riceviamo dalla Associazione Italia Israele di Vercelli, che ringraziamo, la trascrizione completa del discorso di Benyamin Netanyahu alla 66ma sessione dell' Assemblea Generale dell'ONU.

" Signore e signori, Israele ha steso la sua mano in pace dal momento in cui è stata istituita 63 anni fa. Per conto di Israele e il popolo ebraico, porgo la mano ancora oggi. La porgo al popolo di Egitto e Giordania, con rinnovata amicizia per i vicini con i quali abbiamo fatto pace. La porgo al popolo della Turchia, con rispetto e buona volontà. La porgo al popolo della Libia e Tunisia, con ammirazione per coloro che cercano di costruire un futuro democratico.
La porgo agli altri popoli del Nord Africa e della penisola arabica, con i quali vogliamo creare un nuovo inizio. La porgo al popolo di Siria, Libano e Iran, con rispetto per il coraggio di chi lotta contro una brutale repressione.

Ma soprattutto, porgo la mia mano al popolo palestinese, con cui cerchiamo una pace giusta e duratura.
Signore e signori, in Israele non si è mai attenuata la nostra speranza per la pace. I nostri scienziati, medici, innovatori, applicano il loro genio per migliorare il mondo di domani. I nostri artisti, i nostri scrittori, arricchiscono il patrimonio dell'umanità.
Ora, so che questo non è esattamente l'immagine di Israele che è spesso ritratta in questa sala.
Dopo tutto, fu qui che nel 1975 si affermò l'antico desiderio del mio popolo di ristabilire la nostra unità nazionale nella nostra patria biblica - fu allora che questo sentimento venne vergognosamente assimilato e rimarcato , come razzismo.
E fu qui nel 1980, proprio qui, che l'accordo di pace storico tra Israele e l'Egitto non è stato elogiato, ma è stato denunciato!
Ed è qui, anno dopo anno che Israele è stato ingiustamente e unilateralmente accusato. E' sovente individuato come deprecabile più spesso di tutte le nazioni del mondo messe insieme.
Ventuno delle 27 risoluzioni dell'Assemblea Generale condannano Israele – l’unica vera democrazia in Medio Oriente. Bene, questa è un aspetto infelice dell'istituzione delle Nazioni Unite. E' il teatro dell'assurdo.
Non solo presentare Israele come il cattivo, ma far risaltare spesso i veri cattivi nei ruoli principali:
Gheddafi (Libia) ha presieduto la Commissione ONU per i Diritti Umani,
l'Iraq di Saddam a capo del Comitato delle Nazioni Unite sul disarmo.
Si potrebbe dire: quello è il passato.
Bene, ecco cosa sta succedendo adesso - proprio adesso, oggi.
Libano controllato da Hezbollah ora presiede il Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Ciò significa, in effetti, che un'organizzazione terroristica presiede l'organo incaricato di garantire la sicurezza del mondo.
Non si sarebbe dovuti giungere a questo. Così qui alle Nazioni Unite, la maggioranza può decidere tutto. Essa (la maggioranza dell’Assemblea) può deliberare che il sole tramonta a ovest o sorge ad ovest.
Credo che ciò sia già stato pre-ordinato. Ma la stessa può anche decidere (ha deciso) che il Muro del Pianto a Gerusalemme, luogo più sacro dell'ebraismo, sia territorio palestinese occupato.
Eppure anche qui in Assemblea Generale, la verità a volte può affiorare.
Nel 1984, quando sono stato nominato ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, ho visitato il grande rabbino di Lubavich. Lui mi ha detto (e signore e signori, non voglio che qualcuno di voi possa sentirsi offeso, perché per esperienza personale nel lavorare qui, so che ci sono molti uomini e donne di grande competenza, molte persone capaci e assennatamente al servizio dei loro popoli qui).
Ma ecco ciò che il rabbino mi disse. Egli mi disse, sarete in servizio in una casa dove alberga la menzogna. E poi mi ha detto, ricorda che anche nel luogo più oscuro, alla luce di una candela può essere visto in profondità.
Oggi spero che la luce della verità brillerà, anche se solo per pochi minuti, in una sala che per troppo tempo è stato un luogo di oscurità per il mio paese. Quindi, come primo ministro di Israele, non sono venuto qui per ottenere applausi. Sono venuto qui per dire la verità.
La verità è che Israele vuole la pace. La verità è che io voglio la pace. La verità è che in Medio Oriente, in ogni momento, ma soprattutto in questi giorni turbolenti, la pace deve essere mantenuta in sicurezza. La verità è che non possiamo raggiungere la pace attraverso le risoluzioni delle Nazioni Unite, ma solo attraverso negoziati diretti tra le parti.
La verità è che finora i palestinesi hanno rifiutato di negoziare.
La verità è che Israele vuole la pace con uno stato palestinese, ma i palestinesi vogliono uno stato senza pace. E la verità è che non si dovrebbe permettere che questo accada.
Signore e signori, quando sono arrivato qui 27 anni fa, il mondo era diviso tra Oriente e Occidente. Da allora, fine della Guerra Fredda, grandi civiltà sono passate da secoli di sonno, centinaia di milioni di persone sono state sottratte alla povertà, innumerevoli altri sono pronti a seguire, e la cosa notevole è che finora questo cambiamento storicamente monumentale è in gran parte avvenuto pacificamente.
Eppure, un tumore maligno si sta sviluppando tra Oriente e Occidente che minaccia la pace di tutti. Non mira a liberare, ma a rendere schiavi, non a costruire ma a distruggere.
Male che è l'Islam militante. Si avvolge nel mantello di una grande fede, eppure non risparmia omicidi di ebrei, cristiani e musulmani con uguale imparzialità. L'11 settembre ha ucciso migliaia di americani, e ha lasciato le torri gemelle in rovine fumanti. Ieri sera ho deposto una corona di fiori sul memoriale dell’ 11 settembre.
E 'stato commovente. Ma mentre stavo andando lì, una cosa ha preso voce nella mia mente: le parole oltraggiose del presidente iraniano su questo podio ieri. Ci ha suggerito che l’ 11 settembre è stato un complotto americano. Alcuni di voi hanno lasciato questa sala. Tutti voi dovreste averne consapevolezza. Dall’ 11 settembre, gli islamisti militanti hanno ucciso innumerevoli altri innocenti - a Londra e Madrid, a Baghdad e Mumbai, a Tel Aviv e Gerusalemme, in ogni parte di Israele.
Io credo che il più grande pericolo per il nostro mondo è che questo fanatismo possa armarsi con armi nucleari. E questo è esattamente ciò che l'Iran sta cercando di fare. Potete immaginare l'uomo che urlava qui ieri – lo si può immaginare con armi nucleari?
La comunità internazionale deve fermare l'Iran prima che sia troppo tardi.
Se l'Iran non si ferma, noi tutti avremo di fronte lo spettro del terrorismo nucleare, e la Primavera araba potrebbe presto diventare un inverno iraniano. Sarebbe una tragedia.
Milioni di arabi sono scesi in piazza per sostituire la tirannia con la libertà, e nessuno ne beneficerebbe più di Israele, se coloro che sono impegnati per la libertà e la pace prevalessero.
Questa è la mia fervida speranza. Ma mentre ricopro l’incarico di primo ministro di Israele, non posso rischiare il futuro dello Stato ebraico su un pio desiderio.
I leader devono vedere la realtà così com'è, non come dovrebbe essere. Dobbiamo fare del nostro meglio per dare forma al futuro, ma non possiamo allontanare mentalmente i pericoli del presente.
E il mondo attorno a Israele è sicuramente sempre più pericoloso.
L'Islam militante ha già preso potere su Libano e su Gaza. E 'determinato a stracciare i trattati di pace tra Israele ed Egitto e tra Israele e Giordania.
E' intento a instillare veleno in molte menti arabe contro gli ebrei e Israele, contro l'America e l'Occidente.
Si oppone, non alle azioni politiche di Israele, ma all'esistenza stessa di Israele.
Ora, alcuni sostengono che la diffusione dell'Islam militante, soprattutto in questi tempi turbolenti - se lo si vuole rallentare, sostengono, Israele deve affrettarsi a fare concessioni, a concedere compromessi territoriali.
E questa teoria sembra semplice. Fondamentalmente è questa: lasciare il territorio, e la pace sara’ ottenuta di conseguenza. I moderati saranno rafforzati, i radicali saranno tenuti a bada. E non preoccuparsi dei dettagli fastidiosi di come Israele possa effettivamente difendersi: una presenza militare internazionale farà il lavoro.
Queste persone mi dicono sempre: basta fare una offerta ampia, e tutto funzionerà. Sapete, c'è un solo problema con questa teoria. Lo abbiamo provato e non ha funzionato.
Nel 2000 Israele ha fatto una offerta ampia di pace in grado di soddisfare praticamente tutte le richieste palestinesi. Arafat ha respinto.
I palestinesi poi hanno lanciato un attacco terroristico che ha causato un migliaio di vittime israeliane. Il primo ministro Olmert ha poi fatto una proposta ancora più radicale, nel 2008. Il presidente Abbas non ha nemmeno voluto rispondere.
Ma Israele ha fatto di più che fare offerte. Abbiamo effettivamente lasciato il territorio. Ci siamo ritirati dal Libano nel 2000 e da ogni centimetro quadrato di Gaza nel 2005. Con ciò non si calma la tempesta islamica, la tempesta militante islamica che ci minaccia. Ha solo ottenuto di rendere la tempesta più vicina e più forte. Hezbollah e Hamas ha lanciato migliaia di razzi contro le nostre città dai molti territori lasciati liberi.
Vedete, quando Israele ha lasciato il Libano e la striscia di Gaza, i moderati non hanno avuto il sopravvento sui radicali, i moderati sono stati divorati dai radicali. E mi dispiace dire che le truppe internazionali come UNIFIL in Libano e UBAM a Gaza non hanno bloccato le intenzioni dei radicali di attaccare Israele.
Abbiamo lasciato Gaza nella speranza per la pace. Non abbiamo congelato gli insediamenti a Gaza, li abbiamo sradicati.
Abbiamo fatto esattamente ciò che la teoria dice: andarsene, tornare ai confini del 1967, smantellare gli insediamenti.
E non credo che la gente ricordi quanto sia costato raggiungere questo obiettivo. Abbiamo sradicato migliaia di persone dalle loro case. Abbiamo portato via i bambini dalle loro scuole e asili. Noi abbiamo demolito sinagoghe. abbiamo anche spostato i loro cari dalle loro tombe.
E poi, dopo aver fatto tutto questo, abbiamo dato le chiavi di Gaza al presidente Abbas. Ora, la teoria dice che dovrebbe funzionare tutto e il Presidente Abbas con l'Autorità palestinese ora potrebbero costruire uno stato di pace a Gaza. Si può ricordare che il mondo intero ha applaudito. Hanno applaudito il nostro ritiro come l’atto di un grande statista. E 'stato un atto coraggioso di pace.
Ma signore e signori, non abbiamo pace. Abbiamo avuto la guerra. Abbiamo ottenuto che l'Iran, attraverso il suo procuratore Hamas abbia prontamente cacciato l'Autorità palestinese.
L'Autorità Palestinese è crollata in un giorno - in un giorno. Il presidente Abbas ha appena detto su questo podio che i palestinesi sono armati solo con le loro speranze e sogni.
Sì, con le speranze, i sogni e 10.000 missili e razzi Grad forniti da Iran, per non parlare del fiume di armi letali che ora scorre a Gaza dal Sinai, dalla Libia, e da altrove.
Migliaia di missili sono già piovuti sulle nostre città.
Così si potrebbe capire che, dato tutto questo, gli israeliani possano giustamente chiedersi: Cos’è possibile fare per evitare che ciò accada di nuovo in Cisgiordania?
Vedete, la maggior parte delle nostre grandi città del sud del paese si trovano a poche decine di chilometri da Gaza. Ma nel centro del paese, di fronte alla West Bank, le nostre città sono poche centinaia di metri o al massimo pochi chilometri di distanza dal confine della Cisgiordania.
Quindi voglio chiedervi. Cosa penserebbe di fare ognuno di voi – nel caso qualcuno portasse un pericolo così vicino alla vostra città, alle vostre famiglie? Volete agire in modo avventato con la vita dei vostri cittadini?
Israele è pronto ad avere uno stato palestinese in Cisgiordania, ma non siamo pronti ad avere un' altra Gaza lì.
Ed è per questo che abbiamo bisogno di misure di sicurezza reali, che i palestinesi si rifiutano di negoziare con noi.
Gli israeliani ricordano le amare lezioni di Gaza. Molti dei critici di Israele le ignorano.
Essi consigliano irresponsabilmente a Israele di proseguire di nuovo su questa stessa strada pericolosa. Voi capite quanto queste persone dicono ed è come se nulla fosse successo - solo ripeteno lo stesso consiglio, le stesse formule, come se niente di tutto questo è accaduto. E questi critici continuano a spingere Israele a fare ampie concessioni senza prima assicurare la sicurezza di Israele. Lodano quelli che involontariamente nutrono il coccodrillo insaziabile dell'Islam militante come impudenti statisti. Hanno linciato come nemici della pace, quelli di noi che insistono sul fatto che dobbiamo prima costruire una robusta barriera per tenere fuori il coccodrillo, o come minimo ostacolare con una sbarra di ferro tra le sue fauci spalancate.
Quindi, a fronte di etichette e calunnie, Israele deve ascoltare i buoni consigli. Meglio una cattiva stampa che un buon necrologio, e meglio ancora sarebbe una stampa giusta il cui senso della storia si estenda oltre la prima immagine, e che riconosca a Israele legittime preoccupazioni di sicurezza.
Credo che in seri negoziati di pace, questa esigenza e preoccupazioni possano essere adeguatamente affrontati, ma non sarà affrontata senza negoziati.
E le esigenze sono molte, perché Israele è un paese piccolo.
Senza Giudea e Samaria, in Cisgiordania, Israele è in tutto 9 miglia di larghezza. Voglio proporvelo seconda la vostra prospettiva, perché siete tutti qui a New York. Si tratta di circa due terzi della lunghezza di Manhattan. E' la distanza tra Battery Park e alla Columbia University.
E non dimenticate che le persone che vivono a Brooklyn o nel New Jersey sono molto diversi da coloro che vivono in alcuni paesi vicini di Israele.
Così come si fa - come si fa a proteggere un paese così piccolo, circondato da persone votate alla sua distruzione e armate fino ai denti dall'Iran?
Ovviamente non si può difendere solo dall'interno quello spazio ristretto. Israele ha bisogno di maggiore profondità strategica, e questo è esattamente il motivo per cui la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza non richiede a Israele di lasciare tutti i territori catturati nella Guerra dei Sei Giorni.
Si parlava di ritiro da territori, di confini sicuri e difendibili. E per difendersi, Israele deve quindi mantenere una presenza a lungo termine militare israeliana nelle aree critiche e strategiche in Cisgiordania.
Ho spiegato al presidente Abbas. Egli rispose che se uno Stato palestinese doveva essere un paese sovrano, che non avrebbe mai potuto accettare tali disposizioni.
Perché no? L'America ha avuto truppe in Giappone, Germania e Corea del Sud per più di mezzo secolo. La Gran Bretagna ha avuto uno spazio aereo a Cipro e una base aerea a Cipro. La Francia ha le forze in tre nazioni indipendenti africane.
Nessuno di questi paesi sostiene che non sono sovrani. E ci sono molte altre questioni di sicurezza vitale che devono anche essere affrontate.
Prendete la questione dello spazio aereo. Ancora una volta, per Israele le piccole dimensioni creano problemi di sicurezza enorme.
L'America può essere attraversata da aereo a reazione in sei ore. Per volare in tutta Israele, ci vogliono tre minuti.
È così piccolo lo spazio aereo di Israele da poter essere tagliato a metà e dato a uno stato palestinese non in pace con Israele?
Il nostro grande aeroporto internazionale è a pochi chilometri dalla Cisgiordania. Senza pace, i nostri aerei potrebbero essere bersagli per missili antiaerei piazzati nello stato adiacente palestinese?
E come potremo fermare il contrabbando nella West Bank? Non è solo la Cisgiordania, è la montagna Cisgiordania. Domina appunto la pianura costiera dove vive la maggior parte della popolazione di Israele.
Come possiamo impedire il contrabbando in queste montagne di quei missili che potrebbero essere lanciati contro le nostre città?
Pongo in evidenza questi problemi perché non sono problemi teorici. Sono molto reali. E per gli israeliani, sono questioni di vita o di morte.
Tutte queste crepe potenziale in sicurezza di Israele devono essere sigillate in un accordo di pace prima che venga sancito uno stato palestinese, non dopo, perché se si lasciano in seguito, non avranno valore.
E questi problemi ci esploderanno in faccia demolendo la pace.
I palestinesi devono prima fare la pace con Israele e quindi ottenere il loro stato.
Ma voglio anche dirvi questo. Dopo un accordo di pace firmato, Israele non sarà l'ultimo paese ad accogliere uno stato palestinese come nuovo membro delle Nazioni Unite.
Sarà il primo. E c'è un'altra cosa. Hamas ha violato il diritto internazionale, tenendo il nostro soldato Gilad Shalit, prigioniero per cinque anni.
Non hanno concesso una visita della Croce Rossa.
E' tenuto in una prigione, nelle tenebre, contro tutte le norme internazionali. Gilad Shalit è il figlio di Aviva e Noam Shalit. Egli è il nipote di Zvi Shalit, che è sfuggitoto all'Olocausto venendo nel 1930 ragazzo nella terra di Israele.
Gilad Shalit è il figlio di ogni famiglia israeliana.
Ogni nazione rappresentata qui dovrebbe chiedere il suo rilascio immediato.
Se si vuole - se si vuole approvare una risoluzione sul Medio Oriente oggi,- è questa la risoluzione che dovrebbe passare.
Signore e signori, l'anno scorso in Israele nella Bar-Ilan University, quest'anno alla Knesset e al Congresso degli Stati Uniti, io esposi la mia visione per la pace in cui uno Stato palestinese smilitarizzato riconosce lo Stato ebraico.
Sì, lo Stato ebraico.
Dopo tutto, questo è la sede che ha riconosciuto lo Stato ebraico 64 anni fa. Ora, non pensate che sia giunto il momento che i palestinesi facciano lo stesso?
Lo stato ebraico di Israele tutelerà sempre i diritti di tutte le sue minoranze, compresi il milione e più di cittadini arabi.
Vorrei poter dire la stessa cosa di un futuro Stato palestinese, ma per i funzionari palestinesi, l' hanno chiarito proprio qui a New York - hanno detto che lo stato palestinese non accoglierà nessun Ebreo.
Sarà Ebreo-free - Judenrein. Questa è pulizia etnica.
Ci sono leggi oggi a Ramallah che considerano la vendita di terre agli ebrei punibile con la morte. Questo è razzismo.
E sapete quali leggi ci ricorda ?
Israele non ha alcuna intenzione di cambiare il carattere democratico del nostro Stato. Noi semplicemente non vogliono che i palestinesi tentino cercare di cambiare il carattere ebraico del nostro stato. (Applausi)
Noi ci opporremo alla ipotesi di distruggere di Israele con milioni di palestinesi. Il Presidente Abbas se ne stava qui ieri, e mi ha detto che il cuore del conflitto israelo-palestinese sono gli insediamenti.
Beh, questo è strano. Il nostro conflitto infuriava per quasi mezzo secolo prima che ci fosse un unico insediamento israeliano in Cisgiordania.
Quindi, se ciò che il presidente Abbas sta dicendo era vero, allora credo che gli insediamenti di cui stava parlando sono Tel Aviv, Haifa, Jaffa, Be'er Sheva. Forse è questo che voleva dire l'altro giorno quando ha detto che Israele occupa la terra palestinese da 63 anni.
Non ha detto, dal 1967, ha detto dal 1948.
Spero che qualcuno si preoccupi di porgli questa domanda, perché illustra una semplice verità: Il nucleo del conflitto non sono gli insediamenti.
Gli insediamenti sono il risultato del conflitto.
Gli insediamenti sono un problema che deve essere affrontata e risolto nel corso dei negoziati.
Ma il cuore del conflitto è sempre stato e rimane, purtroppo, il rifiuto dei palestinesi di riconoscere uno Stato ebraico non importa con quale confine. Penso che sia tempo che la leadership palestinese riconosca ciò che ogni leader serio internazionale ha riconosciuto, da Lord Balfour e Lloyd George nel 1917, al presidente Truman nel 1948, per il presidente Obama appena due giorni fa proprio qui: Israele è lo Stato ebraico.
Presidente Abbas, la smetta di girare intorno a questo problema.
Riconosca lo stato ebraico, e faccia la pace con noi.
In tale vera pace, Israele è pronto a scendere a compromessi dolorosi. Siamo convinti che i palestinesi non devono essere né cittadini di Israele né suoi sudditi. Essi devono vivere in un loro stato libero.
Ma devono essere pronti, come noi, ali compromesso. E noi sappiamo che saranno pronti per il compromesso e per la pace quando si inizierà a prendere sul serio il punto sui requisiti di sicurezza di Israele e quando smetteranno di negare il nostro legame storico per la nostra antica patria.
Sento spesso che accusano Israele di giudaizzare Gerusalemme. E 'come accusare l'America di americanizzare Washington o gli inglesi di inglesizzare Londra.
Sa perché siamo chiamati "giudei"? Perché veniamo dalla Giudea.
Nel mio ufficio a Gerusalemme, c'è un antico sigillo. E 'un anello con sigillo di un funzionario ebreo dal tempo della Bibbia. Il sigillo è stato trovato proprio vicino al Muro del Pianto, e risale a 2.700 anni, al tempo del re Ezechia.
Ora, c'è un nome del funzionario ebraico scritto sull'anello in ebraico. Il suo nome era Netanyahu. Questo è il mio cognome.
Il mio primo nome, Benjamin, risale a mille anni prima di Benjamin - Binyamin - figlio di Giacobbe, che era anche conosciuto come Israele.
Giacobbe e i suoi 12 figli hanno vagato su queste stesse colline della Giudea e della Samaria 4.000 anni fa, e c'è stata una continua presenza ebraica nella terra da allora.
E per quegli ebrei che sono stati esiliati dalla nostra terra, non hanno mai smesso di sognare il ritorno: ebrei in Spagna, alla vigilia della loro espulsione, gli ebrei in Ucraina, in fuga dal pogrom, gli ebrei del ghetto di Varsavia combattendo, con i nazisti che li accerchiavano.
Non hanno mai smesso di pregare, non hanno mai smesso di provare nostalgia. Sussurravano: l'anno prossimo a Gerusalemme. L'anno prossimo nella terra promessa.
Come il primo ministro di Israele, io parlo per un centinaio di generazioni di ebrei che erano dispersi per il mondo, che hanno sofferto ogni male, ma che non hanno mai abbandonato la speranza di ripristinare la loro vita nazionale nel solo ed unico stato ebraico.
Signore e signori, io continuo a sperare che il presidente Abbas sarà il mio partner per la pace. Ho lavorato duramente per far avanzare la pace.
Il giorno in cui sono divento primo ministro, ho chiesto negoziati diretti senza precondizioni.
Il presidente Abbas non ha risposto. Ho delineato una visione di pace di due stati per due popoli. Lui ancora non ha risposto.
Ho rimosso centinaia di blocchi stradali e posti di blocco, per facilitare la libertà di circolazione nelle aree palestinesi, facilitando una crescita fantastica per l'economia palestinese.
Ma ancora una volta - nessuna risposta. Ho preso l'iniziativa senza precedenti di bloccare la costruzione di nuovi edifici nelle colonie per 10 mesi.
Cosa che nessun primo ministro ha mai fatto precedentemente .
Ancora una volta, non c'è stata risposta. Nessuna risposta.
Nelle ultime settimane, i funzionari americani hanno proposto iniziative per riavviare i colloqui di pace. Ci sono state ipotesi sui confini che non mi piacevano.
C'erano cose circa lo stato ebraico che sono sicuro che ai palestinesi non piacevano. Ma con tutte le mie riserve, ero disposto ad andare avanti su queste proposte americane.
Presidente Abbas, perché ne parliamo insieme? Dobbiamo continuare i negoziati. Dobbiamo andare avanti. Negoziamo per la pace.
Ho passato anni a difendere Israele sul campo di battaglia. Ho trascorso decenni a difendere Israele di fronte all' opinione pubblica.
Presidente Abbas, hai dedicato la tua vita a favore della causa palestinese. Questo conflitto deve continuare per generazioni, o permetterà ai nostri figli ai nostri nipoti di parlare negli anni a venire di come abbiamo trovato un modo per porvi fine?
Questo è quello cui dobbiamo puntare, e questo è quello che credo che possiamo ottenere.
In due anni e mezzo, ci siamo incontrati a Gerusalemme una sola volta, anche se la mia porta è sempre stata aperta.
Se lo desidera, verrò a Ramallah.
In realtà, ho un suggerimento migliore. Entrambi abbiamo appena volato per migliaia di chilometri a New York. Ora siamo nella stessa città. Siamo nello stesso edificio. Quindi cerchiamo di incontrarci qui oggi alle Nazioni Unite.
Chi vuole fermarci? Cosa c'è che può fermarci? Se vogliamo veramente la pace, cosa c’è ad impedire un incontro oggi e l’inizio dei negoziati di pace?
Parliamo apertamente e onestamente.
Ascoltiamoci l'un l'altro. Facciamo come diciamo noi in Medio Oriente: Parliamo di "doogri". Ciò significa, semplicemente, ti dirò le mie esigenze e le preoccupazioni.Tu mi dirai le tue.
E con l'aiuto di Dio, troveremo un terreno comune di pace.
C'è un vecchio detto arabo che dice: non si può applaudire con una mano. Ebbene, lo stesso vale per la pace. Non riesco a fare la pace da solo.
Non posso fare la pace senza di te.
Presidente Abbas, porgo la mia mano - la mano di Israele - in pace.
Spero che stringerà questa mano.
Siamo entrambi figli di Abramo.
La mia gente lo chiama Avraham.
La tua gente lo chiama Ibrahim.
Condividiamo lo stesso patriarca. Viviamo nella stessa terra. I nostri destini si intrecciano. Cerchiamo di realizzare la visione di Isaia - (parla in ebraico) - "Il popolo che cammina nelle tenebre vedrà una grande luce".
Lasciate che sia la luce della pace.
(traduzione di Elio Calza)

http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=115&sez=120&id=41572

domenica 18 settembre 2011

Israele, la via della pace è palestinese

18/9/2011

ARRIGO LEVI

E così Israele, l’Israele di Netanyahu, degli immigrati russi e degli ultraortodossi, sta riuscendo a isolarsi, come non era più stato da decenni, nella regione cui inesorabilmente appartiene, per ragioni di storia e di memorie, ma dove è visto come un ultimo residuo di colonialismo europeo, testimonianza inaccettabile del declino storico della civiltà araba.
Per quello che è il terzo Stato ebraico della storia si pone ancora il problema della sopravvivenza.

Per quanto irrealistica appaia questa ipotesi quando si visitano le fiorenti città e campagne dello Stato ebraico. Sognavano i profeti che venisse il giorno in cui la via della pace universale corresse dall’Egitto alla Babilonia passando per Gerusalemme: in questa come in poche altre regioni la storia sembra ripetersi a distanza di millenni.

Ma, si dirà, non è con i palestinesi, e soltanto con i palestinesi, che Israele deve far pace per essere da tutti accettato? La risposta è un po’ meno sicura di quanto appaia. Avevamo tutti accolto con sollievo quando, dopo i grandi moti rivoluzionari in Tunisia e in Egitto, ci era stato assicurato, non senza qualche sorpresa, che non si erano ascoltati slogan e grida contro Israele. L’assalto feroce all’ambasciata d’Israele al Cairo è stata una brutale smentita a quelle ottimistiche rassicurazioni. Riconosciamo la realtà: lo Stato ebraico, per pregiudizi nuovi ed antichi, è ancora visto con odio dalle masse egiziane, e non solo da loro.

Ma ci è stato subito assicurato che i militari egiziani non avrebbero assolutamente rimesso in discussione il trattato di pace con Israele. Ora ci si dice invece dal Cairo che sono possibili cambiamenti. E intanto la gran maggioranza dei Paesi del mondo sta per proclamare all’Onu la propria convinzione che i palestinesi abbiano diritto a un loro Stato, e Israele e l’America non sembrano fino a questo momento capaci di far buon viso a cattivo gioco. Dopodiché, quale che sia la formulazione del pensiero dell’assemblea, ci si attendono assalti o sfide alle frontiere d’Israele, col rischio di incidenti capaci perfino di avere ripercussioni all’interno dello Stato ebraico nella minoranza araba.

La maggioranza che oggi governa lo Stato d’Israele riconosce in linea di principio che «uno Stato palestinese dev’essere stabilito», come ha assicurato Dan Meridor a Francesca Paci; e questo è un notevole progresso. Ma in attesa che un giorno, chissà quando, ciò accada, Israele non intende porre fine all’ampliamento delle colonie ebraiche, perché sarebbe «irrealistico» impedire a chicchessia di «comprar casa solo perché è ebreo». Non è bastato che ciò fosse stato proibito con una moratoria di dieci mesi? No, non è bastato.

Eppure Israele ha lasciato la striscia di Gaza e richiamato con la forza in patria gli israeliani che vi risiedevano. Questo non appariva «irrealistico» nell’interesse superiore dello Stato. Ma Israele oggi appare paralizzato dai suoi timori, di fronte a una «rivoluzione araba» di cui vede soltanto, non a torto, la pericolosità. E così, le prospettive di un nuovo negoziato sembrano sfumare in un futuro incerto e lontano. Chiedendosi se ce la farà questa generazione a fare la pace, un osservatore mite ed equilibrato come Antonio Ferrari si risponde: è «più che lecito dubitarne».

Ammettiamolo: far pace con i palestinesi può non bastare per far pace con tutti gli arabi. Per questo più lontano obiettivo occorrerà forse lasciar passare generazioni. Ma è pur sempre sotto le forche caudine palestinesi che Israele dovrà passare per fare pace con tutti: ed è solo su questo fronte che la diplomazia d’Israele può agire per far sì che Israele non rimanga così tremendamente solo nella terra che qualche millennio fa fu irrevocabilmente promessa agli ebrei; ma fu anche ripetutamente negata. È in questa direzione che la straordinaria forza spirituale del popolo che dopo una millenaria dispersione ha ridato vita a uno Stato ebraico potrebbe e dovrebbe indirizzarsi.

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